Non bella, ma piacevole

Filed under: Serie A by: Matteo Innocenti

Chiariamo prima di tutto una cosa: il rigore per la Roma c’era. Non ha senso lamentarsi del mancato rigore concesso al Palermo in settimana per il fallo di mano di Boateng e poi fare lo stesso quando la sanzione c’è, ma ai propri danni. La dirigenza juventina, quindi, poteva fare a meno di fare rimostranze nei confronti della direzione arbitrale. E poi, ce n’era un altro prima, di rigore. Detto ciò, non è stata una bella partita nel senso stretto del termine, ma non si può dire che Juventus-Roma sia stato un brutto incontro. Poche occasioni nitide, vero, ma buon ritmo e tanto agonismo. Devo dire che nel complesso, nonostante abbiano creato meno, mi sono piaciuti di più i giallorossi, che però giocavano in 10: Totti era da 4 in pagella, praticamente invisibile fino alla realizzazione del rigore, dopo il quale, tra l’altro, ha esultato con la consueta signorilità. Il Pupone non smette mai di meritare applausi, davvero. La Juventus non mi è piaciuta nelle piccole cose, nei troppi passaggi elementari sbagliati. Sbagliati da tutti, ma mai da Aquilani: a 26 anni è praticamente a metà carriera, peccato davvero che lo abbiano frenato i troppi infortuni, perchè ci sarebbe stata tantissima qualità. Il gol di Iaquinta, infatti, è suo almeno al 50%. Bene anche Pepe, insolitamente efficace sui cross, ma anche Grosso: ho la sensazione che questo ex emarginato alla Juventus farà parecchio comodo da qui alla fine della stagione.

Ora sì che prima no

Filed under: Nazionale by: Matteo Innocenti

Questa sì che è una Nazionale spettacolare, infarcita di talenti che saltano l’uomo e capaci di far svoltare le partite con i colpi tipici dei campioni. Che lezione di calcio che siamo andati a impartire a Belfast in casa di una delle selezioni nazionali più temibili del globo… Depurata quasi totalmente dagli juventini e da un allenatore perfido e anti-italiano che ci ha fatto sbattere fuori dal Mondiale di proposito, la nostra Nazionale non può che presentarsi ai prossimi Europei da grande favorita, poche storie. Cassano è il miglior numero 10 che l’Italia abbia mai visto: finalmente maturo, il talento di Bari Vecchia ci ha già preso per mano ed ha iniziato a segnare e a sfornare assist come solo lui sa fare. Irrisi i difensori nordirlandesi, incapaci di frenarlo, solo sparring partner davanti al fantasista della Sampdoria. Facile umorismo a parte, si è visto un tiro in porta, che io ricordi, e poi altre due occasioni sprecate da Pazzini e Pepe. Poi nulla. Non che un pareggio in Irlanda del Nord sia da buttare via: in fondo, la Serbia, che sembra l’avversario più pericoloso, ne ha presi tre in casa dall’Estonia. Traducendo: in Polonia ed Ucraina ci dovremmo andare lo stesso, ma se questo è il nuovo corso dell’Italia di Prandelli, beh, non sarà molto diverso dal Lippi-bis. Con buona pace di chi fa le suonerie.

Da Nobel per la pace

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Francesco Totti e Antonio Cassano potrebbero tornare a giocare insieme. Non nella Roma o in qualche squadra di club, bensì con l’azzurro della Nazionale. Lo ha detto il ct Cesare Prandelli, spiegando che “sarebbe un bel segnale per i bambini” e che “direbbe loro che nel calcio esiste l’amicizia e l’entusiasmo”. Si vocifera ci sia già la data dell’atteso duetto: il 17 novembre, nell’amichevole che l’Italia disputerà contro la Romania in Austria. Non saprei come descrivere questa idea. Vediamo… Buffonata? Sinceramente, non vedo il motivo per cui Prandelli debba chiamare Totti per fargli giocare una partita con Cassano: non c’è nessun segnale per bambini in tutto questo. E nemmeno tutta questa amicizia, visto che i due si considerano “ex amici”. Se hanno litigato, che si vadano a prendere un caffè insieme, o che si mandino un’email chiarificatrice, tanto Totti come si naviga dovrebbe saperlo, no? Non c’è motivo per organizzare questa pagliacciata. Come se non bastasse, si tratta di due giocatori che in passato hanno fatto cose che sono tutt’altro che da imitare da parte dei più piccoli. Per far vedere che nel calcio c’è amicizia, ha detto Prandelli, ma anche entusiasmo: sì, entusiasmo di stare sempre male quando c’era da andare in Moldavia o di tornare in azzurro giusto per un Mondiale. A cosa servirebbe questa partita? A mostrare che nel calcio, soprattutto, c’è tanta ipocrisia.

S.P.Q.R.

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Abbiamo così tanta nostalgia di Mourinho che ci esaltiamo per le sue conferenze stampa da madridista: stavolta il tecnico portoghese non ha detto di sentire nessun rumore di nemici, e nemmeno ha accusato qualcuno di prostituzione intellettuale o pronosticato una stagione da “zeru tituli”. No: ha semplicemente fatto notare a tutti, se non se ne fossero accorti, che l’escluso Pedro Leon non è nè Zidane nè Maradona e che per questo era un suo sacrosanto diritto lasciarlo a casa. Ho come l’impressione che se la stampa spagnola risece a creare casi anche in queste situazioni, beh, ben presto Mourinho inizierà a sentire la nostalgia dell’Italia. Dove, sia chiaro, le polemiche non mancano: già rientrata quella su Totti e la sua sostituzione con Ranieri non condannato per lesa maestà ma solo perchè salvato dal tuffo di Vucinic, il capitano della Roma si è scontrato frontalmente con Di Canio. Il romanista migliore di sempre contro il giocatore della Lazio che più ha sentito la maglia nella storia: non poteva che finire a cornate. Di Canio, classico esempio di signorilità british con il pessimo vizio di drizzare il braccio destro (ma anche il dito medio) nei pressi delle curve, ha accusato Totti di non aver avuto un comportamento da capitano dopo la sostituzione con l’Inter, visto che è andato di corsa negli spogliatoi (doveva girare uno spot?), Totti ha replicato all’ex laziale di dover giustificare con certe sparate il suo cachet. In più, altre frecciate su vari argomenti. Sono polemici questi romani.

Gli ultimi dominatori dell’area

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Certi gol puoi farli solamente colpendo la palla in un certo modo. Ibrahimovic e Vucinic, per segnare, potevano solo fare come hanno fatto ieri. La punta del Milan ha allungato il piedone, forse aiutato dalla sua passione per le arti marziali, fino a raggiungere quella palla che il portiere credeva sarebbe arrivata docile docile tra le sue braccia. Poteva segnare solo in quel modo, Ibra: ci ha creduto, ed è riuscito a creare un pallonetto che ha superato Eduardo, colpevolmente, a quel punto, troppo lontano dalla linea di porta. Ma la prodezza di giornata, quella senza se e senza ma, quella l’ha fatta Vucinic. Ok, non siamo ai livelli dell’incornata di Ravanelli a Parma stagione ‘94/95 (nostalgia canaglia), però era da un po’ che non si vedeva un gol in tuffo così bello. C’era da prendere il tempo a all’intera difesa e al portiere, solo così Vucinic poteva deviare il cross di un De Rossi fino a quel momento anonimo. Il montenegrino, cambio azzeccato da Ranieri, è volato sul pallone e lo ha messo lì, dove nessuno poteva arrivare. 1-0, ed una botta di vita al campionato che già era in rianimazione. Per la cronaca “dominatore dell’area”, anche oggi, prodezza personale in area di rigore o forse anche un pochino fuori: superbo tuffo di Zuniga, arbitro che abbocca e partita che cambia e diventa in discesa per un Napoli che a Cesena aveva sì pareggiato e stava premendo, ma che non avrebbe finito la partita dilagando così come invece poi ha fatto.

Meno male che Silvio c’è

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Due conferenze stampa ieri, due autentici one-man-show. Berlusconi ha letteralmente oscurato il nuovo allenatore del Milan Allegri: in pratica, ha parlato solo lui. Non è mancato ovviamente il solito ritornello della squadra più titolata al mondo, come se i titoli e le coppe nazionali non contassero… ma vabbè, ci manca solo il badge apposito. La sparata più grossa, però, l’ha fatta parlando di Ronaldinho, che ha definito “il giocatore più forte mai esistito”. Non della storia del Milan, o della sua presidenza, che già sarebbe grave. Della storia del calcio! Con buona pace dei vari Pelè, Maradona, Cruyff, Di Stefano, Platini, Eusebio, Puskas, Van Basten… e di tutti gli altri. Ha poi lasciato intendere che si è già consultato con Allegri sulla futura posizione in campo di Ronaldinho: traducendo, anche questa volta la formazione la vorrà fare lui. L’altro show di giornata è stato quello di Totti, che qualche cosa buona l’ha detta. Ha risposto alla Lega così: “Non rispondo a gente che non canta nemmeno l’inno nazionale”. Ci ha messo dentro l’invidia, come se fosse obbligatorio essere invidiosi della romanità, ma vabbè. A proposito di inno, è tornato sulla mancata convocazione da parte di Lippi per il Mondiale. Esclusione sacrosanta, a mio avviso, nonostante lui avesse dato la sua disponibilità. E se chiamasse Prandelli? “Lo saluterei volentieri e basta. Se ero vecchio l’anno scorso figuriamoci quest’anno…”. Al Mondiale ci sarebbe andato, ma le prossime saranno qualificazioni agli europei…

Emigrare in tarda età

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Il calcio si deve rinnovare, lo devono fare soprattutto le squadre, se vogliono immettere nuova linfa vitale. Il calcio succhia energia, più si è giovani, più si corre. Ci sono però senatori che non vogliono mollare il posto, e ci si aggrappano con tutte le loro forze rimaste. Ognuno fa il suo gioco, per carità. Per un Del Piero al diciottesimo ritiro juventino, c’è chi come Gattuso ha capito di aver fatto il suo tempo e cerca nuovi stimoli all’estero, dopo essere emigrato in tenera età in cerca di fortuna. C’è uno Zanetti che all’Inter è finalmente davvero leader e che alla veneranda età di 37 anni si è tolto lo sfizio della coppa più bella e si ripropone come uomo tuttofare, e c’è un Totti che continua ad essere allo stesso tempo l’uomo in più, ma anche il fardello di una Roma che prima o poi dovrà fare a meno di lui. Ci sono però due grandi campioni nati nel 1977 che hanno fatto due scelte che mi hanno messo un poì di tristezza, calcisticamente parlando. Sono Henry e Raul, due che hanno scritto la storia di due club, Arsenal e Real Madrid, che saranno loro per sempre grati. Il francese è già emigrato negli States, per giocare a New York, nei Red Bulls: traducendo, andrà a fare ferie ben pagate in America. Lo spagnolo, invece, abbandonerà (ma non è ancora ufficiale) la sua Madrid per la grigia e triste Gelsenkirchen. Lo aspetta lo Schalke 04: i romantici non l’avrebbero mai detto. Vederlo con un’altra maglia dopo 16 anni in blanco sarà proprio triste. Non che un declino con la stessa maglia addosso seduto in panchina sia più bello, ma io un Del Piero negli Stati Uniti non lo accetterei mai. Col mal di schiena, col bastone, ma alla Juve.

A fari spenti

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Finalmente l’Italia è sbarcata, o meglio atterrata in Sudafrica. Un viaggetto niente male verso sud, fatto all’ultimo minuto. Ok, non ci saranno problemi di fuso orario, però potevano andare verso al sede dei prossimi Mondiali un po’ prima. L’Italia non arriva da favorita, nonostante sia campione in carica: come fatto notare da Abete, non è la prima volta che succede. Vero, però se andiamo a scorrere la formazione dell’82 o del 2006 delle belle differenze ci sono. Quella del Mundial, beh, era composta da giocatori che hanno scritto la storia del calcio italiano e, per buona parte di loro, anche dei rispettivi club. Anche in quella del 2006 c’erano individualità migliori, o almeno più giovani: una squadra meno “mitica”, forse, ma comunque di livello. Del Piero, Totti, una quinta/sesta punta come Inzaghi, un Toni devastante… adesso siamo stati dietro al ballottaggio tra Quagliarella, Rossi e Borriello. Pazienza: gli uomini sono questi, non è colpa di nessuno. Giusto portarsi dietro Pirlo in queste condizioni? Come ho già scritto, non credo che ormai si tratti di un giocatore imprescindibile, ma se Lippi lo ritiene tale, beh, allora lo porti. Tanto, spero riusciremo a superare il girone anche senza di lui. In fondo, ai Mondiali se ne portano 23, ma mica tutti giocano. Meglio portare uno mezzo rotto sperando di recuperarlo e farlo giocare, piuttosto che usare una riserva che non vedrà mai il campo.

A volte ritornano

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Adriano, il colosso che a venti anni doveva spaccare il mondo e che poi si è perso tra gravi lutti, notti brave, fiumi di alcol, saudade e chissà cosa, tornerà in Italia. Non all’Inter, la squadra che lo aveva scoperto quando era ancora un carneade in Brasile e con cui si era svelato al mondo in un’afosa notte madrilena grazie ad una sassata all’incrocio. Aveva appena 19 anni: diventò giocatore vero prima a Firenze e poi a Parma, prima di tornare a Milano. Doveva essere l’imperatore, si trasformò in un re senza corona da spedire in esilio. Il soprannome ovviamente gli è rimasto e a casa sua è tornato ad essere un giocatore vero sul campo. Cioè, quando ci si è presentato, almeno. Di nuovo goleador, non ha mai rinunciato alle sue compagnie pericolose, quelle di quando era ragazzo. Eh sì, perchè Adriano, dentro quel corpo smisurato e sotto quei muscoli da culturista, è ancora un bambino, nonostante le ventotto primavere. Se è in giornata, è capace di far fuori a spallate chi trova sulla sua strada e di sparare bordate terrificanti. Se è in nottata, può anche non presentarsi agli allenamenti. Il che si può fare in Brasile, ma qua, da noi, proprio no. Non andrà all’Inter, dicevo: si vestirà di giallorosso, classico acquisto della Roma. Un giocatore d’attacco, di buona fama, magari in cerca di rilancio. Carew, Mido, Nonda, Giuly, Wilhelmsson, Julio Baptista, Toni. Ora Adriano: l’Imperatore, a Roma, dovrebbe trovarsi bene.

L’avrà presa bene?

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Nessuna novità, diceva Lippi. E invece qualcosa di interessante è successo. Niente Miccoli (che si è anche fatto male, tanto per zittire ogni polemica), Cassano (che tanto tra poco si sposa) e Balotelli (che è giovane e farà i tre Mondiali successivi). No, la novità è un po’ più piccola. No, nemmeno Totti o Toni. Lippi ha fatto fuori Legrottaglie per far posto ad una punta in più, quel Giuseppe Rossi reduce da una stagione non esattamente esaltante in Spagna, di sicuro la peggiore da quando gioca nel Villareal. Il ct si porterà in Sudafrica gente più duttile, tra i difensori, ma anche tra i centrocampisti: un Palombo qualsiasi, per dire, può fare tranquillamente le veci di Legrottaglie. Per il resto, i nomi sono purtroppo quelli: sembra davvero una delle Nazionali più “ordinarie” di sempre, e non partrà certo tra le favorite. Quelle sono ben altre: su tutte la Spagna, ma occhio anche all’Inghilterra e alla Francia. Ovviamente temibili le sudamericane: leggetevi il reparto avanzato che potrà schierare Maradona e immaginatevi il Cannavaro versione 2010… certo, lasciare a casa Cambiasso non è una grande mossa, ed anche per il Brasile Dunga ci ha messo del suo. Tornando a Legrottaglie, ha già detto che Dio lo aiuterà a superare anche questa prova. E, comunque, io sono sicuro che una bestemmia l’ha tirata.