Stadio di grazia

Filed under: Pallonate by: Matteo Innocenti

Non so se quello che per ora si chiama Juventus Stadium cambierà il calcio: a livello internazionale non risulta un impianto di prim’ordine, ha tutto sommato delle brutture come i tiranti che fanno storcere in naso e ha una capienza di poco più di 40.000 spettatori. Ma per il calcio italiano rappresenta senza dubbio un passo in avanti: come potenziale atmosfera dovrebbe somigliare allo stadio di Marassi, sperando sempre nel tutto esaurito: e non è poco. Ma ovviamente il discorso è più ampio, perchè la vera rivoluzione riguarda il fatto che si tratta di un impianto di proprietà della società, e pazienza se si dovrà chiamare in un modo orribile. Possiamo sempre fare finta che sia intitolato agli Agnelli (Gianni e Umberto) o a Scirea. Meno interessante è, almeno per quanto mi riguarda, la presenza degli sky box e centro commerciale: allo stadio si va per vedere la partita e anche in Inghilterra funziona così, per quanto ne so io. Parlando un po’ della cerimonia che ho seguito senza audio (al pub, grande cuore), devo dire che mi è sembrata bella, con momenti commoventi (Heysel, Scirea e, perchè no, il duetto Del Piero-Boniperti) e altri spettacolari. Certo, si rivendicano i 29 scudetti e poi non si invita Moggi, ma Moratti sì. Chi ci capisce qualcosa è bravo. Mancava Nedved, peccato, mancava anche Vialli, peccato anche qua. Mancava pure Zidane ma a Torino non c’è il mare, va capito. Sono acido perchè rimarrà per sempre il giocatore più forte che ho visto nella mia squadra, sia chiaro. E quando ho visto Montero ho sperato che gli facessero firmare un contratto spedendo Bonucci in Uruguay. Ma vabbè, tra poco si gioca. Fatto lo stadio, sarebbe meglio metterci a giocare una squadra decente. Vediamo un po’.

Ricordiamolo così

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Cinque anni fa l’Italia diventava Campione del Mondo: sembra passato un secolo. Ed in effetti nel calcio un lustro può essere una vita. Dei protagonisti della cavalcata trionfale di Germania 2006, non ce n’è uno che sia ancora oggi un giocatore di sicuro affidamento, vuoi per l’età, vuoi per altri fattori. Se Lippi continua a dire di volere una squadra per il Mondiale del 2014, è fresco l’annuncio del ritiro di Cannavaro, simbolo di quella squadra, al punto da aggiudicarsi il Pallone d’Oro del 2006. I maligni, ma non necessariamente solo loro, potrebbero dire che Cannavaro si era già ritirato da un paio d’anni, ovvero dall’estate in cui accettò di ritornare alla Juve, per una minestra riscaldata che rimase sullo stomaco un po’ a tutti: a lui, alla società, ai tifosi. Non consideriamo poi l’ultima annata a Dubai: poco più di calcio parrocchiale, ma pagato bene. Recordman di presenze in azzurro, Cannavaro è stato insieme a Nesta il miglior difensore della sua generazione ed ha vinto, con i club, meno di quanto avrebbe meritato: dopo Calciopoli, nel suo palmares il primo campionato vinto è arrivato alla non più tenera età di 34 anni. Ancora oggi, c’è chi preferisce ricordare Cannavaro per quel video dei tempi di Parma e prova un po’ di piacere nel ricordarlo come un dopato (basta andare in giro per i forum o su youtube per averne conferma), o per il fallimentare ritorno alla Juventus, o per la figuraccia in Sudafrica. Credo che sia meglio ricordarlo per quello che ha fatto in campo, con i club e con la Nazionale. Sperando, magari, che ne venga fuori un altro, di Cannavaro. Perchè la nostra povera Italia (del calcio) ne avrebbe davvero bisogno.

Pepita

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Dopo aver messo in cassaforte la qualificazione ai prossimi Europei grazie alla vittoria esterna contro la Slovenia, la Nazionale fa bella figura lontano dai nostri confini e proprio in casa di chi ospiterà (con la Polonia) il prossimo appuntamento continentale tra poco più di un anno. 2-0, Rossi e Matri: entrambi stanno vivendo la miglior stagione della carriera, ed in coppia sono andati a segno ieri sera. Certo, l’Ucraina è solo una lontana parente di quella che superammo in Germania nel 2006, ma quello di Pepito è l’ennesimo gol di una stagione fantastica, quella della consacrazione. In quattro anni di Liga è sempre andato in doppia cifra ed in estate sarà l’ora di andarsene, di abbandonare il Sottomarino Giallo ed uscire allo scoperto per viaggiare verso traguardi più prestigiosi. Spero che vada al Barcelona: come caratteristiche fisiche e tecniche sarebbe l’ideale. Rossi non è un top player e forse non lo sarà mai, ma stando a contatto con dei fenomeni, potrebbe migliorarsi ulteriormente. Con un Balotelli che sta marcendo ancor prima di maturare e con un Cassano rimasto quello di dieci anni fa, il giocatore del Villareal rappresenta la nostra più grande speranza. Non è molto per vincere l’anno prossimo, anche perchè tra Gilardino, Pazzini, Borriello e Matri in Italia non c’è un centravanti che scriverà la storia del calcio. Ma credo che, in fondo, a Prandelli una vittoria non l’abbia chiesta nessuno. E per migliorare rispetto ai risultati dell’ultimo Lippi basteranno tre punti. Insomma, comunque vada sarà un successo.

Quando c’erano loro…

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In questi anni di magra, cosa ci può essere di peggio, per i tifosi di Juventus e Torino, che rivedere in campo le loro vecchie glorie? Direi poco, e credo che quasi tutti avrebbero preferito non vederla la partita in questione, se non fosse stata organizzata per uno scopo benefico. Parlo per la parte bianconera: credo che molti di coloro visti in campo farebbero la loro discreta figura nella Juve odierna. E vederli ricordando i tempi gloriosi che furono fa un po’ male. Guardi Ravanelli, uno che fa anche le marce con i tifosi, e pensi a Iaquinta, ed a quel punto scuoti la testa. Poi scorgi Montero e ti rendi conto che al suo posto adesso gioca Bonucci, che si crede Beckenbauer ma che per ora non vale un decimo del buon (fuori dal campo) Paolo. C’è anche Vialli, il leader che oggi manca. E poi, lancio millimetrico di Zidane per Nedved che corregge in rete: tredici anni di storia bianconera in una giocata tra due fuoriclasse diversi, ma capaci di farsi amare da un popolo, quello juventino, che ormai vive di ricordi. Lippi, poi, il tanto criticato Lippi. Quello che ci ha fatto uscire dal Mondiale, ma che quattro anni prima ce lo aveva fatto vincere. E che aveva portato a Torino tanti trofei dopo anni di digiuno. Sono passati cinque anni dall’ultimo scudetto e per vincerlo di nuovo servirà gente come quella citata sopra. Speriamo che Marotta abbia preso appunti.

Calcio tottalex

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Sarà perchè le carriere si sono allungate, ma in questi anni abbiamo tutti visto in campo alcuni giocatori che hanno scritto i loro nomi nelle storie dei rispettivi club. E non lo hanno fatto in maniera banale: sono assoluti recordmen. Totti e Del Piero, due capitani che da più di tre lustri dispensano giocate e segnano per le stesse maglie. Dai primi anni Novanta, quando esordirono, il calcio italiano non ha più prodotto nessuno del loro livello e anche con questo si può parzialmente spiegare il naufragio di Sudafrica 2010. Stiamo parlando di due grandissimi: dopo di loro sono arrivati tanti buoni giocatori, come Cassano, ad esempio, ma la differenza è abissale. Sembravano finiti tante volte Totti e Del Piero, ed invece sono ancora lì, e le loro squadre dipendono ancora da loro. Come ho scritto in passato, i tifosi non si devono far prendere dal cuore: questo non è un buon segno. In più, le bandiere sono belle, ma quando è tempo di ammainarle, che lo si faccia. Il fatto è che i due capitani protagonisti della giornata di ieri riescono ancora ad essere importanti per le loro squadre e nel frattempo non è arrivato nessuno in grado di sostituirli. A Roma poteva essere Cassano, appunto, a Torino Del Piero ha “fatto fuori” i vari Miccoli, Palladino, Giovinco, Diego… ma se era più forte di tutti non gli se ne può certo fare una colpa. Francesco e Alex fanno anche pubblicità, ma essenzialmente sono un spot per il calcio.

Simbolo di un calcio che fu

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Oggi se n’è andato un monumento del nostro calcio: Enzo Bearzot, ct dell’Italia Campione del Mondo nel 1982. Malato da tempo, si è spento a Milano all’età di 83 anni. Il Friuli ci ha regalato tanti allenatori di valore, in molti hanno vinto con squadre di club, lui lo ha fatto con la squadra di tutti, la Nazionale. Ci è rimasto a lungo su quella panchina, più di chiunque altro, più del mitico Pozzo e di chi gli è venuto dopo di lui: 104 volte ct, record difficilmente superabile. Ha portato l’Italia a disputare tre Mondiali: se il titolo arrivò al secondo tentativo, gli azzurri più belli si erano visti quattro anni prima in Argentina. All’epoca non ero nato, e non c’ero nemmeno per il Mundial. In Messico, nell’86, peccò di gratitudine e portò con sè qualche bollito di troppo, un po’ come Lippi quest’anno. I due hanno in comune hanno un titolo Mondiale: Bearzot poteva contare su più campioni, ma in Spagna toccarono in sorte avversari terribili, va detto. Gli azzurri fecero quadrato, si strinsero, vinsero. Lui ci mise del suo. Certo, con i campioni. E con presidenti della Repubblica che giocano a scopone. In quella foto, famosissima, ci sono Bearzot, Pertini, Causio, Zoff. C’è soprattutto un calcio più semplice, un pezzetto del quale se n’è andato giusto oggi.

Se questi sono bei segnali…

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Ancora Nazionale.Dopo che se n’era parlato per una stagione intera, quasi due, credevo che la convocazione di Amauri avrebbe fatto più scalpore una volta che fosse avvenuta. In realtà, la storia dell’oriundo in Italia è vecchia, e la nostra rappresentativa ha basato parte delle sue fortune anche su di loro. Tuttavia, quello che rende il caso-Amauri particolare è che il giocatore in questione viene da una stagione e mezzo semplicemente ridicole. Niente a che vedere con il Camoranesi naturalizzato da Trapattoni: correva l’anno 2003, e in Italia non c’era un giocatore in grado di saltare l’uomo sulla fascia come lui. A dire il vero, non c’è nemmeno adesso. In più, Camoranesi aveva 27 anni, Amauri ne ha già compiuti 30. Non è che ce l’abbia con le naturalizzazioni… anzi un po’ sì: quando sono “selvagge”, e non è il caso di Amauri, e quando sono ingiustificate, ed è il caso di Amauri, nel senso che ok, è cittadino italiano, ma non c’era necessità di farlo anche vestire d’azzurro. Ad ogni modo, comprensibile la soddisfazione del giocatore, che dal ritiro di Coverciano ha parlato della sua prima convocazione: “Io e Balotelli insieme siamo un gran bel segnale per tutto il Paese“. Per il Paese può darsi, per il nostro calcio mica tanto.

Se fossero così, i giovani…

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Presidente del Settore Tecnico della Figc. Non male per uno che fino all’altroieri se ne stava rintanato nel suo buen retiro, lontano da tutti e da tutti. Dal suo addio al calcio, avvenuto nel 2004, Roberto Baggio non aveva voluto aver nulla a che fare con quello sport che lo ha reso così famoso. C’era stato un flirt con l’Inter, presumo, paradossalmente la squadra nella quale ha inciso meno in carriera (ma Moratti è capace di far diventare un simbolo dell’Inter anche Figo… niente di strano), ma nulla di più. Però Baggio è di tutti, è il campione più nazionalpopolare che l’Italia abbia mai avuto: logico che il suo posto sia in azzurro. “Sogno che il calcio italiano possa tornare ad avere talenti importantissimi. Ma occorre credere nei giovani perché sono il futuro, bisogna dare tutto quello che abbiamo dentro per farli crescere bene”. Questo ha detto al Tg1, e non gli si può dare torto. Non c’è nessuna formula magica: bisogna puntare sui giovani perchè i vecchi prima o poi smettono. Sta nella natura delle cose, anche in quella della vita. In realtà nel calcio si punta sui giovani, solo che non sempre questi giovani sono meglio degli “anziani” che hanno davanti. Se il talento c’è bene, sennò amen. Se fossero tutti come Baggio i giovani giocherebbero sempre in prima squadra.

Nuovo non è bello

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Tempo di vestiti nuovi in casa romanista. Ieri nei vari Roma Store della capitale, i giocatori hanno posato come modelli per presentare a stampa e tifosi le nuove divise. Totti, Menez, Brighi e Casseti erano in in centro città, a Piazza Colonna; Vucinic, Fabio Simplicio e Andreolli decisamente più fuori, a Centocelle; Adriano, Julio Sergio, Riise e Rosi sulla via Appia. Vabbè, la prima maglia è in pratica uguale a quella dell’anno scorso: in fondo, la Roma ha la maglia rossa con i bordi gialli, non è che si possa fare grandi voli con la fantasia. La seconda è presentabile, la terza è una maglia da calcetto. Io sono per le cose buone di una volta, almeno nel calcio: ho come l’impressione che per cercare sempre la novità, si stia rovinando quello che c’è di più sacro nel pallone, ovvero la maglia. Oltre al pallone stesso, Jabulani docet. Le maglie della Juve fanno storcere il naso, ad esempio, perchè sono decenti solo se viste da lontano, con quelle zigrinature. In più, quest’anno calzoncini e calzettoni saranno neri, scelta che mi riporta ad anni belli e zidaneschi, ma li preferirei bianchi. Oscena la divisa di riserva, così come quella dell’Inter, con il biscione, buona per andare a ballare nei posti tamarri. Spiacevole, tornando alla Juve, l’uso dei numeri gialli, così come erano davvero brutti quelli dorati al Milan, e alla Fiorentina, soprattutto. Bianco su viola, non sarebbe più semplice? Comunque, le nuove maglie sono in generale sempre più brutte, con la pancia di Adriano sotto ancora di più.

Noi eravamo meglio

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Ha vinto la Spagna, ed è giusto così. Sarebbe stata giusta anche la vittoria dell’Olanda, però. Al termine di un Mondiale tecnicamente scadente si sono piazzate sul podio le tre squadre che hanno meritato di più. La Spagna ha trionfato facendo il grande passo dopo l’Europeo di due anni fa. Lo ha fatto con il suo tipico possesso palla, sfruttando al meglio la capacità di una generazione che ha nella capacità tecnica la sua forza, ed anche il suo punto debole, a volte. In finale ha dato l’impressione di voler entrare in porta con la palla e per questo ha rischiato. Perchè Robben poteva farle molto male, ma l’olandese capace di inventare tiri impossibili ha sbagliato le occasioni più facili. Onore all’Olanda, comunque: non bella come in passato, ma concreta come poche altre volte. E poi applausi anche alla Germania, così diversa da quella a cui eravamo abituati: più giovane, multietnica, dal gioco a tratti spumeggianti. Non sarà un Mondiale da ricordare, dicevo. Sarà stata un’impressione, ma anche i festeggiamenti finali sono stati in tono minore, nonostante la Spagna fosse alla prima vittoria: saremo stati un po’ tamarri, forse, tra tagli di capelli, cappelli tricolori e la coppa alzata su un tavolino. Però mi è sembrato tutto più bello, o forse me lo sto solo ricordando così.