Bilancio negativo anche questa volta per le squadre italiane impegnate in Europa. Malissimo l’Inter, presa a pallonate a Londra, da salvare il Milan, che rimane però con l’amaro in bocca dopo il pareggio in extremis del Real Madrid. Ok la Roma, poi, per quanto riguarda la Champions League. Ieri, invece, giornata davvero nera per le nostre squadre: miseri pareggi per Juventus e Sampdoria, due brutte sconfitte in trasferta per Napoli e
Palermo. In particolare mi vorrei concentrare sui bianconeri e sui partenopei. Delneri aveva a disposizione una rosa ridotta, per usare un eufemismo: già nella formazione titolare giocava un Primavera. Poi ne sono entrati altri, si è prima fatto male Krasic, poi anche Legrottaglie. La Juventus ha finito in nove. Già, in nove, perchè fin dall’inizio, con Amauri, lo stava facendo in dieci. Ora le ultime due partite del girone: con i pareggi la Juve non va da nessuna parte, sarebbe l’ora di vincerne una. Capitolo Napoli: esaltante essere in vantaggio ad Anfield, seppur contro il derelitto Liverpool di questa stagione. Brutto prenderne tre e tutti alla fine, ma ancora più brutta la commedia (o tragedia) vista a fine partita: De Sanctis che si lamenta per il primo gol di Gerrard è la solita pagliacciata all’italiana. Rete valida, intervento sbagliato suo, stop. Ed il rigore ci stava. Però ci si deve sempre lamentare.
Confesso, non sono mai stato un estimatore di Inzaghi, e non lo divento certo adesso. Negli ultimi quindici anni trovo ci siano stati attaccanti più completi ed ugualmente efficaci, ma questo non vuol dire che l’attaccante del Milan non meriti un posto nella storia del calcio. Fin da quando giocava nella Juventus ho imparato ad apprezzarne l’istinto del gol, quel fiuto che lo portava a capire dove sarebbe andata a finire ogni palla vagante. Al tempo stesso, però, l’ho odiato calcisticamente diverse volte, perchè c’erano
partite in cui, prima di metterne dentro uno, di palloni fuori o in bocca al portiere ne piazzava tre o quattro. Fatto sta che, nonostante tutto questo, con la doppietta di ieri sera rifilata al Real Madrid, Inzaghi ha raggiunto la cifra record di 70 reti in Europa. Tra l’altro, un sunto perfetto del suo repertorio, con gol di rapina e seconda realizzazione viziata da fuorigioco. Nella stessa serata ha anche superato come realizzazioni in rossonero un certo Van Basten, uno che per eleganza era esattamente agli antipodi rispetto a lui. Comunque, 124 gol per l’olandese, una in più per Pippo. Ci ha messo quasi 10 anni per arrivare a questa cifra, e forse proprio in questo va dato merito ad Inzaghi, al suo non volersi arrendere mai, anche quando tormentato da infortuni, per intere stagioni era riuscito a mettere piede in campo pochissime volte, segnando col contagocce. Onore a SuperPippo, allora, o Real Pippo, fate voi. Non starebbe sul mio personale podio ( Crespo, Trezeguet, Van Nistelrooy, giusto per fare dei nomi in ordine sparso) degli attaccanti che ho visto dalla fine degli anni Novanta in poi, ma presumo che un milanista non lo cambierebbe con nessuno di loro. E, in fondo, farebbe pure bene.
Confesso di aver guardato in diretta la partitella dell’Inter solo fino al 4-1. Come dite? Era un incontro di Champions League? Non sembrava proprio. Ma d’altra parte questa è l’edizione peggiore di sempre, con le squadre peggiori che si siano mai viste nella massima competizione europea. L’Inter era partita in sordina, con un pareggio in Olanda, poi è letteralmente esplosa nelle altre due partite disputate finora. O almeno fino all’intervallo di ieri sera. Fino ad allora c’era stata solo una squadra in campo: uno, due, tre a zero dopo un
quarto d’ora, superiorità numerica, poker calato poco dopo. Poi si è illuminata la stella di uno dei più forti mancini dei prossimi dieci anni, Gareth Bale. Signore e signori, qua siamo davanti ad un potenziale fuoriclasse: che fosse forte si sapeva, ma quella di ieri sera è stata una vera e propria epifania. Consideriamolo un laterale, per non saper nè leggere nè scrivere: anche se non è brasiliano: ormai parte stabilmente da centrocampista esterno, mentre aveva esordito come terzino. Fatto sta che sembra davvero una sorta di nuovo Roberto Carlos. Guarda caso il suo nome era già stato accostato al Real Madrid… In effetti, se c’è un reparto in cui le merengues potrebbero migliorarsi è quello difensivo e provare a posizionare Bale nel suo ruolo originario potrebbe essere una soluzione: scommettiamo che Mourinho, mentre guardava la partita della sua ex Inter, ha segnato il suo nome sul taccuino?
La storia sono loro, per carità, ma il Real Madrid visto ieri sera sembra aver tutte le carte in regola per vincere anche in un futuro prossimo, cosa su cui il Milan sta ancora lavorando. Rose alla mano, Allegri ha tutte le attenuanti del caso: se dei rossoneri pre-Ibra si parlava come di una squadra allo sbando e senza speranza, non può essere certo solo l’inserimento dello svedese a cambiare tutto. In particolare in Europa, dove il
gigante di Malmoe non si è mai trovato a suo agio come nei campionati nazionali. Il Real Madrid è, come al solito, un’accozzaglia di campioni o presunti tali a cui però Mourinho per adesso sembra essere riuscito a dare un’identità ma, soprattutto, quello spirito di sacrificio necessario per vincere. Su questo deve lavorare Allegri: a Cagliari aveva fatto bene coniugando gioco e corsa, non è detto che riesca a ripetersi in rossonero. Per un Milan che torna con le ossa rotte da Madrid, c’è una Roma che per non ha nemmeno dovuto allontanarsi da casa per farsi del male. Durissima infatti la sconfitta patita a domicilio dal Basilea, non esattamente una corazzata abituata a mietere vittime in Europa. Ranieri ha molto lavoro da fare: inutile nasconderlo elogiando i suoi giocatori: nonostante un Borriello in stato di grazia la Roma zoppica e alterna buone partite a prestazioni sconcertanti. E c’è chi già parla di dimissioni. Rimboccarsi le maniche e ripartire alla svelta, questa è l’unica ricetta per guarire. Ma se l’anno scorso c’era quasi stato il miracolo, stavolta la strada sembra ancora più in salita.
Da quando la Champions League è diventata quella che è, è frequentata ogni stagione dalle stesse squadre, in pratica. Per questo, la sfida che stasera vede opposti il Milan e il Real Madrid ha perso un po’ di appeal, quello dell’evento raro tra le due squadre che hanno scritto la storia di questa competizione. I campioni non mancheranno, come
sempre: si sfideranno in campo, in panchina, invece, per adesso non c’è storia. Da una parte lo Special One, quello che ha vinto tutto e che vorrebbe continuare a farlo a Madrid, dall’altra un Normal One che per ora non ha alzato al cielo nessun trofeo. Logico che non ci sia da far nessun paragone: l’ha detto un po’ stizzito Mourinho, l’ha pacatamente ammesso anche Allegri. Alla sua età, ovvero 42 anni, il portoghese aveva già portato a casa tre campionati (due con il Porto ed uno con il Chelsea), una Champions League e una Coppa Uefa. Allegri vorrebbe imitarlo, non c’è dubbio: la sua squadra ha il blasone e forse l’organico per mettere in bacheca qualcosa, sta al tecnico toscano dimostrare di poter reggere la pressione di una piazza così esigente. Tanto per alleggerire la sua situazione, il Milan ha sì tradizione ed una sala trofei piuttosto farcita, ma il club più titolato al mondo, tanto per rimanere a stasera, è proprio il Real Madrid. Perchè esistono anche i campionati e le coppe non vanno solo contate, ma anche pesate. Ma non ditelo a Galliani.
Abbiamo così tanta nostalgia di Mourinho che ci esaltiamo per le sue conferenze stampa da madridista: stavolta il tecnico portoghese non ha detto di sentire nessun rumore di nemici, e nemmeno ha accusato qualcuno di prostituzione intellettuale o pronosticato una stagione da “zeru tituli”. No: ha semplicemente fatto notare a tutti, se non se ne fossero accorti, che l’escluso Pedro Leon non è nè Zidane nè Maradona e che per questo era un suo sacrosanto diritto lasciarlo a casa. Ho come l’impressione che se la stampa spagnola risece a creare casi anche in queste situazioni, beh, ben presto Mourinho inizierà a sentire la
nostalgia dell’Italia. Dove, sia chiaro, le polemiche non mancano: già rientrata quella su Totti e la sua sostituzione con Ranieri non condannato per lesa maestà ma solo perchè salvato dal tuffo di Vucinic, il capitano della Roma si è scontrato frontalmente con Di Canio. Il romanista migliore di sempre contro il giocatore della Lazio che più ha sentito la maglia nella storia: non poteva che finire a cornate. Di Canio, classico esempio di signorilità british con il pessimo vizio di drizzare il braccio destro (ma anche il dito medio) nei pressi delle curve, ha accusato Totti di non aver avuto un comportamento da capitano dopo la sostituzione con l’Inter, visto che è andato di corsa negli spogliatoi (doveva girare uno spot?), Totti ha replicato all’ex laziale di dover giustificare con certe sparate il suo cachet. In più, altre frecciate su vari argomenti. Sono polemici questi romani.
Ci sta che di calcio io ci capisca poco, per carità. Tuttavia continuo ad avere qualche caposaldo: uno di essi riguarda Antonio Cassano o, meglio, il fatto che si tratta di un giocatore sopravvalutato. All’alba della sua carriera, quando si fece beffe della difesa dell’Inter, era un 17enne pieno di talento. Oggi, passati undici anni, è un 28enne con lo stesso talento, ma con meno anni di carriera in cui sfruttarlo. Non sto dicendo che Cassano non sia un ottimo giocatore, tutt’altro: è l’atteggiamento di chi lo vuole ergere a salvatore della patria che mi è incomprensibile. Queste riflessioni
nascono dopo aver visto la puntata di Premium Football Club di ieri sera: per sua stessa ammissione, Cassano ha buttato via intere annate, quelle di Madrid, ma anche l’ultimo periodo romano. Non era un terrorista, ma un giocatore poco affidabile, questo sì. Per ritrovarsi, si è vestito di blucerchiato, smettendo di lottare per certi obiettivi e trovando un ambiente dove essere coccolato e mai messo in discussione. Quando questo è successo, Cassano stava per accettare la corte della Fiorentina, per dire. Ancora oggi si parla tanto della sua maturazione, come se a 28 anni e dopo più di due lustri in A questa fosse una conquista, mentre la vedo piuttosto come un demerito: Cassano è forte, sì, ma per quanto mi riguarda l’unico fuoriclasse che potrebbe ridare nuovo slancio alla nostra Nazionale è Balotelli, uno che, sia chiaro, ha tutto per ripercorrere gli errori del talento di Bari Vecchia, a cui si è perdonato tutto. Cassano ha sempre goduto di ottima stampa e non capisco perchè ha avuto sempre questa fiducia incondizionata. Forse perchè è andato al Real Madrid ma non ha mai vestito le maglie di Juventus, Milan o Inter. E non credo sia un caso.
Due grossi calibri dovevano lasciare l’Inter, ma sono ancora al loro posto, anche se le loro situazioni sono decisamente diverse. Maicon, a quanto pare, rimarrà nerazzurro anche la prossima stagione: l’assalto del Real Madrid al laterale brasiliano c’è stato, sì, ma non è stato così deciso come ci si aspettava. Una società che spende e spande a casaccio, si mette a contrattare sui 5 milioni quando da contrattare ci sarebbe ben poco: qua stiamo parlando di uno che la fascia se la mangia. Se offri 25 e l’Inter chiede 30, lo sforzo va fatto: è per altri che magari bisogna
pensarci su. Per Maicon no: strano che Mourinho non si sia impuntato per averlo in squadra. Il mercato è ancora lungo, vero, però le parole di Moratti sono chiare: “Rimane all’Inter. È stato trattato da altre società, come altri giocatori. Lo considero forte, talmente forte che, forse, mi è concesso anche di non venderlo. Ho deciso di ritirarlo dal mercato”. Credo ritenga forte anche Balotelli, ma stavolta gli sembra il caso di vendere. Un presidente che a suo tempo si innamorò di Recoba coprendolo di soldi, non tratterrà il più forte giocatore italiano dei prossimi dieci anni. La trattativa è ancora in una fase di stallo, ma tra mezze dichiarazioni e feste d’addio, Balotelli è virtualmente in Inghilterra. Lo aspetta Vieira, felice del suo arrivo: “Non ho alcun dubbio sulle sue grandi qualità, è un giovane di talento ed un calciatore che ha un grande futuro. Balotelli è un po’ come Craig Bellamy o Carlos Tevez. Certi giocatori fanno del temperamento acceso il loro modo di comportarsi, ma la cosa più importante che un calciatore deve fare è dare tutto per il proprio club. E Balotelli lo fa”. Certo, se fosse stato il Milan avrebbe dato anche di più, ma pazienza.
Quanto può essere credibile un titolone di Marca? Pur non essendo un esperto di stampa spagnola, suppongo la risposta sia poca. Però una piccola, infinitesimale speranza la voglio tenere per me. “Un tanque para sustituir a Raul”: questo grandissimo giocatore che ha fatto la storia del Real se n’è andato in Germania, allo Schalke 04, e per sostituirlo, almeno dal punto di vista meramente numerico, Mourinho avrebbe chiesto
un attaccante di peso. Non solo, avrebbe anche fornito una mini lista con tre opzioni: Mario Gomez, Hugo Almeida e Amauri. Buongustaio, Mourinho, c’è poco da dire. Però la richiesta ha una sua logica: Mourinho, per variare le soluzioni offensive, potrebbe davvero volere uno specialista nel gioco aereo. Uno per il quale non spendere troppo, magari, visto che sarebbe una riserva. Se fossero davvero questi i candidati, Amauri partirebbe comunque svantaggiato dal fattore età: Gomez ha 25 anni, Almeida 26, lui già 30. Il favorito per il prezzo sarebbe invece il portoghese: Amauri è stato valutato più di 20 milioni appena due anni fa, non parliamo poi di Gomez, il cui trasferimento al Bayern Monaco era stato pesantissimo dal punto di vista economico. Una punta deve fare i gol, però: qua chi è il favorito? Per le reti segnate finora in carriera proprio Gomez, poi tra Amauri e Almeida c’è sostanzialmente una parità all’insegna della mediocrità. Almeida ha dalla sua, però, la carta della “portoghesità”, che potrebbe contare qualcosa, se queste voci di mercato avessero un fondamento di verità. Amauri potrebbe guadagnare posizioni per un fatto, cioè perchè Mourinho lo conosce bene, avendolo avuto nel suo campionato per due anni. Ah, no, giusto. Questo non giocherebbe a suo favore.
Difficile migliorare una squadra che nel corso dell’ultima stagione ha vinto tutto. Impossibile fare meglio come risultati, molto complicato operare per aumentare il livello della rosa. L’Inter in Italia non dovrebbe avere problemi a ripetersi: le avversarie sono molto lontane dal suo livello attuale e la forbice potrebbe addirittura allargarsi. Di cosa potrebbe avre bisogno la squadra nerazzurra per primeggiare ancora in Europa? Dando un’occhiata alla rosa che ha trovato Rafa Benitez, di un terzino sinistro e di un mediano da affiancare
a Cambiasso. I centrali difensivi non sono di primo pelo, ma per una stagione reggeranno e dall’anno prossimo arriverà Ranocchia, e potrebbe rimanere Burdisso. Sono stati presi ricambi giovani e di valore come Mariga e Biabiany. Mancano quei due tasselli lì: Chivu non ha il passo del terzino ed è di cristallo, Santon deve maturare ed ha una pericolosa inclinazione verso l’infortunio, in mezzo al campo il tuttofare Zanetti non sarà eterno e si può trovare qualcosa di meglio, come frangiflutti, di Stankovic o Thiago Motta. Gente da mandare via per raggranellare un discreto “tesoretto” ci sarebbe: Cordoba, Muntari, Materazzi, Rivas, Mancini, Suazo. Se non altro, l’Inter potrebbe liberarsi dei loro ingaggi. Invece Moratti sta per vendere due giocatori che personalmente non cederei mai, ovvero Maicon e Balotelli. Nel mondo non c’è un terzino (termine riduttivo) destro come il brasiliano, in Italia non c’è un ventenne forte come SuperMario. L’Inter non diventerà debole vendendo loro, per carità, anche perchè con i soldi in arrivo si butterà su Mascherano e su qualcun altro. Ma l’anno scorso con la cessione di Ibrahimovic arrivarono soldi ed Eto’o: difficile capiti di nuovo il colpaccio.
