Le regole del gioco

Filed under: Champions League by: Matteo Innocenti

Siamo arrivati al punto da vedere una sconfitta di misura contro il Barcellona come un risultato di cui essere soddisfatti. Facendo una sintesi mi pare che le cose stiano esattamente così. E non mi piace, non mi piace nemmeno se sono juventino e non milanista. Non mi piace, essenzialmente, perché anche Messi e compagni, nonostante i campionati e le coppe vinte, hanno due gambe e due braccia come tutti gli altri. Di “marziani” in campo ce n’era uno, proprio lui, e mettiamoci anche Xavi. Intendo giocatori che saranno ricordati per sempre come grandissimi nella storia del calcio. Tutti gli altri erano ottimi o buoni giocatori, che però hanno avuto ieri sera, e di solito ce l’hanno sempre, la capacità di trovarsi ad occhi chiusi. Servono i piedi, vero, ma a quei livelli non dovrebbe essere quello il problema. Serve sicurezza nei propri mezzi, serve tanta corsa e coordinazione tra i reparti. Cose che non sono innate, a differenza del talento: ci si lavora su nel tempo. Il gioco del Barcellona si basa su un dato di fatto e su una regola da rispettare. Finchè hanno palla loro gli altri non segnano. Questa la certezza. La regola invece, dice di passare la palla se si è pressati e di guadagnare metri se invece non lo si è. Se ci pensate sono cose in grado di fare anche gli essere umani. Detto ciò, per battere la squadra di Guardiola non è necessario rispondere con la stessa moneta. Si può anche giocare di rimessa, facendo le barricate o alzando la palla. Ma lo si deve fare bene, in blocco. Ecco perché una sconfitta contro il Barcellona deve rimanere pur sempre una sconfitta.

Messi spara, C.Ronaldo risponde

Filed under: Pallonate by: Matteo Innocenti

Nella serata di Champions League di martedì Leo Messi ne mette tre nella porta avversaria, passa un giorno e Cristiano Ronaldo risponde con una doppietta. Ok, ci sono dei rigori di mezzo, ma non è sempre così: questi qua segnano con una regolarità impressionante. Da qualche stagione, in pratica, fanno un gol a partita. Per un attaccante parlano le reti: ecco, siamo davanti a gente che definire logorroica è poco. Messi sta abbattendo tutti i record del Barcelona, C.Ronaldo (per noi che abbiamo vissuto gli anni Novanta Ronaldo è ancora l’altro), nel suo piccolo, l’anno scorso ha segnato 40 reti nella Liga: come lui nessuno mai. Siamo davanti a due dei più grandi giocatori di tutti i tempi? I puristi e i nostalgici, che spesso coincidono nella stessa persona, non riescono a non storcere il naso. Prima si marcava meglio, dicono, lo si faceva a uomo. E si picchiava davvero. Messi da anni convive con il fantasma di quell’altro tipo, quell’argentino mancino e piccoletto pure lui. C.Ronaldo invece convive proprio con il fantasma di Messi: se il buon Leo non fosse mai esistito probabilmente un Pallone d’Oro in più lo avrebbe conquistato. Sono agli antipodi i due: quanto l’argentino è l’archetipo del bravo ragazzo, quanto il portoghese è il tamarro irriverente e gasato. Si tende a ricordarsi il passato migliore di come non sia davvero stato: ecco perchè c’è chi preferirà sempre Maradona a Messi e, per dire, Best a C.Ronaldo (anche se negli anni il giocatore del Real Madrid è diventato giocatore d’attacco universale). Ma, tutto sommato, inizio ad avere dei dubbi che le cose rimarranno ancora a lungo così.

Punti d’oro

Filed under: Champions League by: Matteo Innocenti

Due punti racimolati in tre partite: due pareggi arrivati nelle trasferte più impegnative e una sconfitta a domicilio insaspettata. Oppure no? L’Inter non ha ancora una sua identità, l’ho già scritto. Non è ancora l’Inter di Gasperini e non è detto che riuscirà ad esserlo, anche perchè di questo passo chissà se il panettone riuscirà a mangiarlo. Zarate non è Eto’o, però: mica è colpa dell’allenatore. Forlan sarebbe stato un po’ meglio ma, si sa, non può giocare in Europa. E l’attacco, a differenza di Palermo, non ha punto. Un po’ di sfortuna, imprecisione sotto porta, poi una dormita della difesa ed un pizzico di egoismo: ricetta perfetta per una frittata. Turca. Bene invece in Napoli, addirittura in vantaggio in quel di Manchester, sponda City. A me Mazzarri piace e non l’ho mai nascosto, perchè ho l’impressione che metta sempre in campo la squadra nel modo giusto. In effetti consiste in questo il mestiere dell’allenatore. Ecco, allora Mazzarri è un grande allenatore: Napoli chiuso a riccio in difesa, esterni attenti ma pronti a ripartire e contropiede sempre in agguato, con quei tre lassù. Ed infatti il gol è arrivato proprio così. Poi, certo, se le traverse contassero almeno mezzo gol il City avrebbe vinto, ma il regolamento non lo prevede. Prevede invece che una squadra segni dopo una manciata di secondi, che si rannicchi e subisca il gioco avversario per altri novanta e che poi segni di nuovo portando a casa un punto. L’ha fatto il Milan a Barcellona, ma nessun tifoso rossonero credo si sia lamentato.

Dategli una telecamera

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E vi darà un titolo. De Laurentiis è fatto così: gli piace stare davanti alle telecamere e fare spettacolo. Durante il mio stage a Sky Sport 24 ho tagliato un’intervista a Ferlaino. Lo storico presidente del Napoli aveva in pratica definito il suo “erede” uno showman: ecco, sono totalmente d’accordo. Il fatto è che credo che a volte esageri e credo anche che lo pensino i tifosi del Napoli. Che bisogno c’è di dare a Messi del cretino perché va a giocare la Copa America? E questo è solo l’ultimo episodio di una serie di dichiarazioni fuori luogo. Credo che ormai nel calcio si parli troppo e spesso a sproposito e che De Laurentiis sia l’alfiere di questo trend. Certo, i risultati sportivi sciolgono la lingua: vediamo se continuerà anche in tempi bui per il Napoli, quando arriveranno. Detto ciò, quella appena trascorsa non è stata una giornata banale, perchè la Roma ha ufficializzato l’arrivo di Bojan e la Juventus la cessione di Felipe Melo. Due operazione che ho capito poco. In pratica, ad oggi Bojan è come se fosse andato alla Roma in prestito per due anni. Poi magari si mettono d’accordo, ma se si rivela un fenomeno i giallorossi dovranno aggiungere 28 milioni per tenerlo. Ma ora come ora l’affare mi sembra l’abbia fatto il Barcelona. Per quanto riguarda Melo, ok, la Juve risparmio sull’ingaggio e incassa qualcosa per il prestito, ma non c’è nessun obbligo per il Galatasaray. Se fa una grande annata in Turchia bene, sennò c’è il rischio di un Tiago-bis. Era proprio il caso?

Aspettando Messi

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Non credo ci possa essere discussione: attualmente Messi è il miglior giocatore del mondo. Due Palloni d’Oro ed il terzo in arrivo sono lì a dimostrarlo. Si tratta dell’erede designato di Maradona: anche stesso piede letale, il sinistro. A fare la differenza per adesso è il rendimento con la maglia della Nazionale. Diego trascinò i suoi al titolo mondiale, Leo con l’albiceleste sembra uno dei tanti. Ha tempo per emulare e magari superare Maradona: in fin dei conti, Messi ha solo 24 anni. Però con l’Argentina sembra bloccato, non è mai lui. Non è quello che incanta con il Barcelona, diventa uno dei tanti. Contro l’Uruguay ha saltato spesso l’uomo in velocità, ma poi si perdeva, ogni tanto ha tirato fuori un assist interessante, sì, ma mai un tiro davvero insidioso o una giocata decisiva. Ho come la sensazione che, per non essere accusato di egoismo, con l’Argentina Messi tenti meno l’azione personale e cerchi molto i compagni, forse troppo. Se dovessi dargli un voto dopo il match con l’Uruguay, gli darei 6, non di più: la partita che ha fatto è stata sufficiente. Non sono tra quelli che pensano che se Messi gioca una partita normale debba prendere 5 in pagella, no. Ha due gambe tutti gli altri ed è umano: il 6 rimane 6. Ma da lui è lecito aspettarsi qualcosa in più. E in Argentina stanno aspettando da un bel po’.

Ok il bilancio, ma la Champions?

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Credo sia stato bellissimo essere un tifoso dell’Udinese a maggio, dopo due mesi suppongo invece che stia diventando un po’ una sofferenza. Ufficializzate le cessioni di Inler e Zapata, per Sanchez al Barcelona siamo invece ai dettagli. Tre pietre angolari. Tutto sommato, c’è però da dire che si sapeva da mesi che lo svizzero e il cileno se ne sarebbero andati, decisamente a sorpresa invece la partenza di Zapata, che tra l’altro si è sistemato al Villarreal, senza fare nessun salto in avanti in carriera, in pratica. “O’lione” Inler, invece, è passato al Napoli e per l’occasione ha dato vita ad una scenetta desolante ed a giudicare dalla sua espressione avrebbe preferito essere in qualsiasi altra parte del globo in quel momento. Anche se il Napoli non è il Barcelona, però almeno lui un salto in avanti l’ha fatto. Non quello che avrebbe magari voluto fare, ma l’ha fatto. E lo sta per fare anche Sanchez, proprio verso la Catalogna, ed in questo caso il salto è triplo, ma anche quadruplo. Sanchez, Inler e Zapata: in totale arriveranno circa 65 milioni di euro. Non verranno reinvestiti tutti sul mercato, non sarebbe da Udinese, anche se l’Udinese farà la Champions League: ed allora, ecco pronta un’altra infornata di talentini da tutto il globo, nella speranza che tra di loro ci sia un nuovo Sanchez, da pagare poco e poi vendere a peso d’oro. Ma il rischio che l’Udinese faccia come la Sampdoria l’anno scorso adesso sembra reale. E sarebbe un peccato.

Addio Aguero

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Per la Juventus l’unica speranza per arrivare ad Aguero era che facesse una brutta Copa America: puntualmente, l’argentino ha segnato all’esordio contro la Bolivia. Era partito in panchina, è entrato al posto di Lavezzi (che forte delle 6 reti segnate in A ha il posto da titolare…) ed è stato subito decisivo. Non solo ha segnato, ma ha anche fatto un bel gol. Nella Liga, tuttavia, Aguero ha già dimostrato il suo valore. Per questo, mi sembra strano che in tutta Europa non ci sia un altro club sulle sue tracce. Il Real Madrid, per esempio, che non si è ben capito se abbia preso o no Neymar, oppure il nuovo Chelsea di Villas Boas: le due minacce per la Juventus dovrebbero essere questi due club che, se si muoveranno, faranno fuori i bianconeri dall’asta per Aguero, c’è poco da fare. A quel punto, la Juve potrebbe ripiegare su Rossi, che male non sarebbe, e che potrebbe costare anche un po’ meno. Oppure, alla fine, arriverà Vucinic: in questo caso, il montenegrino potrebbe essere preso per farlo giocare largo. Insomma, per stare in un ruolo che non è il suo e che non ha mai gradito nemmeno a Roma. Comunque, tutto si deciderà tra quasi due mesi: il mercato è lungo e ci sarà tempo per buttare via soldi, tranquilli. Nel frattempo, di Bastos non si sa più nulla. E pensare che sarebbe stato l’ideale.

La scelta giallorossa

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La notizia era nell’aria da giorni, adesso manca solo la presentazione alla stampa: il nuovo allenatore della Roma è Luis Enrique. Sì, proprio lui, il jolly tuttofare di Real Madrid e Barcelona, grande giocatore che ai Mondiali del 1994 si prese una gomitata terrificante da Tassotti. Dal Barcelona B passa alla Roma, quella vera, di certo un bel salto, ma comunque meno impegnativo di quello del suo predecessore Guardiola. O forse no: in fondo, l’attuale allentore del Barca ereditò una squadra più forte e non cambiò paese, e nemmeno città. Sono pochi gli spagnoli che hanno avuto successo in Italia, almeno tra i giocatori. Cosa porterà Luis Enrique a Roma? Di lui si sa tutto sommato poco, a parte il pittoresco fatto che alleni con gli occhiali da sole. L’unica cosa che dovrebbe essere sicura è il modulo: 4-3-3, visto che dalle parti della Masia giocano tutti così. La Roma ha gli uomini giusti? Di sicuro dovrebbe trovare meno spazio Totti: Luis Enrique avrà bisogno, presumo, di attaccanti più mobili. Se al Camp Nou Ibrahimovic fu un buco nell’acqua, la stessa sorte potrebbe toccare al capitano giallorosso, insomma. Potrebbe fare al caso suo Vucinic, sul quale le ultime voci di mercato vogliono la Juventus, passata da Tevez a Benzema, da Benzema ad Aguero, da Aguero a Sanchez e da Sanchez a Vucinic. Almeno adesso girano nomi realistici.

Troppo forti

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Curioso che io fossi nella redazione di Sky Sport 24 e che non abbia visto la finale di Champions League. Curioso per voi, forse. Fatto sta che me la sono vista a pezzi, e senza sorprese, visto che con l’audio in differita grazie alle urla degli altri già sapevo che Pedro, Rooney, Messi e Villa avrebbero segnato. Eh vabbè, tanto la finale che non mi perderò sarà quella del prossimo anno, quando in campo ci sarà la Juventus. Detto questo, mi pare di aver capito che il Barcelona abbia vinto con merito, con il solito possesso palla che sfianca gli avversari. Il pronostico diceva Barca e così è stato: oggettivamente il Manchester United è inferiore, ma a volte la sorpresa c’è, e lo so bene (Monaco di Baviera, 1997, vi dice niente?). Il Barcelona ha il suo tipico stile di gioco e quando arriva qualcuno non funzionale al massimo, il meccanismo si inceppa. E l’unica soluzione è bloccarli arroccandosi dietro, come l’Inter l’anno scorso, e senza qualche aiutino arbitrale forse non sarebbe bastato. Quando c’è chi corre, gioca a palla bassa ed è forte tecnicamente, sono arrivate tre Champions League in sei stagioni, e non solo, ovviamente. A proposito di meccanismi: Ibrahimovic non faceva al caso loro, e lo hanno venduto. Le due squadre che se ne sono liberate, l’anno successivo hanno trionfato in Europa. Mi sa che Galliani lo sta già vendendo al Real Madrid: per la decima coppa, se sono furbi, ai Blancos basterà aspettare fino al 2013. Due anni, che sarà mai?

Special One anche lui

Filed under: Champions League, Europa League by: Matteo Innocenti

Peccato, perchè dopo la vittoria del Barcelona sul Real Madrid avevo elaborato un titolo splendido, “Messicrati”. Poi è venuto l’incendio ad Aruba e non se n’è più fatto niente. Ed allora, slitto sull’Europa League, competizione che regala un bel po’ di spunti. Lo fa perchè ci sarà, tranne roboanti sorprese, una finale tutta portoghese, e magari si trattera di Porto-Benfica: insomma, l’equivalente lusitano del “Clasico” di Champions League. A proposito, se il grande sconfitto di Real Madrid-Barcelona è stato Mourinho (che non l’ha presa proprio bene), il grande vincitore nella campagna europea del Porto è il suo connazionale e già erede designato Villas Boas. Se Mourinho come tecnico è stato precoce, lui lo ha già superato. Insomma, il classico caso dell’allievo che supera il maestro, alla stessa età, almeno. Per Villas Boas la strada è lunga, ma c’è da dire che il tempo non gli manca: è più giovane di tanta gente che ancora gioca. Lui non l’ha mai fatto, mentre Mourinho, seppur a bassi livelli, almeno c’aveva provato. Fatto sta che entrambi sono cresciuti a pane e calcio, sono passati dal Barcelona e si sono affermati alla guida del Porto. In mezzo, fruttuose collaborazione prima nello staff dei “Dragoni”, poi del Chelsea ed infine, appunto, in quello dell’Inter. Mou allenatore, Villas Boas suo assistente. All’Inter si staranno mordendo le mani: l’erede naturale dell’amato Josè ce l’avevano in casa, ma era talmente tanta la smania di provare a metterci la faccia che l’assistente preferì provarci a Coimbra. Adesso provare a riaverlo costerebbe, vista la clausola con cui è stato blindato dal Porto. Comunque sia, detesto che Villas Boas venga chiamato “Special Two”: lo so che è facile, ma, per quanto ne sappia, in inglese non vuol dire nulla.