Frey, Montolivo, Mutu, Gilardino, Toni, Jovetic… e tanti altri. Corvino ha fatto arrivare a Firenze dei bei giocatori, ma alla lunga il giocattolo si è rotto. Il Progetto è naufragato (se mai c’è stato), ma i tifosi viola gli sono comunque riconoscenti per quello che ha fatto nei suoi sette anni da direttore sportivo. Di più, onestamente, non poteva fare: tutto sommato è la società a decidere quando è l’ora di vendere, si
può correre ai ripari, fare cassa e reinvestire, ma la ciambella non viene sempre con il buco. Finchè la proprietà ci ha messo oltre alla faccia anche i soldi la Fiorentina è rimasta nei quartieri alti, quando i Della Valle hanno sigillato il portafogli ed è iniziata l’emorragia di talenti la situazione si è fatta insostenibile. Firenze è una piazza esigente: se le casse del club hanno ricominciato a respirare, i tifosi si sono turati il naso davanti alla melma della zona retrocessione, inappagati da plusvalenze varie e tetti d’ingaggio rispettati. Un rapporto di lavoro può finire, ci mancherebbe altro: quello che stona è il momento dell’annuncio, proprio all’indomani della storica sconfitta contro la Juventus. Come a dire: ragazzi, ecco di chi è la colpa. Un po’ ingereroso, direi.
Mamma mia che bella Juve. Cinque reti tutte in una volta: in questa stagione non era mai successo ed era impensabile viste le difficoltà che i bianconeri hanno sempre trovato davanti al portiere avversario in questa stagione. Non mi vorrei sbagliare ma la Juve ha tirato sei volte nello specchio per un totale di cinque gol e un palo. O giù di lì. Cosa molto positiva, nella solita mancanza del bomber sta trovando continuità Vucinic (era
ora) ed è tornato a brillare e a segnare tutto il centrocampo, vero punto di forza della squadra. Se a Genova c’erano stati segnali di ripresa, adesso le gambe sembrano davvero tornate e con loro anche i tre punti. Difficile raggiungere il traguardo tricolore con un Milan che con le piccole non perde punti, ma la cinquina di Firenze sembra il modo migliore per affrontare il filotto di grandi sfide che inizia dal match di Coppa Italia proprio con i rossoneri. Bella Juve, dicevo, ma che Fiorentina è quella di questa stagione? Poca cosa, e mancava anche Jovetic. Con ogni probabilità mancherà anche l’anno prossimo: il montenegrino è destinato ad altri lidi e con lui Montolivo. Il futuro viola non è per nulla roseo, il Progetto è fallito e la piazza rumoreggia. Inutile nascondersi dietro le parrucche: a Firenze, culla del Rinascimento, si prospetta un Medioevo calcistico destinato a durare un bel po’.
Non è che io abbia qualcosa contro i napoletani, ma stava diventando una cosa insopportabile. In 5.000 erano passati dall’ombra del Vesuvio a quella del Big Ben: sembrava una cosa mai vista, un esodo biblico e, allora, via con i collegamenti da Stamford Bridge, i soliti discorsi sui bagarini e l’appuntamento con la storia. Ma si trattava di un ottavo di finale di Champions League e, tutto sommato, il Napoli poteva anche ba
ttere ogni suo record, per carità, ma era pur sempre alla terza partecipazione. Il fatto è che in Italia non riusciamo a non essere un po’ provinciali, ci esaltiamo per poco. Vabbè, per quanto riguarda la partita, il Napoli non ha nemmeno giocato male, soprattutto ad inizio gara, ma è andata a finire che ne ha presi quattro da una “ex ottima squadra”, come ho letto su qualche giornale. Il passaggio del turno è arrivato grazie alla vecchia guardia, che non a caso era stata artefice di tutti i successi targati Mourinho e Ancelotti. Insomma, gallina vecchia ha fatto buon brodo, ma non basterà nemmeno ai Blues per portare a casa la coppa. Per portarla via dalla Spagna servirebbe un miracolo. Uno di quelli veri, però. Qualcosa di incredibile, nel vero senso del termine. Ieri sera al termine dei tempi regolamentari ho sentito in tv “Chelsea-Napoli 3 a 1, si va ai supplementari, incredibile!”. Ecco, un po’ più incredibile di questo.
Il campionato ha vissuto la sua prima vera svolta: il Milan adesso ha più di una partita di vantaggio sulla Juventus che, ironia della sorte, fino ai recuperi è stata anche virtualmente prima con meno match giocati. La flessione dei bianconeri è evidente: l’unico alloro è quello dell’imbattibilità, ma se si fanno due conti ci si accorge di come, in realtà, tanto valeva perderne due o tre e vincerne altrettante invece di
pareggiare a ripetizione. Non che la Juve lo faccia apposta, è che l’hanno creata così. Non ha il bomber vero e per vincere deve produrre tanto e poi non è detto che i tre punti arrivino. A Genova è stato così ed è inutile che la società si nasconda dietro il silenzio stampa se Pepe a porta vuota prende il palo da un metro. Per vincere serve precisione e concretezza, cose che il Milan ha, insieme ad un pizzico di fortuna. Prendiamo Nocerino: è quasi in doppia cifra, ma contro il Lecce il suo era un tiro innocuo che è entrato in rete grazie ad una deviazione. Lo stesso era accaduto contro la Juventus. Ai bianconeri questo non succede praticamente mai: motivo per cui sarebbe meglio aggiustare la mira per non vedersi scappare di mano quanto di buono è stato raggiunto finora.
La Coruna per la maggior parte delle persone è una città di mare della Galizia. Per i milanisti, invece, incarna un incubo, quello di essere rimontati ed eliminati quando già si pensava a come affrontare il turno successivo. Forte del 4-0 dell’andata, il Milan ha rischiato grosso contro l’Arsenal. Se non
l’eliminazione, almeno di andare ai s
upplementari. A quel punto i Gunners avrebbero avuto dalla loro il fattore psicologico e chissà… ma non è successo. La partita è terminata 3-0, Milan ai quarti ma sudando freddo. La partita ha fatto capire come alcuni elementi non siano da grandi palcoscenici internazionali ma, soprattutto, ancora una volta i rossoneri non hanno potuto contare sul loro asso, quell’Ibrahimovic così grande con i piccoli e piccolo con i grandi, capace di abbattere con i suoi colpi le difese italiche ma anche così abile, poi, a nascondersi nelle sfide europee. Questa sua capacità di diventare invisibile, grande e grosso com’è, è stupefacente, esattamente come i colpi che sa inventare. Ormai ha 30 anni: da questo punto di vista difficile possa migliorare e, se ne faccia una ragione, a questo punto il Pallone d’Oro non lo vincerà mai. A meno che non decida una finale ma, visto come sono andate finora le cose, sembra piuttosto improbabile.
Una volta c’era un progetto mai ben capito (almeno da me), quello di Firenze. Aveva addirittura la “p” maiuscola: era il Progetto. Comprare giovani di valore, farli crescere e arrivare in alto con loro. Non è rimasto nessuno, solo Jovetic, ormai pronto al grande salto. In alto, appunto, ma con un’altra maglietta addosso. Ora ce n’è un altro, quello della Roma. Il progetto (non so se serva o meno il maiuscolo) comprendeva prima di tutto la scelta di una guida tecnica dal pedigree accattivante, ovvero Luis Enrique.
Veniva da Barcellona, aveva lavorato a stretto contatto con Guardiola e molti dei suoi giocatori erano approdati nella prima squadra più forte del pianeta. Possesso palla, bel gioco, almeno per iniziare. In attesa dei risultati, questo il piano. Ma a tutto c’è un limite e anche a Roma se ne sono accorti. La squadra giallorossa è sulle montagne russe da inizio stagione: non un barlume di continuità, difesa più che ballerina, quasi mai una formazione iniziale uguale a quella precedente. E adesso la panchina di Luis Enrique traballa: insomma, il tecnico è un po’ nella “mierda”, come direbbe lui. Credo che la dirigenza romanista abbia fatto qualcosa di buono vestendo di giallorosso alcuni giovani interessanti come Borini, Lamela, Pjanic, ad esempio. Tuttavia il fatto che Luis Enrique venga dal Barcellona non deve renderlo incolume dalle critiche. Perché il progetto finisce con Taddei e Rosi terzini quando manca il titolare che è Josè Angel, da rabbrividire. Per non parlare delle praterie nel mezzo. Lo so, sono il solito italiano che non dà tempo al progetto, ma questo entusiasmo per il tecnico asturiano mi sa tanto di esterofilia ingiustificata.
Se fino a poche giornate fa la Juventus aveva mezzo scudetto in mano, adesso il Milan lo sta portando un po’ più dalla sua parte. La squalifica di Ibrahimovic non s’è sentita, anzi, e ora che lo svedese è tornato pare avere una gran voglia di recuperare il tempo perduto. Nel frattempo la Juventus è scoppiata: non ha ancora perso, vero, ma a forza di pareggi non andrà lontano. Dodici punti in dodici partite: con sei
sconfitte e sei vittorie, per dire, avrebbe sei punti in più. Bello finire il campionato imbattuti? Dipende, chissà cosa ne pensano a Perugia. Il Milan ha dalla sua Ibra e un calendario decisamente più agevole. La Juventus, invece, ha la speranza che il momento di flessione sia finito e che le gambe ricomincino a girare. La punta che vince da sola le partite non ce l’ha e non poteva arrivare a gennaio. In compenso, però, sarebbe stato opportuno far giungere a Torino uno in grado di dare il cambio a Pirlo, Vidal e Marchisio. Non è successo e si vede. Conte ha grandi meriti e la Juventus sta facendo una stagione al di sopra di ogni aspettativa, ma in questo momento anche il tecnico ci sta mettendo del suo. Con scelte sbagliate sul campo, prima di tutto. E, poi, ha già detto che solo il Milan può perdere il campionato. Ok con il basso profilo, ma un po’ più di animo non farebbe male: se vince mercoledì la Juve è prima di nuovo.
C’era una volta la Santa Alleanza. Adesso è solo un pallido ricordo: Juventus e Milan l’una contro l’altra, così a muso duro, non si erano mai viste. Nemmeno al posto dei rossoneri ci fosse l’Inter. Sarà che le squadre in questione, storicamente, non sono mai state rivali. Quando la Juventus dominava, il Milan non c’era, e viceversa. I bianconeri più a loro agio tra le mura domestiche, rossoneri dalla più consolidata
vocazione europea. Eppure adesso le loro strade si sono incrociate e lo hanno fatto sulla strada per lo scudetto. Ne è venuto fuori un incidente destinato a causare conseguenze ancora a lungo. Il Milan poteva uscire dallo scontro diretto a +4 e dunque sicuro della vetta, rimane invece in testa, ma virtualmente la Juve è davanti. Il 2-0 non avrebbe condannato i bianconeri, ma per il Milan sarebbe stata una bella ipoteca sui tre punti. Gli errori di Romagnoli non hanno lo stesso peso, Conte può dirlo ma non credo lo pensi. Però è anche vero che Matri un gol buono lo aveva già fatto, che Mexes andava espulso e che, a ben guardare, l’angolo da cui è scaturito il gol fantasma non era stato battuto in modo regolamentare. Insomma, è successo tutto quello che poteva succedere, ed è strano. O, meglio, è incredibile. Si carica la partita, le polemiche iniziano in ampio anticipo e poi cosa succede? Il finimondo. Ma la cosa più assurda è che Muntari ha fatto due gol in due partite.
La Juventus spara, il Milan risponde. Il campionato si deciderà sulla tratta Milano-Torino e sul suo esito peserà (e non poco, a questo punto) lo scontro diretto del prossimo weekend, in programma a San Siro. La Juventus rialza la testa contro il Catania dopo un inizio da incubo e lo fa con lo stesso copione: mole di gioco superiore agli avversari, ma poca freddezza davanti alla porta, che è larga sette metri ma che per i bianconeri sembra sempre un po’ più stretta. Onore al Catania, però, che fino all’ingenuità di Motta era
rimasta in partita e che poteva farla anche sua se il tentativo di Almiron non fosse stato stoppato da Buffon. Montella è un buon tecnico che ama creare e non distruggere ma, forse, poteva osare di più e non tirare fuori i migliori dei suoi, cioè Barrientos, Lodi e Gomez. Meglio per Conte e per la Juve, che tra l’altro ha salutato la prima realizzazione di Pirlo, autore di una partita da incorniciare. Ai bianconeri, come ho detto, risponde però il Milan. Nessuna insidia dal sintetico di Cesena, anzi, buonissimi segnali, se è vero che hanno segnato Muntari ed Emanuelson, segno che, forse, i rossoneri sono un po’ più di Ibrahimovic più altri dieci. Oppure segno che il Cesena è ultimo e con poche speranze non per caso. Detto ciò, in attesa di sapere se Ibra con la Juventus ci sarà, il Milan si riprende la vetta, complice anche una partita da recuperare per i bianconeri. Adesso inizia la lunga vigilia: si attendono polemiche. Arriveranno comunque, sia con lo sconto sulla squalifica, che in caso contrario.s
Non sono passati nemmeno due anni dalla notte in cui l’Inter diventò Campione d’Europa, ne sembrano trascorsi almeno dieci. Di quella squadra che vinse tutto non è rimasto niente, se non il pallido ricordo, qualche protagonista in evidente declino e un fantasma. Quello di Mourinho, l’ex allenatore amato all’infinito e mai dimenticato. Alla decima sconfitta in campionato il Meazza non ci ha visto più e all’unisono ha invocato il tecnico portoghese, di stanza a Madrid ma con una mezza idea di tornare in
Inghilterra. Mou non si siederà di nuovo sulla panchina nerazzurra, se ne facciano tutti una ragione. E, anche se fosse, stavolta non basterebbe. Con una manciata di innesti azzeccati si prese l’Italia e l’Europa, adesso sarebbe da cambiare mezza squadra. Ranieri era riuscito a dare nuova linfa ad una rosa appassita come quella nerazzurra, ma alla lunga la fatica della rincorsa si è fatta sentire e anche se adesso l’Inter non è più nella parte destra della classifica, rischia seriamente lo stesso di non disputare l’anno prossimo la Champions League. E i suoi introiti servirebbero come il pane in una rifondazione che non può più essere rimandata. Per due estati consecutive Moratti non ha aperto il portafogli e si è affidato a tecnici che non lo convincevano. Poche idee ma confuse, insomma. Ma un lato positivo c’è: l’Inter adesso è messa male, ma almeno lo ha fatto gratis. Con i soldi risparmiati qualcosa può fare, a patto che non porti a Milano altri Alvarez.
