Ma alla fine è stato Pato a dire no al PSG o è stato Berlusconi? La verità la sanno solo loro, fatto sta che trasferimento dell’attaccante in Francia è saltato e lui rimarrà nel nostro campionato. Almeno fino a giugno. Poi chissà: la sensazione è che sia una situazione già vista, un po’ quello che accadde a suo tempo per Kakà, che rifiutò il Manchester City per poi accasarsi pochi mesi dopo al Real Madrid. All’epoca i
Citizens non erano lo squadrone che sono adesso: erano, diciamo, un po’ come il PSG oggi. Una grande squadra, ma ancora in potenza e non in atto. Che il Milan non ritenga Pato incedibile è palese: inevitabile un suo addio nel futuro prossimo. La mancata cessione del brasiliano ha così bloccato l’affare successivo, ovvero l’approdo di Tevez a Milano, sponda rossonera. Il Milan si è perso qualcosa? Dipende. Dal punto di vista tecnico no, anzi. Ritengo Pato un giocatore fenomenale. Vero è che è troppo fragile: da quest’altro punto di vista, invece, Tevez appare più affidabile. Ma ha anche una personalità difficile da gestire. Va bene che il Milan ultimamente è diventato un collegio, ma qualche volta la ciambella potrebbe venir fuori senza il buco. E poi Pato è più giovane: gioca da tanto, ma ha ancora 22 anni e questo è un aspetto da non sottovalutare. E adesso che ne sarà di Tevez: al City non può restare, al PSG aveva già detto di no. Rimane l’Inter, che la sua offerta l’aveva fatta, a meno che non fosse stata solo un’azione di disturbo. Chissà: con una vittoria nel derby di domani i nerazzurri si rilancerebbero in ottica scudetto e la trattativa potrebbe ripartire. Insomma, Tevez a Milano in un modo o nell’altro potrebbe arrivarci comunque.
Daniele De Rossi è stato così a lungo Capitan Futuro che, alla fine, rischia di non diventare mai capitano sul serio. Se avesse tempo e voglia di aspettare non ci sarebbero problemi: Totti non è eterno ed in fin dei conti anche in questa stagione ne ha fatto spesso le veci. Ma c’è quel “se”, appunto. Del suo tempo De Rossi ne ha già dato tanto alla Roma: di sicuro per lui non è stato un peso farlo, perché prima di esserne un giocatore
ne è stato tifoso. Però dal punto di vista sportivo ha ricevuto poco o nulla e non c’entra l’affetto dei tifosi, c’entrano i trofei, quelli che si mettono in bacheca. La Roma può essere considerata una grande, ma non è la squadra da battere e potrebbe non esserlo a lungo, salvo miracoli americani. De Rossi ha dato una vita sportiva alla Roma e il suo desiderio di partire sarebbe legittimo, perché le sirene sono di quelle importanti. Se non altro quelle economiche: nella Capitale non avrà mai l’ingaggio che gli garantirebbe il Manchester City. La mia impressione è che lascerà, ma non adesso. Aspetterà giugno e la Roma non incasserà un euro dalla sua partenza. I grandi amori finiscono ma, almeno, lo avrà tenuto con sé qualche mese in più.
Uno dei momenti più belli del calcio, a mio avviso, è quando di quello giocato non ce n’è: il mercato. Quello di ripoarazione ha preso il via e c’è chi ha già fatto delle operazioni. Prendiamo la Juventus, ad esempio: non si può dire che abbia fallito il mercato estivo, però ha diversi esuberi e dopo il cambio di modulo operato da Conte si ritrova con la coperta corta in certi ruoli. Dovrebbe arrivare Caceres e forse anche Pizarro: due ottimi ricambi, con il primo che potrebbe anche candidarsi ad un posto da titolare.
Queste sono operazioni sensate, l’arrivo di Borriello un po’ meno. Prenderà il posto di Toni, Amauri e Iaquinta: tre che non hanno mai giocato. Ce n’era bisogno? L’affare è low cost, va detto, ma anche low quality, per quanto mi riguarda. Si tratta di un giocatore che non aggiunge niente al reparto avanzato a disposizione di Conte. Già non gioca Quagliarella: adesso gli spazi là davanti diventeranno ancora più angusti. Occhio a possibili malumori. Rimanendo al giro delle punte, in attesa di Tevez e della possibile partenza di Pato (due affari che sembrano decisamente collegati), Gilardino ha lasciato la Fiorentina e si è accasato al Genoa. Non che in viola potesse sognare chissà che cosa, ma mi sembra un altro passo indietro. In pratica, a nemmeno 30 anni il miglior attaccante italiano della sua generazione ha tirato i remi in barca. Non è mai stato un fenomeno Gilardino, ma non si segnano 140 me passa gol in A per caso: ecco, allo stesso prezzo fossi stata la Juventus al limite avrei preso lui. Si muoverà meno, ma la butta dentro un po’ di più rispetto a Borriello. Che alla stessa età ne ha fatti quasi 100 in meno.
Lo possiamo dire: la Juventus è andata a Udine per non prenderle ed in effetti c’è riuscita. Conte ha impostato la partita in quella direzione, rinunciando a fare lo stesso gioco pur di bloccare le ripartenze dell’Udinese che, mi perdonino i suoi tifosi, mi è sembrata ben poca cosa. Ma era pur sempre la seconda in
classifica: ergo, il punto raccolto in Friuli non è da buttare via. Tuttavia, rimane l’amaro in bocca per aver creato qualcosa in più e no averlo concretizzato e anche per aver visto in campo una squadra piccola e non una che studia da grande. Perché non è la Juventus a dover cambiare modulo in funzione di quello dell’avversario, ma il contrario. Il timore di farsi prendere il centrocampo dall’Udinese era lecito, però Pepe ha in pratica fatto il sesto del reparto centrale quando fino a stasera aveva fatto il fenomeno in fascia. Poteva rimanerci e poteva giocare Quagliarella, bomber ritrovato ma buono solo per il Novara, evidentemente. Tra l’altro Conte ha aspettato troppo per metterlo in campo, considerando lo stato di Matri. Comunque, la Juventus va in vacanza in testa e questo non è poco. Ma ci va con una condizione in netto calo e, forse, non poteva essere altrimenti. Per questo la sosta arriva nel momento più opportuno: la squadra ricaricherà le pile. Le altre, magari, rimpolperanno la rosa. Buon Natale.
In effetti la musica non è cambiata nemmeno questa volta e la Fiorentina non ha brillato nemmeno a Siena. In una rievocazione della Battaglia di Montaperti viola e bianconeri hanno collezionato cartellini gialli, ma di gol nemmeno l’ombra. Nell’altro anticipo non è cambiato niente nemmeno per il Milan, capace di dominare le piccole con il minimo sforzo. Ancora Ibra, ancora Nocerino decisivo nell’azione che ha portato al vantaggio.
In attesa di Udinese-Juventus, i rossoneri tornano così in testa e, chissà, potrebbero andare in vacanza al prmo posto. Rimangono loro i favoriti e non c’è bisogno di farne mistero: la loro forza consiste esattamente nel fatto che hanno perso e perderanno pochissimi punti con le piccole, mentre la Juventus per avere ragione delle avversarie deve generalmente faticare molto. Diciamo pure troppo: più o meno i bianconeri fanno un gol ogni dieci azioni. Alla lunga questo potrebbe pesare, soprattutto se calasse la condizione fisica, finora eccellente. Non c’è un’apriscatole come Ibrahimovic nella Juventus e non penso proprio arriverà dal mercato. Il Milan vince, dunque, anche senza Cassano, che si è reso protagonista in negativo aggredendo una troupe che aveva appena finito di girare un servizio in quel di Genova. L’attaccante rossonero una calmata potrebbe anche darsela, se non altro per la salute.
La Juventus continua a rimanere in vetta, ma allo stesso tempo il Milan tiene il passo. Pare proprio che la prossima scudettata uscirà da questo duello. Oppure c’è da dare credito a Udinese e Lazio? O, addirittura, potrà reinserirsi nella lotta tricolore anche questa Inter in netta ripresa? Difficile, ma le partite sono tante: per un piazzamento-Champions c’è da considerarla. Per il resto, si vedrà. Mi preme piuttosto dare uno
sguardo indietro, nella colonna di destra, dove si trova la Fiorentina. Già, proprio la squadra dei Della Valle, quelli del tavolo della pace (utilissimo), quelli del terzo tempo (durato un mese, forse meno), quelli, più che altro, del progetto. Anzi, Progetto. Mihajlovic non c’è più, proprio come voleva la curva, eppure i viola rimangono laggiù. C’è chi è rimasto ma è scontento, c’è chi è rimasto ma le cui prestazioni si notano più in discoteca che in campo, c’è Boruc che non vale metà Frey, c’è una squadra modesta, va detto, che sta rendendo anche meno del previsto. Al massimo la Fiorentina poteva ambire ad un piazzamento in Europa League: di questo passo farà bene a guardarsi indietro. Delio Rossi non è un mago e il problema non era Mihajlovic: i tifosi volevano il bel gioco, ma adesso servirebbero punti. Ma almeno i Della Valle hanno fatto contenti i tifosi: sono partiti con un allenatore di cui non erano convinti, ingaggiando poi quello che piaceva a chi va allo stadio. Che sarebbe comunque arrivato nel 2012. Bel progetto. Anzi, Progetto. Scusate.
Uscire da Roma con un punto non dovrebbe mai lasciare l’amaro in bocca. Eppure non può essere altrimenti, perché quella che la Juventus ha affrontato ieri sera era una squadra a cui mancavano molti elementi: buona parte della difesa e anche a centrocampo c’erano assenze importanti. Ma la Roma ha fatto esattamente la partita che doveva fare: ha corso per tutti i novanta minuti ed ha marcato Pirlo a uomo. Ne ha risentit
o la precisione nei passaggi, ma questo è successo anche alla Juventus, che si è subito fatta prendere il centrocampo e praticamente non l’ha mai riconquistato. La squadra di Conte si è allora affidata sistematicamente ai lanci lunghi, senza risultati di rilievo. Il risultato finale è stato un pareggio, ma entrambe le squadre in campo potevano vincere. Se è vero che la Roma è passata subito in vantaggio per un incredibile regalo di Vidal, è anche vero che dopo il pareggio poteva subito tornare in vantaggio se Totti non avesse fallito il rigore. Allo stesso modo, la Juventus non è stata bella, ma tutto sommato ha avuto più occasioni ed alla fine ha segnato in una delle meno limpide. Conte dice che non bisogna festeggiare per un pareggio e credo stia dicendo la cosa giusta: la Roma di ieri sera era, uomini alla mano, una squadra da bassa classifica. Ma ci ha messo un grande cuore, va detto.
In Europa sta succedendo qualcosa: anche le big piangono ed escono dalle coppe. Chiedere ai due club di Manchester. Sta cambiando il vento? Chissà, sembrava stesse cambiando qualcosa anche in Spagna, con il Real Madrid nella parte della lepre e il Barcellona in quello di chi insegue, ovviamente invano. Sembrava l’anno buono per i Blancos, quello della fine del dominio blaugrana. Invece il clasico di ieri sera sembra aver
smentito tutto: in una partita secca la squadra di Guardiola è ancora più forte di quella di Mourinho (che immagino non l’avrà presa benissimo). La qualità non manca da nessuna parte, ma il Barcellona ha più sicurezza nei propri mezzi. Gioca con il piacere di farlo, mentre ho come l’impressione che ormai i giocatori del Real Madrid affrontino ogni clasico con un po’ di timore, con le gambe insicure, con la paura di sbagliare. Invece per quelli del Barcelona è una partita come le altre, che si può benissimo recuperare anche dopo aver regalato una rete all’avversario. Tutto sommato i madrileni sono ancora in vettae con una partita da recuperare: può darsi che rimanga l’anno buono, quello del ricambio in vetta. Non so quanto una vittoria della Liga da parte del Real si possa considerare una ventata di novità, ma siamo arrivati a questo.
Io non ce l’ho con il Napoli. Ma l’impressione è che, dopo la Roma, quella partenopea sia diventata la squadra di Stato. L’accesso agli ottavi di finale della Champions League viene definito un risultato storico, ma c’è qualcosa che non torna: il Napoli è alla prima partecipazione e, in generale, aveva preso parte solo due volte alla vecchia Coppa dei Campioni. Tra l’altro, agli ottavi c’era già arrivato, non nel 1987, quando u
scì ai sedicesimi per mano del Real Madrid, ma tre anni dopo, quando fu poi eliminato dallo Spartak Mosca. Quindi che cosa ci sarebbe di storico in tutto questo? Il Napoli ha il grande merito di aver raggiunto il secondo posto in un vero e proprio girone di ferro, ma cosa dovrebbero dire a Nicosia? Dando uno sguardo più ampio, questa è la Champions League che ha visto più eliminate di lusso: su tutte, le due squadre di Manchester. A me fa più impressione l’uscita dello United, che da quando seguo il calcio ho sempre visto andare avanti senza problemi. Questo sì che è un risultato storico, in negativo però. Il City è uno squadrone, ma ancora senz’anima e con ogni probabilità lo sceicco si consolerà con la Premier League. I giornali inglesi parlano di imbarazzo e vergogna, come se tutto ciò fosse fantascienza, ma io invece voglio sognare un po’ e provo a scorgerci una rinascita del calcio europeo, un calcio in cui tutte le realtà possono dire la loro, com’era un tempo. Quando il Malmoe arrivava in finale, per dire. Ecco come si può avere nostalgia di epoche mai vissute.
Tevez cerca di dare il buon esempio in tempi di crisi e si taglia lo stipendio. D’altra parte lo fa per approdare in Italia dove, si sa, la crisi c’è, e di brutto. L’affare si farà, mancano i dettagli. Tevez è di fatto un giocatore del Milan, che sostituisce così Cassano con un giocatore che a mio avviso gli è superiore, anche se non stiamo parlando di un fuoriclasse.
Il Milan l’uomo in grado di spostare gli equilibri ce l’ha già e si chiama Ibrahimovic. Ma Tevez darà il suo contributo: se non altro arriverà a Milano ben riposato. Lider maximo nei primi Manchester City degli sceicchi, aveva incantato nei primi due anni, poi qualcosa si è rotto. Prima voleva tornare in Argentina, poi ci ha ripensato, alla fine è finito fuori squadra anche perché Mancini poteva fare a meno di lui. Ad Allegri invece farà molto comodo, sempre che non ricada nel solito vizietto di spaccare lo spogliatoio (e magari anche qualcos’altro). Quello del Milan è l’ambiente giusto per redimersi, si sa. Cassano si era calmato, Robinho balla e canta, sì, ma solo con Pato e Boateng. Ronaldinho si annoiava così tanto che se n’è tornato in Brasile. Insomma, tranne clamorose soprese Tevez se ne starà buono e darà il suo contributo. Con lui, pochi discorsi, il Milan è tornato in pole per lo scudetto, stavolta senza discussioni. In attacco fa davvero paura. E non è una battuta, anche se lo sembra.
