Ormai un Clasico

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In Europa sta succedendo qualcosa: anche le big piangono ed escono dalle coppe. Chiedere ai due club di Manchester. Sta cambiando il vento? Chissà, sembrava stesse cambiando qualcosa anche in Spagna, con il Real Madrid nella parte della lepre e il Barcellona in quello di chi insegue, ovviamente invano. Sembrava l’anno buono per i Blancos, quello della fine del dominio blaugrana. Invece il clasico di ieri sera sembra aver smentito tutto: in una partita secca la squadra di Guardiola è ancora più forte di quella di Mourinho (che immagino non l’avrà presa benissimo). La qualità non manca da nessuna parte, ma il Barcellona ha più sicurezza nei propri mezzi. Gioca con il piacere di farlo, mentre ho come l’impressione che ormai i giocatori del Real Madrid affrontino ogni clasico con un po’ di timore, con le gambe insicure, con la  paura di sbagliare. Invece per quelli del Barcelona è una partita come le altre, che si può benissimo recuperare anche dopo aver regalato una rete all’avversario. Tutto sommato i madrileni sono ancora in vettae con una partita da recuperare: può darsi che rimanga l’anno buono, quello del ricambio in vetta.  Non so quanto una vittoria della Liga da parte del Real si possa considerare una ventata di novità, ma siamo arrivati a questo.

Tenetevi i tre milioni

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Tevez cerca di dare il buon esempio in tempi di crisi e si taglia lo stipendio. D’altra parte lo fa per approdare in Italia dove, si sa, la crisi c’è, e di brutto. L’affare si farà, mancano i dettagli. Tevez è di fatto un giocatore del Milan, che sostituisce così Cassano con un giocatore che a mio avviso gli è superiore, anche se non stiamo parlando di un fuoriclasse. Il Milan l’uomo in grado di spostare gli equilibri ce l’ha già e si chiama Ibrahimovic. Ma Tevez darà il suo contributo: se non altro arriverà a Milano ben riposato. Lider maximo nei primi Manchester City degli sceicchi, aveva incantato nei primi due anni, poi qualcosa si è rotto. Prima voleva tornare in Argentina, poi ci ha ripensato, alla fine è finito fuori squadra anche perché Mancini poteva fare a meno di lui. Ad Allegri invece farà molto comodo, sempre che non ricada nel solito vizietto di spaccare lo spogliatoio (e magari anche qualcos’altro). Quello del Milan è l’ambiente giusto per redimersi, si sa. Cassano si era calmato, Robinho balla e canta, sì, ma solo con Pato e Boateng. Ronaldinho si annoiava così tanto che se n’è tornato in Brasile. Insomma, tranne clamorose soprese Tevez se ne starà buono e darà il suo contributo. Con lui, pochi discorsi, il Milan è tornato in pole per lo scudetto, stavolta senza discussioni. In attacco fa davvero paura. E non è una battuta, anche se lo sembra.

Le regole del gioco

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Siamo arrivati al punto da vedere una sconfitta di misura contro il Barcellona come un risultato di cui essere soddisfatti. Facendo una sintesi mi pare che le cose stiano esattamente così. E non mi piace, non mi piace nemmeno se sono juventino e non milanista. Non mi piace, essenzialmente, perché anche Messi e compagni, nonostante i campionati e le coppe vinte, hanno due gambe e due braccia come tutti gli altri. Di “marziani” in campo ce n’era uno, proprio lui, e mettiamoci anche Xavi. Intendo giocatori che saranno ricordati per sempre come grandissimi nella storia del calcio. Tutti gli altri erano ottimi o buoni giocatori, che però hanno avuto ieri sera, e di solito ce l’hanno sempre, la capacità di trovarsi ad occhi chiusi. Servono i piedi, vero, ma a quei livelli non dovrebbe essere quello il problema. Serve sicurezza nei propri mezzi, serve tanta corsa e coordinazione tra i reparti. Cose che non sono innate, a differenza del talento: ci si lavora su nel tempo. Il gioco del Barcellona si basa su un dato di fatto e su una regola da rispettare. Finchè hanno palla loro gli altri non segnano. Questa la certezza. La regola invece, dice di passare la palla se si è pressati e di guadagnare metri se invece non lo si è. Se ci pensate sono cose in grado di fare anche gli essere umani. Detto ciò, per battere la squadra di Guardiola non è necessario rispondere con la stessa moneta. Si può anche giocare di rimessa, facendo le barricate o alzando la palla. Ma lo si deve fare bene, in blocco. Ecco perché una sconfitta contro il Barcellona deve rimanere pur sempre una sconfitta.

Bello di notte

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Luci al San Paolo. Grandissimo entusiasmo a Napoli, e non potrebbe essere altrimenti dopo la vittoria contro il Manchester City. La squadra guidata da Roberto Mancini è la favorita per la vittoria della Premier League ed è una corazzata costruita a suon di milioni per dominare prima in Inghilterra e poi in Europa negli anni a venire. Dzeko, Aguero, Balotelli, Nasri, Silva… a dirli tutti viene il mal di testa, figuriamoci a giocarsi contro. La squadra inglese si è però scontrata con gli uomini di Mazzarri e che, ora, vede la qualificazione agli ottavi di finale decisamente più lontana. Possibile, sia chiaro, ma a questo punto ciò che succederà dipenderà dal Napoli e non dal City. E anche un po’ dal Bayern Monaco, che potrebbe “decidere” chi portare avanti nella competizione continentale. Credo che preferisca fare fuori gli inglesi, ma come si sa alla fine sarà sempre il campo a decidere. Nella serata di coppa al San Paolo i protagonisti sono stati gli attaccanti: Cavani versione matador ne ha messi a segno due, confermandosi bello di notte, almeno in questa stagione. Per il Man City il gol l’ha fatto invece Balotelli, che questa volta ha anche quasi esultato. Si è mosso: se non fa notizia poco ci manca.

Effetto Ibra

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Non che per aver ragione del Viktoria Plzen servisse per forza Ibrahimovic, ma è fuor di dubbio che il Milan si sia giovato del suo ritorno, e che il gigante svedese sarà molto utile ad una squadra che ha vissuto un inizio di stagione travagliato. Il rigore procurato non mi è sembrato così solare, ma l’azione del secondo gol spiega bene l’importanza che Ibrahimovic ha in una squadra come il Milan: ottimo il movimento di Cassano e il tocco del barese a scavalcare il portiere avversario, ma la maggior parte del merito è stata sua. Adesso per il Milan c’è un esame da superare per dimostrare di essere la squadra da battere in Italia, cioè la trasferta contro la Juventus di domenica sera. L’aria d’Europa ha fatto però bene a tutte le italiane. Il Napoli ha chiuso in fretta la pratica Villarreal, ma ha perso Cavani per il match contro l’Inter, almeno così pare. E considerando che non sarà più l’Inter di Gasperini non è un problema di poco conto: a proposito, ormai i nerazzurri sembrano tornati ad essere una squadra vera, testimone ne sono anche i tre punti raccolti a Mosca contro il Cska, in una trasferta che poteva essere insidiosa.

Punti d’oro

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Due punti racimolati in tre partite: due pareggi arrivati nelle trasferte più impegnative e una sconfitta a domicilio insaspettata. Oppure no? L’Inter non ha ancora una sua identità, l’ho già scritto. Non è ancora l’Inter di Gasperini e non è detto che riuscirà ad esserlo, anche perchè di questo passo chissà se il panettone riuscirà a mangiarlo. Zarate non è Eto’o, però: mica è colpa dell’allenatore. Forlan sarebbe stato un po’ meglio ma, si sa, non può giocare in Europa. E l’attacco, a differenza di Palermo, non ha punto. Un po’ di sfortuna, imprecisione sotto porta, poi una dormita della difesa ed un pizzico di egoismo: ricetta perfetta per una frittata. Turca. Bene invece in Napoli, addirittura in vantaggio in quel di Manchester, sponda City. A me Mazzarri piace e non l’ho mai nascosto, perchè ho l’impressione che metta sempre in campo la squadra nel modo giusto. In effetti consiste in questo il mestiere dell’allenatore. Ecco, allora Mazzarri è un grande allenatore: Napoli chiuso a riccio in difesa, esterni attenti ma pronti a ripartire e contropiede sempre in agguato, con quei tre lassù. Ed infatti il gol è arrivato proprio così. Poi, certo, se le traverse contassero almeno mezzo gol il City avrebbe vinto, ma il regolamento non lo prevede. Prevede invece che una squadra segni dopo una manciata di secondi, che si rannicchi e subisca il gioco avversario per altri novanta e che poi segni di nuovo portando a casa un punto. L’ha fatto il Milan a Barcellona, ma nessun tifoso rossonero credo si sia lamentato.

L’allievo supererà il maestro?

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L’ultima idea costava troppo per Moratti, ma evidentemente non per Abramovich, che dopo aver fatto il suo ingresso trionfale nel mondo del pallone si era ritrovato ad essere uno dei tanti ricconi a far affari nel calcio. Ma questo non gli bastava, e nemmeno le Premier League conquistate con Mourinho ed Ancelotti: c’era da tornare grandi, alla svelta. E con che nome, se non con quello di Villas Boas? Il nuovo Mourinho, l’erede designato dell’allenatore portoghese per adesso più famoso e vincente? Porto-Chelsea: il primo tragitto sarà identico. Per andare all’Inter ci sarà tempo. Certo, il rischio per lui c’è, ed è quello dell’eterno confronto con Mou. Ma è un rischio che con il lauto stipendio che gli passerà Abramovich, immagino che Villas Boas sarà ben lieto di correre. Nell’affare con il Porto il Chelsea dovrebbe inserire anche Falcao e fa bene, visto che il reparto d’attacco dei Blues si trova un Drogba alla frutta, un Anelka mai costante in carriera ed un Fernando Torres da recuperare, tecnicamente ma anche mentalmente. Falcao si trova a suo agio in Europa: basta guardare lo score di quest’anno per capirlo. E la conquista del continente è da sempre la grande ambizione di Abramovich: con Villas Boas in panchina potrebbe farcela. Mourinho ce la fece col Porto, lui ci proverà direttamente col Chelsea: ce la facesse, in questo avrebbe superato il maestro.

Rosa rosae

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Se ci fosse una classifica dei cori da stadio, credo che in una hit parade, sarebbe secondo solo a “You’ll never walk alone”. Eh sì, perchè quello di Eto’o che l’hanno visto con le rose nel metrò ha avuto un successo incredibile. Peccato che l’inventore non possa rivendicarne i diritti, perchè adesso sarebbe milionario. Penso che tutti sappiano di cosa sto parlando: è un coro offensivo, ma definirlo razzista è un po’ troppo. In fondo, Eto’o viene paragonato ai pakistani che vendono le rose per strada. Tra l’altro, io nella metro non ne ho mai visto uno e, appunto, di solito non si tratta di gente dell’Africa nera, come Eto’o. Insomma, non so come possa essere sanzionabile negli stadi un coro del genere. Fatto sta che l’altra sera, il centravanti interista se l’è sentito rivolegere sotto casa, mentre stava rientrando, da un gruppo di tifosi del Milan. C’è stato qualche momento di tensione con gli uomini della sicurezza (perchè Eto’o gira con le guardie del corpo, a quanto pare), ma la rissa è stata solo sfiorata. Io ero a Milano il giorno in cui il Milan ha vinto lo scudetto: questo famoso coro, giuro, lo potevi sentire in continuazione. Pochi cori per i rossoneri, tanti contro Eto’o. Ok, il motivetto è “catchy”, però come cosa è strana. Al di là del razzismo, se c’è: puoi avercela con l’Inter per ovvie questioni di rivalità, ma col povero (si fa per dire) Eto’o perchè? Comunque, è stato ancora più strano vedere, la sera dello scudetto, un pakistano che brandiva il suo mazzo di rose a capo di un manipolo di milanisti che cantavano quel coro.

Di nuovo con-te

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Deschamps, Ferrara, adesso Conte. Verrebbe da dire che ormai li abbiamo provati tutti, in attesa che Del Piero smetta di giocare e intraprenda la carriera di allenatore. Ogni volta che vedo una bandiera juventina guidare la squadra, mi si stringe il cuore e non riesco, sempre con il cuore, a dire “no”. Con Deschamps anche la testa diceva “sì”: c’era da fare un campionato di B con una rosa da medio-alta Serie A. In più, il francese aveva già un discreto curriculum. Con Ferrara, decisamente, non era così: in più, veniva da due anni in cui la Juventus aveva goduto di una guida esperta come Ranieri, e dopo un terzo ed un secondo posto mirava a confermarsi nel ruolo di grande. Sappiamo tutti com’è andata: più o meno come quest’anno. Adesso arriverà Conte, uno che ha fatto bene, sì, ma in B. Non è un integralista, a differenza di chi lo precede sulla panchina della Juventus, e questo non può che essere un bene. E poi, troppo oneroso Villas Boas, troppo complicata la trattativa con Mazzarri. E allora, Conte. A patto che arrivino interpreti all’altezza e compatibili con i suoi schemi. Servono fasce di livello: Ziegler non mi dispiace e con Bastos formerebbe una corsia di sinistra più che buona. A destra rimane Krasic, sperando che riposa un po’ d’estate, e poi chissà. La trattativa per Pirlo sembra cosa fatta: ecco, qua non mi entusiasmo, ma d’altra parte Aquilani non ha fatto fare nessun salto di qualità e Montolivo è una fotocopia dell’ex Roma e Liverpool. E allora, che si risparmi nel mezzo, per cercare di far arrivare un fuoriclasse là davanti. Ce n’è bisogno: lo dice la storia, una storia a strisce bianconere che non merita altre annate a vuoto.

Special One anche lui

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Peccato, perchè dopo la vittoria del Barcelona sul Real Madrid avevo elaborato un titolo splendido, “Messicrati”. Poi è venuto l’incendio ad Aruba e non se n’è più fatto niente. Ed allora, slitto sull’Europa League, competizione che regala un bel po’ di spunti. Lo fa perchè ci sarà, tranne roboanti sorprese, una finale tutta portoghese, e magari si trattera di Porto-Benfica: insomma, l’equivalente lusitano del “Clasico” di Champions League. A proposito, se il grande sconfitto di Real Madrid-Barcelona è stato Mourinho (che non l’ha presa proprio bene), il grande vincitore nella campagna europea del Porto è il suo connazionale e già erede designato Villas Boas. Se Mourinho come tecnico è stato precoce, lui lo ha già superato. Insomma, il classico caso dell’allievo che supera il maestro, alla stessa età, almeno. Per Villas Boas la strada è lunga, ma c’è da dire che il tempo non gli manca: è più giovane di tanta gente che ancora gioca. Lui non l’ha mai fatto, mentre Mourinho, seppur a bassi livelli, almeno c’aveva provato. Fatto sta che entrambi sono cresciuti a pane e calcio, sono passati dal Barcelona e si sono affermati alla guida del Porto. In mezzo, fruttuose collaborazione prima nello staff dei “Dragoni”, poi del Chelsea ed infine, appunto, in quello dell’Inter. Mou allenatore, Villas Boas suo assistente. All’Inter si staranno mordendo le mani: l’erede naturale dell’amato Josè ce l’avevano in casa, ma era talmente tanta la smania di provare a metterci la faccia che l’assistente preferì provarci a Coimbra. Adesso provare a riaverlo costerebbe, vista la clausola con cui è stato blindato dal Porto. Comunque sia, detesto che Villas Boas venga chiamato “Special Two”: lo so che è facile, ma, per quanto ne sappia, in inglese non vuol dire nulla.