La Juventus (o Conte, almeno) è infuriato per il trattamento riservatole dagli arbitri: finora un solo rigore concesso e più di qualcuno negato. A Parma è stato così di nuovo: se non quello su Pirlo, almeno quello su Giaccherini era solare. Eppure niente. E ora che il Milan è davanti anche una partita da recuperare non dà grande ottimismo. La Juventus ha il fiatone: la benzina sta finendo, la squadra non è lucida ed è
attesa da un tour de force che comprende, tra l’altro, anche lo scontro diretto di San Siro, dove nella serata di ieri il Milan ha dimostrato tutta la sua forza. I quarti di finale sono lì, a separare i rossoneri dall’entrata tra le migliori otto d’Europa solo un volo a/r per Londra. L’Arsenal, va detto, è solo lontano parente dei Gunners di un tempo: è rimasto Wenger, ma lo spartito non rende con interpreti di mediocre livello. Van Persie non poteva fare miracoli, soprattutto in una serata in cui perfino a Robinho è venuto tutto bene. Gran bel giuco, come direbbe qualcuno, quello espresso dal Milan che adesso archiviata la pratica Champions, potrà tornare a concentrarsi sul campionato. Che non servirà per la conferma di club più titolato al mondo, ma che proprio schifo non fa.
Alla Coppa d’Africa mi lega il ricordo dell’edizione 1996, quella vinta dal Sudafrica padrone di casa. C’era l’entusiasmo di una nazione intera, o forse di mezza, quella nera, che spinse i Bafana Bafana al trionfo. C’erano Masinga e Fish, e poi altri di cui non ricordo il nome. E ovviamente Mandela. La trasmetteva
Telemontecarlo e all’epoca il calcio africano sembrava una cosa lontana, dell’altro mondo, sul serio. Adesso è un po’ più vicino: sono tanti i giocatori impegnati in Europa, ci si può documentare ovunque sulle partite, ma rimane comunque un certo fascino in questa manifestazione. In questo caso, poi, c’è anche una bella storia da raccontare: nel 1993 l’aereo che trasportavala nazionale di calcio dello Zambia si inabissò nell’oceano Atlantico nei pressi di Libreville, in Gabon. Era diretto a Dakar per una partita contro il Senegal: morirono tutti i 25 passeggeri e i 5 membri dell’equipaggio. L’intera nazionale (o quasi) scomparve. Qua finisce la storia orribile ed inizia quella bella, con un salto temporale di 19 anni. Lo Zambia è tornato a Libreville, ma per vincerci la Coppa d’Africa. Una nazione calcisticamente di secondo piano si è aggiudicata il primo alloro continentale proprio lì, in Gabon, dove tanti anni prima aveva vissuto una tragedia. Questa sì che è una bella storia di calcio.
La Juventus poteva essere prima in classifica con due partite da recuperare ed invece adesso al primo posto c’è il Milan, capace di ribaltare il risultato a Udine e di portare a casa tre punti importantissimi. La vittoria in Friuli vale però più di quei tre passi in avanti in classifica, perché è arrivata al termine
di una partita oggettivamente oscena da parte dei rossoneri, più volte vicini a subire il colpo del k.o. e rimessi in careggiata da una papera colossale di Handanovic. Pregevole il suo assist a Maxi Lopez. Poi la sbandata dell’Udinese e il raddoppio di El Shaarawy. Ma già il pareggio sarebbe stato stretto all’Udinese. Il Milan ha le sue attenuanti, per carità: ha un’intera squadra (quella migliore, in pratica) fuori. Ma a tratti è stato sconsolante per la pochezza della manovra e la staticità dei suoi uomini. Questo non accade alla Juventus, che può cambiare gli interpreti ma non lo spartito. Eppure la Juventus queste partite non le porta a casa, mai. Il Milan ci riesce con Ibrahimovic e adesso anche senza, il che deve rendere ottimisti i suoi tifosi. Se non ci pensa Ibra ci pensa qualcun’altro. Ieri sera Handanovic, domani chissà. Per lo scudetto i favoriti sono loro, ha ragione Conte.
Guardate l’azione che ha portato al primo gol della Juventus ieri sera a San Siro: Padoin lanciato in profondità, rimpallo per Borriello che conclude a rete, tap-in vincente di Caceres. Come dire: il mercato della Juventus sta già portando i suoi frutti ed è un anno in cui gira tutto bene. In realtà credo che il mercato abbia portato qualcosa solo con Caceres (al di là dei due gol di ieri), mentre Borriel
lo e Padoin avranno un ruolo da comprimari. Che sia un’ottima annata lo dicono i freddi numeri, soprattutto quello “0″ alla voce sconfitte, che ha portato alla testa del campionato e ad un passo dalla finale di Coppa Italia. Questa Juventus potrebbe davvero tornare a vincere, ormai è inutile nasconderlo. Contro il Milan non ha fatto una partita eccezionale, ma ha comunque giocato e corso più degli avversari, un po’ più compassati, un po’ meno affamati. Doveva (poteva) essere la serata di Del Piero, è stata quella di Caceres, non è decisamente stata quella di Ibrahimovic, uno grande e grosso che con le big diventa piccolo piccolo. A proposito: gli hanno dato tre giornate di squalifica, il Milan farà ricorso affinché diventino due. Il Giudice sportivo aveva fatto un favore, perché rifiutarlo?
La notizia è fresca e decisamente importante: Fabio Capello non è più l’allenatore dell’Inghilterra. Al suo posto dovrebbe andare Harry Redknapp, come si augura Rooney. Alla base del clamoroso divorzio tra Capello e la F.A. è stata la questione Terry, a cui la federazione aveva tolto la fascia di capitano per dei presunti insulti razzisti a Anton Ferdinand. Il tecnico italiano si era lamentato in un’intervista, sono seguite alcune frizioni e le sue dimissioni, subito accettate. Capello non era mai entrato davvero nel
cuore degli inglesi, adesso non li guiderà più. Si tratta di un vincente, ma su quella panchina aveva sempre stentato un po’. Insomma: il divorzio è indolore, ma fa senza dubbio scalpore. Redknapp, dunque. Uno che non ha vinto niente (o quasi) in carriera, ma che è inglese come pochi altri. In più, ha nel suo DNA quel West Ham che nel ‘66 vinse il Mondiale (secondo i suoi tifosi): chissà che non porti bene. Ovviamente le dimissioni di Capello non si fermano Oltremanica, ma avranno effetto anche da noi. Moratti lo ha sempre stimato, lo ha visto sedersi sulle panchine di Milan, Roma e Juventus ma mai su quella nerazzurra. Non poteva succedere dopo Calciopoli, potrebbe accadere dalla prossima estate in poi. Ranieri non durerà oltre questo campionato e Capello è un sergente di ferro dal curriculum prestigioso, un po’ come il sempre rimpianto Mourinho. Capello è l’uomo giusto per tornare a vincere, ma Moratti dovrà riaprire il portafogli: non è esattamente quel tipo di tecnico che si vede recapitare Jonathan, Castaignos e Zarate e non dice nulla.
La Juventus sfoglia la margherita: Caceres o Guarin? Il fatto è che Conte, per garantire ricambi adeguati (ma anche titolari, perché no?) al suo 4-3-3 avrebbe bisogno di un centrocampista e di un difensore. Il primo dovrebbe essere in grado di dare il cambio a Marchisio e Vidal, ma anche di fare le veci di Pirlo. Il secondo, invece, potrebbe anche guadagnarsi subito i galloni da titolare, viste le lune di Bonucci. Meglio, poi, se
si sapesse anche disimpegnare sulla destra, perché Lichtsteiner finirà la benzina e Motta è meglio che non giochi mai. Ecco il perché dei due nomi, Guarin e Caceres, che però causa passaporto non possono arrivare entrambi. A mio modesto parere servirebbe di più il difensore, che è di ottimo livello e che alla Juve sarebbe un cavallo di ritorno. E allora chi per il centrocampo? Il nome buono sul serio è quello di Nainggolan, che è giovane, conosce il campionato e che sa fare davvero tutto. Cellino non lo svenderà mai, ma lo venderà di sicuro. Al suo prezzo, ma lo farà. E la Juve ha diverse contropartite per sbloccare l’affare. Costa una quindicina di milioni che non sono pochi, ma nel recente passato la Juve quella cifra l’ha pagata per dei bidoni (tipo Martinez), cosa che Nainngolan non pare davvero essere. Non ho niente contro Guarin, ma se riuscisse a mettere le mani sul belga e su Caceres farebbe davvero un passo in avanti verso il tricolore.
Al giro di boa la Juventus è prima. Imbattuta sebbene non imbattibile, ha fatto un punto in più del Milan, tre più dell’Udinese e sei dell’Inter. La squadra che diventerà campione alla fine uscirà da questo quartetto, che per realismo riduco ad un terzetto, perché l’Udinese è forte e collaudata ma non abbastanza da reggere fino in fondo. Per adesso in testa c’è la Juventus, vivace e battagliera com’era da giocatore Conte, ma che deve sempre girare a mille per funzionare e che sbaglia troppi gol. Dal mercato non arriverà un bomber di quelli
che stravolgono la squadra e cercherà di far tesoro di Borriello e di altri che daranno una mano a rimpolpare gli altri reparti. Su quel tipo di punta c’era il Milan, che però Tevez al momento non lo ha. C’è Maxi Lopez virtualmente rossonero ma non è proprio la stessa cosa e se la Juve è di Conte, il Milan è di Ibrahimovic come non mai. Ma di lui e di nessun altro e questo potrebbe penalizzarlo. L’anno passato lui, Pato e Robinho ne misero dentro 14 a testa. Oggi Robinho non vede la porta, Pato intravede a malapena il campo e con lo svedese non si prende. La Juventus dipende dallo stato di forma, il Milan da quello di Ibra e un raffreddore se lo può prendere anche lui. Non è poco. Rimane l’Inter, un po’ staccata ma viva, nonostante tutto. Il filotto è di quelli buoni ma prima o poi i nerazzurri freneranno, però nel frattempo sono usciti dal tunnel. Grazie a Ranieri e al suo gioco elementare, non bello da vedere ma efficace. Milito è rinato: adesso c’è da rimettere in campo Sneijder e questo paradossalmente potrebbe essere un problema. Manca una settimana di mercato e poi ne sapremo di più.
Chi l’avrebbe mai detto che l’Inter sarebbe rientrata nella corsa-scudetto? O meglio, chi avrebbe pronosticato che sarebbe successo così presto? Troppo tardi per poter vincere il platonico titolo di campione d’inverno, ma abbastanza presto per sognare di ricucirsi il tricolore sulla maglietta. A dargli una mano ci ha pensato Abate, che come era già successo in passato ha consegnato a Milito una palla gol che il Principe, va det
to, è stato bravissimo a capitalizzare. E così, l’Inter si ritrova a cinque lunghezze dal Milan e a sei dalla Juventus capolista solitaria. Non è stato un bel derby, sia chiaro. Il Milan ha fatto la partita ma senza pungere abbastanza, l’Inter, invece, ha puntato a difendersi bene, concedendo poco e ripartendo. Non a caso la rete è arrivata in contropiede: Ranieri non farà un gioco bellissimo e non è una sorpresa, ma è il tipo di allenatore di cui i nerazzurri avevano bisogno dopo la gestione Gasperini. Rose alla mano il Milan tutto sommato si fa preferire, ma quando schieri Emanuelson trequartista non dai l’impressione di essere una corazzata. Adesso il derby si sposta di nuovo sul mercato: Tevez piace ancora ad entrambi i club a cui farebbe comodo. Tra l’altro, ad aver bisogno di un attaccante di livello sarebbe la Juventus ma qua, davvero, siamo fuori budget.
Ma alla fine è stato Pato a dire no al PSG o è stato Berlusconi? La verità la sanno solo loro, fatto sta che trasferimento dell’attaccante in Francia è saltato e lui rimarrà nel nostro campionato. Almeno fino a giugno. Poi chissà: la sensazione è che sia una situazione già vista, un po’ quello che accadde a suo tempo per Kakà, che rifiutò il Manchester City per poi accasarsi pochi mesi dopo al Real Madrid. All’epoca i
Citizens non erano lo squadrone che sono adesso: erano, diciamo, un po’ come il PSG oggi. Una grande squadra, ma ancora in potenza e non in atto. Che il Milan non ritenga Pato incedibile è palese: inevitabile un suo addio nel futuro prossimo. La mancata cessione del brasiliano ha così bloccato l’affare successivo, ovvero l’approdo di Tevez a Milano, sponda rossonera. Il Milan si è perso qualcosa? Dipende. Dal punto di vista tecnico no, anzi. Ritengo Pato un giocatore fenomenale. Vero è che è troppo fragile: da quest’altro punto di vista, invece, Tevez appare più affidabile. Ma ha anche una personalità difficile da gestire. Va bene che il Milan ultimamente è diventato un collegio, ma qualche volta la ciambella potrebbe venir fuori senza il buco. E poi Pato è più giovane: gioca da tanto, ma ha ancora 22 anni e questo è un aspetto da non sottovalutare. E adesso che ne sarà di Tevez: al City non può restare, al PSG aveva già detto di no. Rimane l’Inter, che la sua offerta l’aveva fatta, a meno che non fosse stata solo un’azione di disturbo. Chissà: con una vittoria nel derby di domani i nerazzurri si rilancerebbero in ottica scudetto e la trattativa potrebbe ripartire. Insomma, Tevez a Milano in un modo o nell’altro potrebbe arrivarci comunque.
Daniele De Rossi è stato così a lungo Capitan Futuro che, alla fine, rischia di non diventare mai capitano sul serio. Se avesse tempo e voglia di aspettare non ci sarebbero problemi: Totti non è eterno ed in fin dei conti anche in questa stagione ne ha fatto spesso le veci. Ma c’è quel “se”, appunto. Del suo tempo De Rossi ne ha già dato tanto alla Roma: di sicuro per lui non è stato un peso farlo, perché prima di esserne un giocatore
ne è stato tifoso. Però dal punto di vista sportivo ha ricevuto poco o nulla e non c’entra l’affetto dei tifosi, c’entrano i trofei, quelli che si mettono in bacheca. La Roma può essere considerata una grande, ma non è la squadra da battere e potrebbe non esserlo a lungo, salvo miracoli americani. De Rossi ha dato una vita sportiva alla Roma e il suo desiderio di partire sarebbe legittimo, perché le sirene sono di quelle importanti. Se non altro quelle economiche: nella Capitale non avrà mai l’ingaggio che gli garantirebbe il Manchester City. La mia impressione è che lascerà, ma non adesso. Aspetterà giugno e la Roma non incasserà un euro dalla sua partenza. I grandi amori finiscono ma, almeno, lo avrà tenuto con sé qualche mese in più.
