Non poteva andare altrimenti. Oppure sì: ricordiamo ancora con affetto la trasferta durante le qualificazioni a Euro 2008, quando decise una doppietta di Inzaghi che, almeno in quella occasione, non esultò come un ossesso. 2-1 con qualche patema, quella volta. Poi un già più rassicurante 3-1 a Modena: fatto sta che un gol da questi dilettanti lo avevamo sempre preso. Vedendo la partita (dallo stadio, addirittura) non capisco come sia stato possibile: i giocatori delle Far Oer non hanno mai tirato in porta e non potrebbe essere altrimenti, per una Nazionale che rappresenta uno stato con 50.000 abitanti e 87.000 pecore. Comunque,
non voglio fare lo schizzinoso, non sia mai: una vittoria per 5-0 è sempre un bel segnale. Soprattutto se si riesce ad andare a rete con ben cinque giocatori diversi, ed in tutti i modi: da calcio d’angolo, in mischia, su punizione, con un tiro da fuori. Bene così: l’Italia di Prandelli, almeno nelle partite ufficiali, è partita davvero bene e questi sei punti racciolti finora si riveleranno utilissimi in futuro. Unica nota negativa della mia serata allo stadio è il fatto che, seppru partito con anticipo, sono riuscito ad entrare a partita già iniziata, appena in tempo per gustarmi l’invasione di campo del solito noto. Non ero mai stato al “Franchi”: sembra che per vedere una partita ci si debba inventare parcheggi fantasiosi e che si debba arrivare almeno un’ora prima, visto che per un’intera curva era stato aperto solo un cancello. “E poi la gente non va allo stadio”, questo ho pensato nella lunghissima fila a serpentone che mi stava lentamente conducendo in curva Ferrovia.
Oggi è il grande giorno della Sampdoria: i blucerchiati provano a riallacciare quella storia d’amore breve ma intensa con la Coppa dei Campioni che durò appena una stagione e che finì, bruscamente, con quel destro di Koeman in un giorno di maggio a Wembley nel 1992. All’epoca, gli attuali gemelli del gol doriani, Cassano e Pazzini, andavano ancora alle elementari. Quelli veri, Mancini e Vialli, costituivano la coppia d’attacco più affiatata della loro generazione e la loro intesa andava ben al di là del rettangolo del gioco. Ma tutta quella Sampdoria era infarcita di ottimi giocatori, ed era il culmine di quello che davvero si può definire un “progetto”: se negli anni Ottanta il Napoli ebbe bisogno di un certo Maradona per raggiungere il Paradiso calcistico e il Verona interpretò la stagione perfetta nella stagione del sorteggio arbitrale integrale, nello stesso periodo a Genova il pre
sidente Mantovani costruiva la sua squadra nel tempo, aggiudicandosi prima una manciata di Coppe Italia e poi la (ahimè) defunta Coppa delle Coppe. Nel 1991, poi, arrivò lo storico primo e finora unico scudetto blucerchiato . Altri tempi, altra squadra, davvero. Soprattutto perchè dopo la qualificazione ai preliminari di Champions League l’attuale presidente Garrone non ha investito sul mercato, confermando per intero la rosa dell’anno scorso, cambiando solo la guida tecnica. La Sampdoria non parte da favorita, ma nemmeno da sconfitta annunciata: il doppio scontro con il Werder Brema è indecifrabile, adesso ancora di più vista la cessione di Ozil al Real Madrid. Due squadre operaie che si contendono l’accesso alla competizione europea più prestigiosa: per Cassano e Pazzini l’occasione per avvicinarsi al mito dei gemelli del gol, quelli veri. E chissà che, una volta conquistati i gironi, Garrone non decida di rinforzare la rosa, per avvicinarsi al Presidente, quello con la “P” maiuscola…
In attesa che la Juventus vendendo Diego compia l’operazione in uscita più sbagliata degli ultimi undici anni, ovvero dai tempi di Henry sbolognato all’Arsenal, è già tempo di amichevoli internazionali. E importanti, anche, perchè ieri ha esordito la nuova Italia di Prandelli che, a dirla tutta, non è stata molot migliore dell’ultima di Lippi. Tuttavia, è bene chiarire che si tratta pur sempre di calcio agostano, ovvero di un calcio che non conta nulla. Tutte le squadre in preparazione, esordienti in quantità, nuovo tecnico: si può vincere
5-0 come perdere 1-0 contro la Costa d’Avorio. Di cose buone se ne sono viste poche, e quelle milgiori sono arrivate sui calci piazzati, escludendo un’incursione di Motta che arrivato in area di rigore ha poi colpito il palo. Amauri non ha segnato, ma questa non è una novità, c’era chi si aspettava qualcosa di più dalla coppia Cassano-Balotelli, che invece devono ancora affinare l’intesa. Mi ha fatto una buona impressione Sirigu: più di Marchetti, può essere lui il vice e l’erede di Buffon. Da notare come ci fosse un blocco juventino anche ieri sera: tre quarti di difesa erano bianconeri e l’altro, Molinaro, lo era fino ad un mese fa. Molinaro, tra l’altro, ieri sera non si è esibito nel pezzo forte del suo repertorio, ovvero il cross. Peccato. Comunque, in generale non credo che il 4-2-3-1 sia il modulo adatto a questa squadra, ma magari mi sbaglio.
Ancora Nazionale.Dopo che se n’era parlato per una stagione intera, quasi due, credevo che la convocazione di Amauri avrebbe fatto più scalpore una volta che fosse avvenuta. In realtà, la storia dell’oriundo in Italia è vecchia, e la nostra rappresentativa ha basato parte delle sue fortune anche su di loro. Tuttavia, quello che rende il caso-Amauri pa
rticolare è che il giocatore in questione viene da una stagione e mezzo semplicemente ridicole. Niente a che vedere con il Camoranesi naturalizzato da Trapattoni: correva l’anno 2003, e in Italia non c’era un giocatore in grado di saltare l’uomo sulla fascia come lui. A dire il vero, non c’è nemmeno adesso. In più, Camoranesi aveva 27 anni, Amauri ne ha già compiuti 30. Non è che ce l’abbia con le naturalizzazioni… anzi un po’ sì: quando sono “selvagge”, e non è il caso di Amauri, e quando sono ingiustificate, ed è il caso di Amauri, nel senso che ok, è cittadino italiano, ma non c’era necessità di farlo anche vestire d’azzurro. Ad ogni modo, comprensibile la soddisfazione del giocatore, che dal ritiro di Coverciano ha parlato della sua prima convocazione: “Io e Balotelli insieme siamo un gran bel segnale per tutto il Paese“. Per il Paese può darsi, per il nostro calcio mica tanto.
E’ partito il nuovo corso della Nazionale targata Prandelli. Fatti fuori i rami secchi, ecco una ventata di novità, alcune davvero gustose. Innanzitutto, ecco finalmente convocati Cassano e Balotelli: l’inventore delle “cassanate” e il suo unico legittimo erede insieme, a braccetto, nell’Italia. Probabilmente titolari: insomma, un’entrata dalla porta principale. A questo punto, se tutto va come deve andare, l’Europeo del 2012 lo abbiamo già in tasca
. Sempre che non ci si metta di mezzo Amauri, convocato senza un vero motivo da Prandelli. L’unico può essere quello che, in caso di annata da venti reti, ci faccia un pensierino il Brasile, ma qua, sinceramente, come condizione la vedo doppiamente impossibile. In mezzo al campo, sorta di staffetta tra i cagliaritani Cossu e Lazzari: il secondo ha dalla sua, se non altro, il fattore-età. Grosse novità ci sono anche dietro, con gli esordienti (almeno nelle convocazioni) Antonini, Astori, Lucchini e Molinaro. Roba da brividi: questi un tempo sarebbero stati come minimo seste/settime scelte nei loro rispettivi ruoli. Comunque, Astori è giovane e ci può stare, Antonini gioca sulla duttilità e sul fatto che forse anche Prandelli lo ha preso per uno che giocava in Primavera fino a due anni fa, Lucchini rappresenta un premio per la stagione della Sampdoria e Molinaro può godere, nonostante i suoi piedi osceni, del fatto che nell’Italia non si vede un terzino sinistro degno di questo nome dai tempi di Grosso versione 2006. Comunque, con Cassano e Balotelli niente ci è precluso, nonostante il fastidioso blocco juventino di nuovo che si fa nuovamente minaccioso all’orizzonte.
Intervista passata sotto silenzio ma interessantissima quella ad Alessio Secco apparsa su La Stampa. In pratica, l’ex direttore sportivo della Juventus avrebbe concluso grandi operazioni in entrata, poi andate in fumo per colpe non sue, e non avrebbe mai fallito in quelle andate poi in porto. A suo dire, la società bianconera aveva preso Mascherano a gennaio del 2007: in pratica, quando il centrocampista argentino giocava (poco) nel West Ham, prima del suo trasferimento al Liverpool. Grande, grandissimo colpo per la B, ed anche per la A, pensando ai
due presi l’estate seguente: Tiago-Almiron, la coppia meno vista insieme nella storia del calcio. Insomma, Mascherano non sarebbe arrivato perchè la proprietà del suo cartellino era un mix di società e privati e questo andava contro al codice etico juventino, mentre per lo stesso codice etico vanno benissimo, per dire, Andrade. Secco aveva poi chiuso per Cassano, ma per qualcuno non era maturato. E Poulsen? I soldi per Xabi Alonso c’erano, fu proprio una scelta, non una necessità. Bene, ma anche qua Secco scarica la responsabilità sul fatto che le decisione fu collegiale. Per lui, anche la gestione di Calciopoli poteva essere stata migliore. Ma anche qua ovviamente non ha colpe. Insomma, Secco avrebbe fatto grandissimi acquisti, però poi qualcun altro ha sempre messo i bastoni tra le ruote. Aveva anche preso Gianpaolo prima che la società scegliesse Ferrara… Un grandissimo dirigente, allora, peccato che non contasse nulla e che non abbia mai fatto contare abbastanza la sua parola. Secco si è lamentato del fatto che dopo un rapporto di tredici anni è stato allontanato senza nemmeno un “grazie”. Si, appunto, ma “grazie” di cosa? Prima addetto stampa, poi team manager, poi direttore sportivo: mi sa che è lui a doverlo dire.
Oggi rinasce l’Italia (calcisticamente parlando). Dalle ceneri della disfatta targata Lippi-bis passiamo all’era di Prandelli, allenatore che nonha mai vinto nulla in carriera con una squadra di club e che proverà a farlo con la squadra di tutti. Si è appena insediato, eppure già si fanno i nomi di quelli che verranno chiamati dal nuovo ct. Può darsi che la prima Italia di Prandelli sarà meglio dell’ultima di Lippi. Scontato per m
olti, in realtà non è esattamente così: l’ex ct poteva portare Cassano, ma sarebbe cambiato poco. La Nazionale di Prandelli potrà essere migliore per il fatto che i giovani che erano al Mondiale faranno esperienza e che ne verranno fuori altri, però al tempo stesso chi rimarrà avrà altri anni ed acciacchi in più. In generale, un problema c’è già in porta, perchè in Italia non c’è un altro Buffon. Dietro, già vestono idealmente l’azzurro Ranocchia e Santon, talenti che hanno alle spalle mezzo campionato di A, e De Silvestri, promessa da ormai quattro anni, per dire. Nel mezzo, in rampa di lancia Poli, ma se Pirlo sta bene giocherà lui. In attacco, spazio a Cassano, che però l’anno scorso ha fatto panchina nella Samp, a Balotelli, che il giorno prima della maturità va a sparare per Milano con la sciacciacani, e a Rossi, che a fatica va in doppia cifra nella Liga. Si poteva fare meglio, ma come diceva Lippi, di fenomeni a casa non ne aveva lasciati. Magari diventeranno tali, ma per ora andiamoci piano. La vera speranza è che l’Inter faccia giocare i giovani italiani che ha e che ne comprino altri il Milan, la Juventus e la Roma. Perchè solo giocando in certe squadre e disputando partite ad alti livelli si matura davvero.
Per me il rigore su De Rossi c’era. Dunque, errori arbitrali alla mano, possiamo recriminare qualcosa. Ma d’altra parte la terna, anzi quaterna arbitrale arrivava dal terzo mondo del calcio. Eh vabbè, inconvenienti che ci possono stare e che, in ogni caso, non giustificano il pareggio contro la Nuova Zelanda, anche lei arrivata direttamente dal terzo mondo, sempre calcistico. Non sono nemmeno tutti professionisti gli All Whites, eppure non siamo stati capaci di andare oltre il pareggio. Andando ovviamente in svantaggio, in quella che
sembra poter diventare una brutta abitudine. Il nostro Mondiale è già a rischio: non sono mai stato ottimista sulle nostre possibilità, ma che fossimo così molli non lo pensavo davvero. Non c’è nessuno che salta l’uomo, non c’è nessun fuoriclasse, si sapeva, ok. Ma che nessuno corresse e/o avesse un barlume di idea andava oltre ogni nefasta previsione. Lippi ha le idee confuse, anche se dice di no: vero, il compito dell’allenatore consiste nel variare modulo e uomini, ma se fai tre cambi dopo nemmeno un’ora e cambi schema ogni venti minuti, allora qualcosa c’è che non va. Il calcio è una ruota che gira: quattro anni fa girò dalla nostra parte e tutti giocarono il miglior torneo della loro vita. Stavolta vincerà qualcun altro. Magari l’Olanda, visto che potrebbe avere un ottavo decisamente abbordabile. Sempre se passiamo noi.
Ormai è ufficiale: è Delneri il nuovo allenatore della Juventus. Personalmente ho molti dubbi sulla scelta, ma se si è deciso di dare fiducia a Marotta, giusto assecondare le sue idee. Secondo me il 4-4-2, ora come ora, è l’unico modulo con cui la Juventus non può giocare ed è esattamente quello con cui ama schierarsi Delneri. Non ci sono le fasce: servono cursori di fascia di livello, ma anche le rispettive riserve: ci sarà da lavorare molto sul mercato, e non sarà facile. Di soldi ce ne sono e sono anche possibili cessioni importanti: Buffon su tutti, ma anche Felipe Melo e
Diego. Io terrei tutti: in fondo, serviranno quattro centrali lì in mezzo: Melo, appunto, Marchisio, Sissoko e Poulsen. Ma da Genova potrebbe arrivare Palombo. Perchè poi cedere Diego? Servirebbe comunque una seconda punta e l’ex del Werder la può fare, anzi, potrebbe esattamente fare quello che a Bergamo faceva Doni o Cassano alla Sampdoria. Anche perchè Del Piero ancora titolare è una scelta francamente improponibile. Non ha senso cedere Diego per arrivare a Ribery. Se il budget per il mercato è davvero di 80 milioni, non serve vendere i buoni giocatori che ci sono, ma cedere i rami secchi, alleggerendo così anche il monte ingaggi: via Zebina, Cannavaro, Grygera, Grosso, Salihamidzic e Trezeguet, tanto per dire. Amauri, purtroppo, rimarrà dov’è. Comunque una ventina di milioni risparmiati, tanto per dire. E monetizzare su chi è ora in prestito, come Molinaro e Tiago. I nomi che vedo in giro, quelli dei futuri bianconeri, dico, mi fanno rabbrividire. Speriamo bene.
Mourinho dice che allenerà il Real Madrid, prima o poi. La sensazione è che lo farà tra poco, direi tra due partite. Ultima di campionato a Siena e, poi, finale di Champions League. Ma solo se la vincerà. Mou ha le sue missioni, le compie e poi se ne va. Oppure se ne va comunque: diciamo che non è uno che perde tempo sulle panchine. Al Port
o mollò tutto dopo aver compiuto quello che ancora oggi rimane il suo capolavoro: in due anni vinse tutto con una squadra modesta. Il Chelsea gli chiedeva un campionato che mancava da mezzo secolo: ne portò a Stamford Bridge due di fila. Poi, fallì l’assalto alla Champions e lasciò poco dopo. All’Inter ha vinto in campionato e si andrà a giocare la coppa tra pochi giorni: che vada bene o male, Mourinho scapperà a Madrid, ricoperto d’oro da Perez più di quanto adesso non faccia Moratti. E’ un percorso naturale e per gradi: il Real Madrid è il massimo e da quelle parti vogliono la Champions League. L’ennesima missione per lo Special One. Poi, come ha già detto, prenderà per mano il Portogallo: e se vincesse anche con quello, allora, sarebbe davvero uno dei più grandi di sempre. Nel frattempo, sembra che troverà una panchina anche uno degli allenatori più scarsi d’Italia: sto parlando di Donadoni, che sostituirà Delneri alla Sampdoria. In Champions League, magari. Lo vuole Cassano: questa sì che è meritocrazia.
