L’ultima idea costava troppo per Moratti, ma evidentemente non per Abramovich, che dopo aver fatto il suo ingresso trionfale nel mondo del pallone si era ritrovato ad essere uno dei tanti ricconi a far affari nel calcio. Ma questo non gli bastava, e nemmeno le Premier League conquistate con Mourinho ed Ancelotti: c’era da
tornare grandi, alla svelta. E con che nome, se non con quello di Villas Boas? Il nuovo Mourinho, l’erede designato dell’allenatore portoghese per adesso più famoso e vincente? Porto-Chelsea: il primo tragitto sarà identico. Per andare all’Inter ci sarà tempo. Certo, il rischio per lui c’è, ed è quello dell’eterno confronto con Mou. Ma è un rischio che con il lauto stipendio che gli passerà Abramovich, immagino che Villas Boas sarà ben lieto di correre. Nell’affare con il Porto il Chelsea dovrebbe inserire anche Falcao e fa bene, visto che il reparto d’attacco dei Blues si trova un Drogba alla frutta, un Anelka mai costante in carriera ed un Fernando Torres da recuperare, tecnicamente ma anche mentalmente. Falcao si trova a suo agio in Europa: basta guardare lo score di quest’anno per capirlo. E la conquista del continente è da sempre la grande ambizione di Abramovich: con Villas Boas in panchina potrebbe farcela. Mourinho ce la fece col Porto, lui ci proverà direttamente col Chelsea: ce la facesse, in questo avrebbe superato il maestro.
Se ci fosse una classifica dei cori da stadio, credo che in una hit parade, sarebbe secondo solo a “You’ll never walk alone”. Eh sì, perchè quello di Eto’o che l’hanno visto con le rose nel metrò ha avuto un successo incredibile. Peccato che l’inventore non possa rivendicarne i diritti, perchè adesso sarebbe milionario. Penso che tutti sappiano di cosa sto parlando: è un coro offensivo, ma definirlo razzista è un po’ troppo. In fondo, Eto’o viene paragonato ai pakistani che vendono le rose per strada. Tra l’altro, io nella metro non ne ho
mai visto uno e, appunto, di solito non si tratta di gente dell’Africa nera, come Eto’o. Insomma, non so come possa essere sanzionabile negli stadi un coro del genere. Fatto sta che l’altra sera, il centravanti interista se l’è sentito rivolegere sotto casa, mentre stava rientrando, da un gruppo di tifosi del Milan. C’è stato qualche momento di tensione con gli uomini della sicurezza (perchè Eto’o gira con le guardie del corpo, a quanto pare), ma la rissa è stata solo sfiorata. Io ero a Milano il giorno in cui il Milan ha vinto lo scudetto: questo famoso coro, giuro, lo potevi sentire in continuazione. Pochi cori per i rossoneri, tanti contro Eto’o. Ok, il motivetto è “catchy”, però come cosa è strana. Al di là del razzismo, se c’è: puoi avercela con l’Inter per ovvie questioni di rivalità, ma col povero (si fa per dire) Eto’o perchè? Comunque, è stato ancora più strano vedere, la sera dello scudetto, un pakistano che brandiva il suo mazzo di rose a capo di un manipolo di milanisti che cantavano quel coro.
Deschamps, Ferrara, adesso Conte. Verrebbe da dire che ormai li abbiamo provati tutti, in attesa che Del Piero smetta di giocare e intraprenda la carriera di allenatore. Ogni volta che vedo una bandiera juventina guidare la squadra, mi si stringe il cuore e non riesco, sempre con il cuore, a dire “no”. Con Deschamps anche la testa diceva “sì”: c’era da fare un campionato di B con una rosa da medio-alta Serie A. In più, il francese aveva già un discreto curriculum. Con Ferrara, decisamente, non era così: in più, ven
iva da due anni in cui la Juventus aveva goduto di una guida esperta come Ranieri, e dopo un terzo ed un secondo posto mirava a confermarsi nel ruolo di grande. Sappiamo tutti com’è andata: più o meno come quest’anno. Adesso arriverà Conte, uno che ha fatto bene, sì, ma in B. Non è un integralista, a differenza di chi lo precede sulla panchina della Juventus, e questo non può che essere un bene. E poi, troppo oneroso Villas Boas, troppo complicata la trattativa con Mazzarri. E allora, Conte. A patto che arrivino interpreti all’altezza e compatibili con i suoi schemi. Servono fasce di livello: Ziegler non mi dispiace e con Bastos formerebbe una corsia di sinistra più che buona. A destra rimane Krasic, sperando che riposa un po’ d’estate, e poi chissà. La trattativa per Pirlo sembra cosa fatta: ecco, qua non mi entusiasmo, ma d’altra parte Aquilani non ha fatto fare nessun salto di qualità e Montolivo è una fotocopia dell’ex Roma e Liverpool. E allora, che si risparmi nel mezzo, per cercare di far arrivare un fuoriclasse là davanti. Ce n’è bisogno: lo dice la storia, una storia a strisce bianconere che non merita altre annate a vuoto.
Peccato, perchè dopo la vittoria del Barcelona sul Real Madrid avevo elaborato un titolo splendido, “Messicrati”. Poi è venuto l’incendio ad Aruba e non se n’è più fatto niente. Ed allora, slitto sull’Europa League, competizione che regala un bel po’ di spunti. Lo fa perchè ci sarà, tranne roboanti sorprese, una finale tutta portoghese, e magari si trattera di Porto-Benfica: insomma, l’equivalente lusitano del “Clasico” di Champions League. A proposito, se il grande sconfitto di Real Madrid-Barcelona è stato Mourinho (che non l’ha presa proprio bene), il grande vincitore nella campagna europea del Porto è il suo connazionale e già erede designato Villas Boas. Se Mourinho come tecnico è stato precoce, lui lo ha già superato. Insomma, il classico caso dell’allievo che supera il ma
estro, alla stessa età, almeno. Per Villas Boas la strada è lunga, ma c’è da dire che il tempo non gli manca: è più giovane di tanta gente che ancora gioca. Lui non l’ha mai fatto, mentre Mourinho, seppur a bassi livelli, almeno c’aveva provato. Fatto sta che entrambi sono cresciuti a pane e calcio, sono passati dal Barcelona e si sono affermati alla guida del Porto. In mezzo, fruttuose collaborazione prima nello staff dei “Dragoni”, poi del Chelsea ed infine, appunto, in quello dell’Inter. Mou allenatore, Villas Boas suo assistente. All’Inter si staranno mordendo le mani: l’erede naturale dell’amato Josè ce l’avevano in casa, ma era talmente tanta la smania di provare a metterci la faccia che l’assistente preferì provarci a Coimbra. Adesso provare a riaverlo costerebbe, vista la clausola con cui è stato blindato dal Porto. Comunque sia, detesto che Villas Boas venga chiamato “Special Two”: lo so che è facile, ma, per quanto ne sappia, in inglese non vuol dire nulla.
Ma che dico buono, lo fa ottimo! Passano gli anni, ed ormai i decenni, ma vecchia Ryan Giggs è ancora decisivo. Spesso di abusa dei termini “campione” e “fuoriclasse”: ecco, il gallese campione lo è di sicuro, da fuoriclasse lo sono la sua longevità e la sua carriera. Perchè siamo di fronte ad uno dei giocatori più vincenti della storia del calcio, di uno che ha marchiato a fuoco quella della squadra per cui gioca da sempre. E
scusate se stiamo parlando “solo” del Manchester United. Da quando seguo questo sport, Giggs c’è sempre stato, sempre vestito di rosso. Dalle prime partite con Pallister ai cross per Hernandez, insomma. Debuttò in prima squadra all’epoca in cui i Red Devils si stavano apprestando a dominare il calcio inglese e a dire di nuovo la loro in Europa. A tal proposito, non può che riempirmi di orgoglio ed anche un po’ di nostalgia il fatto che a metà anni Novanta Ferguson individuò nella mia Juventus l’esempio da seguire, ma questa è un’altra storia. Giggs faceva parte di quella nidiata di ottimi giocatori (Scholes, Beckham, i fratelli Neville e, perchè no, Butt) che rese di nuovo grande lo United. Ed è ancora lì, in campo. Un po’ meno all’ala rispetto ai tempi d’oro, ma la differenza la fa ancora. Un vero peccato che non abbia mai avuto l’occasione di competere a grandi livelli con il Galles, esattamente come capitò a suo tempo ad un altro fenomeno dello United, Best. Ma lo decise lui, quando disse di no all’Inghilterra. Anche in questo sta la sua grandezza. Giocatore epocale, c’è poco da fare.
Dopo una serata divisa tra Coppa Italia e Copa del Rey, mi vengono in mente un po’ di pensieri sparsi. Partiamo dalla nostra competizione, quel trofeo tanto bistrattato che non interessa a nessuno. Passano gli anni, e ancora non riesco a spiegarmi bene il perchè della sua formula, queste semifinali con andata e ritorno e queste “big” che entrano a torneo quasi finito. Mah. Però negli ultimi anni, complice il dominio dell’Inter in campionato, questo trofeo era diventato l’unico appiglio per chi voleva portare a casa qualcosa. Adesso proprio i nerazzurri sono ad un passo dalla finale, che potrebbe trasformarsi in un derby, ma forse no.
Complice il 2-2 esterno, il Palermo è un po’ più vicino a Roma rispetto al Milan. Ecco, il Milan, appunto. La squadra che vincerà il campionato ha approfittato del vuoto di potere creato dalla sazietà interista. Ripensavo ieri sera alla sua rosa: una marea di gente a fine carriera (Gattuso, Ambrosini, Seedorf, Pirlo, Oddo, Inzaghi, Nesta), a cui sono state affiancate delle “toppe” come Ibrahimovic, Robinho e Cassano. Quanto bastava per vincere il campionato, evidentemente. Ma, mi sbilancio, questo Milan non aprirà nessun ciclo. Perchè tolto Ibra, gli unici campioni sono Pato e Thiago Silva. Un po’ poco. A proposito di campioni, un appunto su Real Madrid-Barcelona: io tutto questo spettacolo non l’ho visto. Sembrava una brutta partita del nostro campionato, ma questo non si può dire.
Niente dvd della rimonta in Germania. L’Inter fa una pessima figura anche nel ritorno dei quarti di Champions League, perdendo anche in trasferta. Qualificazione mai in dubbio per lo Schalke 04, con l’eterno ed immenso Raul che pone la pietra tombale sui sogni nerazzurri infilando Julio Cesar. 2-5 all’andata, 2-1 al ritorno, un “aggregate” di 7 a 3 a favore dei tedeschi che la dice lunga su come l’Inter ha affrontato questo doppio scontro che al momento del sorteggio era stato preso con soddisfazione in pubblico ed im
magino con gioia pura in privato. All’andata una squadra ferma, incapace di reagire, stile pugile suonato. Al ritorno, una compagine incapace di impensierire l’avversario, quando invece doveva aggredirlo fin dal primo minuto per cercare almeno di avvicinarsi al sogno. Come ha detto Mourinho, non si può vincere sempre e gli interisti se ne faranno una ragione. Chissà però se nella prossima stagione il loro allenatore sarà ancora Leonardo. Inizio a propendere per il no, a questo punto. Tutto sommato, in due campionati alla guida di Milan e Inter (ok, un po’ meno di due) ha dimostrato tanta signorilità, ma poca lungimiranza come tecnico. Meglio dietro a una scrivania che su una panchina, insomma. Ma chi al suo posto? Le vedove di Mourinho sognano il ritorno del portoghese, c’è chi si accontenterebbe della sua versione in potenza, Villas Boas, c’è chi si spinge ancora più in là immaginandosi Guardiola come nuovo tecnico. Per mancanza di alternative credibili (leggasi mancanza di tocco glamour) alla fine Leonardo potrebbe rimanere al suo posto.
Per quanto il calcio da sempre sia lo sport che riserva più sorprese, in particolare nelle competizioni europee, il Manchester United si avvicina a grandi passi alla finale di Champions League. Superato lo scoglio-Chelsea, rimane ad affrontare una semifinale in cui con ogni probabilità i Red Devils troveranno lo Schalke 04. Clamorosa rimonta dell’Inter permettendo. Servirebbe una vittoria con quattro reti di scarto: per i valori delle rose non sarebbe fantascienza, per quanto visto all’andata un po’ lo è. Inverosimile, almeno, che i nerazzurri
non ne prendano almeno uno a Gelsenkirchen. Per questo, se dovesse arrivare l’impresa interista, punterei tutto sull’1-5. Nell’altra partita di ieri sera, invece, tutto è andato come doveva andare e il Barcelona adesso può già pensare alla supersfida con il Real Madrid, che contro il Tottenham affronterà stasera poco più di un allenamento. Ma torniamo all’incontro tra le inglesi: sarà la forza della storia, ma passano gli anni e il Manchester United si conferma un meccanismo adatto alle competizioni europee, a differenza del Chelsea. Da quando Abramovich se l’è comprato, il club londinese ha vinto tra i confini nazionali, ma all’estero rimane alla Coppa delle Coppe del ‘98 griffata Zola. Ci sono stati anni in cui il trinfo poteva arrivare, non fosse stato per lo sciagurato rigore di Terry nella finale del 2008 o per l’osceno arbitraggio nella semifinale contro il Barcelona l’anno dopo. Quest’anno, davvero, per i Blues sembrava difficile salire sul trono d’Europa, e così è stato. Ancelotti, tecnico abituato ad alzare la coppa dalle grandi orecchie, è al passo d’addio. Lo aspetta la sua Roma: con la proprietà americana, dopo due anni a Londra almeno adesso avrà meno problemi di lingua.
Non ho visto la partita dell’Inter, però il risultato del primo tempo lo sapevo: 2-2. Prendere due reti in casa non è cosa buona, però ero convinto che i nerazzurri ne avrebbero fatti un altro paio, mettendo così in cassaforte la qualificazione. Quando poi ad un mio amico è arrivato un sms ed ho sentito dire “5-2″, mi sono ritenuto un grande intenditore di calcio. Quando ho capito che più che un 5-2 era un 2-5, ho capito che si può essere sì intenditori di calcio, ma che quando questo sport ti vuole sorprendere ci può riuscire
benissimo. L’Inter, la squadra campione d’Europa in carica, è praticamente già stata eliminata dallo Schalke 04, modestissima squadra tedesca che naviga nella bassa Bundesliga. Servirebbe una vittoria con quattro gol di scarto a Gelsenkirchen: un po’ troppi per ritenere la cosa fattibile. Più che altro per quello che si è visto ieri sera, o almeno per quello che ho capito dagli highlights: l’Inter ha una difesa di burro. Dopo essere stata demolita dall’attacco milanista, ieri sera è stata umiliata da quello tedesco che, va detto, ha nel solo Raul l’unico grande giocatore. Ok, il colpo del k.o. l’ha dato lo sciagurato Ranocchia e da lì in poi i nerazzurri hanno mollato, ma azioni come quella del quinto gol non si vedono nemmeno nelle partite tra scapoli e ammogliati. Non so se il problema dell’Inter era Benitez. Mettiamo che lo fosse. Ecco, ho come l’impressione che Leonardo non sia stata la soluzione migliore.
Come giornata di campionato non è stata affatto male. Ok, dipende dai punti di vista, perchè chi ha visto la propria squadra subire quattro reti potrà archiviarla tra le domeniche nere. Ci sono stati risultati di rilievo, che sono arrivati con punteggi pesanti. Il Milan ha asfaltato (o asfalpato) l’Inter nel derby ed ha fatto tre passi verso lo scudetto. Il Napoli però ha tenuto duro vincendo al San Paolo una partita da batticu
ore: 4-3 alla Lazio, sempre in rimonta, sorpassando l’Inter e rimanendo nella scia dei rossoneri. Altro derby, quello siciliano: quattro reti quattro del Catania al Palermo, e Cosmi esonerato. Era la prima volta che i tifosi rosanero tornavano sotto l’Etna, era dai tempi dell’omicidio di Raciti: forse avrebbero preferito essere rimasti a casa. Crollo dell’Udinese a Lecce, crollo che però non fa molto male, viste le contemporanee sconfitte dei diretti rivali. Tra cui c’è la Roma, battuta a domicilio da una delle più belle Juventus della stagione. In altri tempi un risultato del genere mi avrebbe dato, da tifoso bianconero, una gioia immensa. Adesso sono passato alla soddisfazione moderata. Eh vabbè, pazienza. La fine del campionato si avvicina, e la situazione è ancora totalmente fluida: certo, stiamo già assistendo a qualche incontro con il finale già scritto, però tutto sommato è un torneo che si lascia vedere.
