La Sampdoria adesso si aggrappa a quella zuccata di Pazzini, a quella torsione eccezionale da vedere in slow motion che ha dato un po’ di senso alla partita di ritorno. Del preliminare di Champions League di ieri sera rimane però tanto, troppo Werder Brema. Più esperienza internazionale, più abitudine alle sfide europee, più fisico. Forse, un pizzico in meno di tecnica, ma se l’unico distributore di giocate come Cassano per una sera è fuori servizio, allora questo fattore non poteva contare. Eppure la squadra tedesca non è più quella degli anni passati: appena un paio di stagioni fa, per esempio, poteva contare su un Diego versione Bundesliga, su
un Ozil in rampa di lancio e su un Frings con qualche acciacco in meno nelle gambe. La Sampdoria, invece, è quella dell’anno scorso, eccezion fatta per Curci, che ha preso il posto di Storari: in pratica, nessun guadagno. Una squadra che l’anno scorso si è insinuata nelle pieghe di un campionato balordo per la Juventus e troppo stancante per la Fiorentina impegnata in Champions, avendo la meglio sul Palermo, più attrezzato, come rosa. Avesse raggiunto la Champions, Zamparini uno tra Cavani e Kjaer lo avrebbe tenuto, credo. E magari avrebbe investito per migliorare una rosa superiore a quella della Sampdoria. Garrone, invece, ha confermato tutti. Probabilmente non basterà e dopo un anno di sacrifici per raggiungerla, dopo averla sognata a lungo, la Samp saluterà la Champions League.
Certo, da tifoso juventino avrei preferito partire presto, con un preliminare, sì, ma di Champions League. Invece no, il primo impegno della nuova stagione sarà in Europa League, competizione “calderone”, solo lontanissima parente della Coppa Uefa che fu. Quello era un torneo di assoluto prestigio, difficile da vincere anche più della Coppa dei Campioni, dell’Europa League la cosa veramente eccitante è la sigla tv, chefa molto Giochi senza frontiere. Insomma, volenti o nolenti, stasera inizia il nuovo corso della Juventus. C’è chi avrebbe preferito non qualificarsi direttamente per questa competizione europea: la rosa non permette infatti di lottare, sembra, su due fronti. Può darsi, ma può anche darsi che la Juve non passi il turno. Anche se il campionato irlandese non è favoloso e i migliori elementi giocano all’estero, lo Shamrock Rovers è pur sempre la squadra più titolata d’Irlanda. Inoltre, e questo sarà il problema maggiore, da quelle parti il campionato inizia a marzo e finisce a novembre, dunque gli avversari della Juve dovrebbero essere in forma, mentre i bianconeri, in pratica, sono ancora in piena preparazione. Mai dire mai nel calcio: dopo la batosta con il Fulham, la Juve farebbe bene a non sottovalutare nessun impegno. Perchè forse la rosa non reggerebbe due competizioni fino in fondo, o tre. Però finchè si è in ballo si deve ballare. Pronti, attenti, via. Si parte.
All’Uefa inizia una nuova era, quella del Fair Play finanziario. La prima squadra a subirne le conseguenze è il Mallorca, ufficialmente escluso dalla prossima Europa League. 60 milioni di deficit e pagamenti sospesi: intollerabile. Fuori i maiorchini, dentro il Villareal. La parola chiave è “pareggio di bilancio”: secondo il regolamento ufficiale prevede che un club non possa spendere più denaro di quanto ne guadagni. Q
uesta dovrebbe essere la norma, ma raramente è stato così. In più, sarà tenuto in considerazione il debito accumulato e il monte ingaggio, ed inoltre tutte le scadenze di pagamento dovranno essere rispettate. Le misure entraranno in vigore gradualmente, ma intanto ecco la prima vittima: il Mallorca essenzialmente paga per la sospensione dei pagamenti, oltre al debito accumulato. Come sempre, però, ci si deve lamentare: lo ha fatto Laudrup, l’attuale allenatore, che appresa la sentenza l’ha bollata come ”ingiusta e che punisce meriti ottenuti sul campo“. E la società ha già fatto sapere che farà ricorso ”a qualsiasi livello”. Peccato: si invocano sempre regole più severe, ma quando si rimane vittime di queste regole, allora si contestano. Tutto il mondo è paese, eppure, come ha spiegato Platini, si tratta di una norma che “non punisce i club, ma li protegge“. Ma non capiscono.
Di vedovi di Mourinho ce ne sono già molti ed è comprensibile, visto che il suo successore Benitez, al massimo, riuscirà a ripetere quello che ha fatto lo Special One, ma senza i suoi show contro tutti e tutto. Adesso mil tecnico portoghese non c’è più, ed a Madrid ha iniziato da pochi giorni un’altra sfida, certo non la più difficile della sua carriera. Dopo aver vinto tutto col Porto, riportato il Chelsea ai vertici del calcio inglese e l’Inter in cima all’Europa, deve riuscire a primeggiare nel Continente con il Real Madrid. Le merengues non portano la Champions League a casa da otto anni: da quelle parti, un’eternità, anche se forse si sono
dimenticati dei più di trent’anni di digiuno tra la sesta e la settima coppa. Comunque, Champions League sia, con relativi investimenti sul mercato. In realtà, non è che ci sia molto da migliorare: più che altro serve una guida carismatica che tenga le redini di un gruppo di prime donne, uno che non abbia figli e figliastri. Cristiano Ronaldo, per esempio, dovrò sacrificare un po’ dei suoi gol e macinare qualche chilometro in più per correre dietro al terzino che sale: Mourinho lo chiese ad Eto’o, lui obbedì e sappiamo tutti come è finita. Per il tecnico portoghese la sua Inter “era un gruppo fantastico, anche a livello umano, ma non era la squadra più forte e per questo era costretta a lavorare il doppio”. Mourinho come Lippi, ma non sempre la ciambella viene col buco e ci può essere tutto il gruppon che vuoi, ma se non ci sono campioni nel mezzo… L’Inter forse non era la più forte, ma tra le prime tre c’era di sicuro, come livello assoluto. Per il Real Madrid il punto di partenza è il medesimo, vediamo se andrà a finire nello stesso modo…
L’Inter ha finalmente trovato l’erede di Mourinho. E per farlo è andata di nuovo a pescare nella penisola iberica, anche se lo spagnolo Benitez ha avuto per sei anni il domicilio in quel di Liverpool. C’è poco da dire: ha scelto il sostituto migliore, almeno tra quelli disponibili sul mercato. Certo, la suggestione chiamata
Capello c’è stata, o forse no, era solo una mossa per smuovere Benitez, chissà. Fatto sta che sulla panchina dell’Inter si siederà un tecnico con grande esperienza internazionale e con diverso titoli in bacheca. Vero, lo spagnolo non vince niente dal 2006, ma c’è anche da dire che per il materiale umano avuto a disposizione era difficile che potesse fare di più. Oggettivamente, prima il Chelsea e poi il Manchester United erano superiori. In Italia, invece, sarà alla guida di una fuoriserie in grado di fare il vuoto dietro di sè. Come Mourinho, non è un allenatore votato allo spettacolo. Dunque, conserverà quello di buono, anzi di ottimo, fatto dal suo predecessore. Benitez è senza dubbio il tecnico straniero più italiano: non sarà uno Special One, ma di sicuro nemmeno un pirla. Per il campionato, ancora non si intravedono rivali credibili, ripetersi fuori dai confini nazionali sarà più difficile, certo. Però, insomma, non si può dire che Benitez non sia uno che sa come si arriva in fondo alle coppe…
Milito rimarrà all’Inter, Sneijder idem. Chi se ne andrà, con ogni probabilità, è Maicon. Non sarà facile rimpiazzare questo straordinario terzino destro. Anche se definirlo “terzino” è riduttivo. Il brasiliano è uno che la fascia la mangia, dotato di una corsa eccezionale e di un tiro mortifero. Naturale che Mourinho nella sua nuova esperienza a Madrid, voglia portarselo dietro. Certo, sono sicuro che un pensierino l’abbia fatto anche su Milito, prezioso p
er il lavoro sporco e puntuale nelle segnature, soprattutto nei momenti che contano. Ma l’argentino, modesto parere, non è il centravanti più forte del mondo, Maicon, invece, nel suo ruolo è il migliore. La trattativa, dicevo, si farà: il Real Madrid è una sirena a cui, francamente, è difficile dire di no. Al Manchester City, invece, lo si può dire benissimo. Tornare agli ordini di Mancini non lo stimola particolarmente, e lo capisco, ma vestirsi di bianco sarebbe tutt’altra cosa. In attesa di piazzare un colpo nel mezzo ed uno in attacco, Mourinho inizia a disegnare il suo Real dalla difesa, una difesa capace però di ripartire e far male. Maicon, dunque, e poi Kolarov, a quanto pare. Il serbo a dire il vero, non ha ancora espresso il suo potenziale, distillato per ora in qualche bomba da lontano e poco altro. Farne il nuovo Roberto Carlos toccherà allo Special One, e non sarà facile. Per il suo erede sulla panchina dell’Inter, inventarsi il nuovo Maicon sarà altrettanto difficile.
Io mi aspettavo un roba tipo Giubileo: un anno intero di festeggiamenti, tifosi ebbri di gioia per settimane, caroselli a non finire. Niente di tutto questo. In realtà, le celebrazioni sono state piuttosto sobrie per una squadra che non sollevava quella coppa da quarantacinque anni. La gioia per aver portato a casa quel trofeo così atteso, infatti, è stata subito smorzata dal clima di smobilitazione creatosi subito dopo. Raggiunto il massimo, insomma, è l’ora di guardare altrove. Mourinho, il vate che ha guidato l’Inter alla conquista dell’Europa, non ha fatto in tempo a prendere la medaglia che già annunciava l’addio al nerazzurro per accasarsi da Florentino Pere
z. Con lui andrà Maicon, a meno che il Manchester City non faccia un’offerta folle a lui e alla società. Difficile: quella maglietta bianca, o meglio blanca, ha un peso specifico non indifferente. Oggi il presidente Perez sarà a Milano, forse c’è già, forse sta già parlando con Moratti mentre sto scrivendo. C’è quella clausola di rescissione: 16 milioni che non intende pagare per intero. Lo spalleggia Mourinho, convinto che la gratitudine possa rosicchiare quella montagna di soldi. Ma Moratti non ci sta: in fondo, il tecnico portoghese gli ha un po’ rovinato la festa, è bene che paghi. I toni si stanno surriscaldando. In più, l’annuncio dato da Perez che dava l’affare come già fatto non ha certo facilitato le cose. Ad ogni modo, Josè da Setubal è stato lo spartiacque: da ora in poi, all’Inter, ci sarà un avanti Mou e un dopo Mou. Logico che, per ripartire, ci sia bisogno di un grandissimo. L’indiziato numero uno è Capello: gli mancherebbe solo l’Inter, in Italia. L’affare è possibile.
Lo smarrimento dopo un’impresa del genere è più che comprensibile. Di tutti, intendo. Giocatori, dirigenti, anche tifosi. Per la serie “e adesso cosa faremo?”, i sostenitori dell’Inter sono consapevoli che un’annata così non tornerà più o
che, se lo farà, sarà qualcosa di già vissuto, e di sicuro meno atteso. Mourinho ha compiuto la sua personale missione. Veni, vidi, vici. Due anni, tutti i trofeo possibili immaginabili messi in bacheca. Si sa che ripetersi è più difficile che vincere, ma meglio farlo altrove. Josè è già a Madrid, sfinito dal calcio italiano. Meglio di così, all’Inter, davvero non poteva fare. Anche Milito, il giocatore che segna quando più conta, è già corteggiato dal Real Madrid: il balletto del sì - no - forse - anzi rimango ha conivolto anche il Principe, già troppo attaccato a quella maglia, però, da potersela davvero sfilare. Potrebbe invece seguire Mourinho il superbo Maicon, il miglior terzino destro del pianeta. Clamorosamente, poi, non chiude le porte ad un clamoroso ritorno nemmeno Sneijder, l’uomo in più, quello che con le sue geometrie tante volte ha innescato la furia delle punte nerazzurre. Tornare in Spagna da trionfatore dopo un anno di esilio, che soddisfazione. Per ora, però, è solo fantacalcio. Rimarrà all’Inter almeno Balotelli. I suoi compagni, ha detto Raiola, non lo picchiano più.
Si è appena chiusa la stagione, almeno per le squadre di club, che già si pensa a chi mettere in sella l’anno prossimo. Giustamente, dico io, perchè non ha senso iniziare il mercato senza sapere chi sarà la guida tecnica. La Juve è a posto (si fa per dire) ed ha scelto Delneri: adesso sarà dura trovare interpreti adatti per il suo modulo. L’Inter, invece, sta salutando già con malinconia ed un pizzico di veleno l’uomo che l’ha
riportata in cima all’Europa, il tecnico che ha unito il gruppo con la sindrome dell’accerchiamento, quel Josè Mourinho che, ad appena 47 anni è già uno degli allenatori più vincenti di tutti i tempi e che proverà a rimpolpare il suo palmares con il Real Madrid, dove si aspettano subito la decima Coppa dei Campioni (o Champions League per i moderni, fate voi). Chi al suo posto? Credo davvero Benitez, che ha rifiutato la Juventus anche perchè sapeva di potersi accasare all’Inter. Difficile raggiungere Capello, improbabile Guardiola: il suo calcio mal si adatterebbe alla muscolarità nerazzurra. Tempo di scelte importanti anche al Milan, dove hanno deciso che per allenare basta anche aver fatto una tournée. Creato il precedente, l’erede di Leonardo sarà Allegri. Giovane, bravo, dovrà provare a vincere con una squadra che con ogni probabilità non sarà all’altezza. A Cagliari ha fatto bene, lo attende una prova importante al Milan, che ha forzato le eventuali resistenze di Cellino promettendo di lasciare Astori in Sardegna. Non ci voleva poi molto. Infine, ultima delle panchine bollenti, quella viola. La Fiorentina vedrà andar via Prandelli, che comunque non si muoverà da Firenze, dove si trova Coverciano. Diversi i nomi per la sua successione: io dico Marino.
Se c’è un giocatore che merita di essere il simbolo di questa straordinaria annata nerazzurra è Milito. Il Principe che ha reso l’Inter regina d’Europa. Sneijder e le sue geometrie sono state importanti, così come l’abnegazione di Zanetti, il lavoro in copertura di Eto’o, le sgroppate di Maicon o la cerniera difensiva formata da Samuel e Lucio. Ma Milito ha impresso il suo marchio anche sulla finale dopo aver segnato e corso per tutta la stagione. Come giocatore è straordinario, perchè completo. E’ da 8 in tutto, direi. Segna come faceva Ibrahimovic, ma in una partita corre come lo svedese in un girone. L’Inter ha completato il tris con
la carta più pesante, quella coppa attesa da quasi mezzo secolo. Da tifoso juventino, confesso che ho visto la partita fino al primo gol: quell’azione ha dimostrato che il Bayern Monaco non aveva nessuna possibilità, il secondo gol ha confermato la mia impressione. Non si può perdere un uomo in quel modo, soprattutto se quell’uomo si chiama Diego Milito. A voler trovare il pelo nell’uovo, ho come l’impressione che qualche decisione arbitrale favorevole abbia spianato la strada all’Inter: contro Chelsea e Barcelona, certo, ma anche ieri sera c’era un fallo di mano di Maicon sullo 0-0. Ed era piuttosto evidente. Anche se dopo aver visto “Kill the referee” capisco molto meglio le difficoltà dei direttori di gara. Ad ogni modo, i nerazzurri hanno fatto fuori dalla competizione i campioni di Inghilterra, Spagna e Germania: non sarà un caso. Da juventino, si chiude l’anno calcisticamente peggiore della mia vita, e non poteva che terminare così. Nemmeno la vittoria del Mondiale (fantascienza) potrà tirarmi su. Farò finta che il 22 maggio 2010 non sia mai esistito.
