Garrone, toccato in maniera personale dalla rimonta dell’Inter in quella sfida contro la sua Sampdoria, dice che oltre al recupero extralarge non ci fu nulla, ma che comunque “le nuove intercettazioni sono prove e vanno prese in considerazione“. Insomma, così facevan tutti. Il bello è che lo ammette anche Bergamo, che
tra l’altro pare lo sostenga da sempre, ma nessuno, forse ci voleva sentire, da quell’orecchio. Tutti attaccati al telefono, come nemmeno nel migliore degli spot della Telecom: tutti a chiedere, tutti a cena insieme: “Se poi qualcuno a mia insaputa è andato oltre - dice l’ex designatore - non posso essere coinvolto“. E giù smentite anche sulle sim svizzere di Moggi. Che, intanto, va giù pesante nei confronti di John Elkann: dalla pagine di Libero lo paragona all’Innominato per il suo ravvedimento tardivo, ma ce l’ha anche con Moratti, che però risponde laconicamente“Sono fatti loro”, visto che, soprattutto preferisce concentrarsi sul campionato: “Sarebbe antipatico perdere la serie A”, dice. Ah, a proposito, certe cose non si possono far notare perchè coinvolgono Facchetti. Questo sì che è molto antipatico. Nel frattempo, allargando e dando un’occhiata al Mondiale, ci si mette anche Bin Laden a creare un bel clima disteso, visto che ha annunciato che gli farebbe molto piacere colpire le nazionali di Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germani e Italia. Decisamente antipatico pure lui.
Moratti dice che tutto questo è vergognoso, però alla fine le telefonate partivano anche da chi, all’epoca, lavorava per l’Inter. In questi giorni sono emerse nuove chiamate effettuate da Moratti nei confronti di Bergamo, e ieri ne sono uscite altre fatte da Facchetti (pace all’anima sua). Le ha pubblicate La Stampa e qua subito si dirà che come quotidiano è, mettiamola così, piuttosto vicino alla Juventus. Fatto sta che le
telefonate ci sono state, quando Moratti ha sempre categoricamente escluso di aver chiamato i designatori. Non solo, ci si è messo pure Vieri con la storia dei pedinamenti: per l’Inter piovono accuse da ogni parte. La cosa curiosa è che le intercettazioni del gennaio 2005 riguardano la celebre partita Inter-Sampdoria 3-2, quella del dvd. Io ci andrei comunque cauto: non è che vado in piazza a urlare “Ridateci gli scudetti!”, però, insomma, se non altro si capisce come anche l’Inter fosse vicina agli arbitri, ed in più, non riusciva a vincere nulla lo stesso. Boh, detto ciò, in quella partita non credo ci sia stato nulla di particolare, se non un recupero sostanzioso, però oggettivamente mi sembra poco. Però c’è quella frase di Bergamo detta a Facchetti: “E’ una sfida che vedrai la vinciamo insieme” che, insomma, qualche sospetto può anche farlo nascere. Magari all’Inter volevano a tutti i costi far uscire il dvd, chissà. Chi vivrà vedrà.
Se quelle di ieri erano voci, oggi voglio parlare di un giocatore che, a quanto pare, in Inghilterra ci sta per andare sul serio. O meglio, ci sta per tornare: si tratta di Patrick Vieira. Sembra infatti cosa certa il suo trasferimento al Tottenham, rivale storico della società nella quale il franco-senegalese si è affermato come campione di caratura internazionale. Dopo gli inizi in Francia ed una fugace apparizione al Milan (dove viene bocciato, si dice, anche per la sua statura: troppo alto per il calcio degli anni ‘90 ma adattissimo per q
uello del 2000…), è giocando nei Gunners che Vieira da il meglio di sè, diventandone anche capitano. Lunghe leve, personalità, senso dell’inserimento, tecnica e potenza nell’Arsenal tutto palla a terra e in velocità disegnato da Wenger, capace di vincere tre Premier League e quattro FA Cup, ma nessun alloro europeo, anche se in Champions giocare ad Highbury era il peggio che ti poteva capitare. Ricordo l’estate del 2005, quando la Juventus lo acquistò per metterlo accanto ad Emerson: non so se all’epoca in Europa si trovava di meglio. Tuttavia l’ultimo grande colpo di Moggi vive una stagione in chiaroscuro, con un’ottima partenza, condita da gol decisivi, ma con una seconda parte in calo, soprattutto a causa della pubalgia. Il vero Vieira finisce con Calciopoli: acquistato dall’Inter, in tre anni non riesce a dare in pieno il suo contributo (non per colpa del club, sia chiaro), non va mai oltre le 20 presenze a campionato e in totale gioca solo 75 partite, tra i soliti problemi fisici e convocazioni in Nazionale tra le polemiche. A Londra lo cedettero perchè avevano in rampa di lancio Fabregas, a Torino perchè c’era la Serie B, all’Inter non lo rimpiangerà nessuno. Anzi, liberarsi del suo pesantissimo ingaggio non potrà che far sorridere Moratti.
“Parlo da mesi con Luciano Moggi ma lui non vuole entrare nel Bologna e io non voglio che entri. Il caso-Moggi non esiste. Ieri era a Bologna per i fatti suoi, in serata è stato mio ospite e abbiamo parlato di calcio, ma non è mai stato coinvolto negli affari del Bologna. Se si ritiene che parlare con Moggi sia un peccato è colpa m
ia, ma da quando lo conosco mi ha detto piu’ volte che nel calcio direttamente non vuole entrare. Se mi avesse dato suggerimenti positivi, li avrei accolti ma lui non mi ha mai fatto nomi e quindi nel Bologna non avrà nessun ruolo“. Parole di Renzo Menarini. Il presunto caso-Moggi, dunque, è nato e si è sgonfiato in poco più di 24 ore. Nonostante le smentite, però, continuano a circolare voci su un Bologna 2009/10 filojuventino, con Moggi “consulente”, Ceravolo, a lui vicino, Direttore Sportivo (ma lui ha già negato), Conte allenatore e Nedved al clamoroso (nemmeno poi così tanto) ritorno in campo. In realtà, concentrandomi su Moggi, mi sembra che sia stato fatto tanto rumore per nulla. Come ha detto lui stesso molti presidenti lo chiamano per chiedermi consigli non retribuiti. E sarebbero stupidi a non farlo, dico io. Non è certo illegale chiedere e ricevere consigli, in particolare da un uomo che, c’è poco da fare, conosce il mondo del calcio come pochi. Forse non è il massimo da dire, ma, da juventino, vorrei che Secco alzasse la cornetta qualche volta per chiamarlo, ma ho come l’impressione che abbia cambiato numero…
Passano gli anni, passano i governi, ma la sudditanza psicologica rimane. Se così si può definire. Oppure si può semplicemente pensare che i direttori di gara, ma in particolare i loro assistenti di linea (quelli che un tempo erano semplicemente guardalinee), siano mediocri. Non sono mai stato un grande estimatore dell’arbitro Farina, che infatti anche ieri non mi ha particolarmente convinto durante Atalanta-Juve
ntus, ma il tocco di Marchionni su Floccari, già dubbio, è stato “annullato” dalla caduta plateale e ritardata dell’attaccante. Ma come si può non vedere un fuorigioco di un giocatore che è davanti a te? E come non si può alzare alzare la bandierina sul secondo gol di Maicon? Le prime della classe erano andate in affanno tra ieri e sabato, ma sono riuscite a vincere anche grazie alle sviste arbitrali. Dell’Inter ho già detto, della Juventus salvo la caparbietà di fronte agli assalti bergamaschi e la sua capacità di sfruttare le palle inattive. Però gli arbitri e i loro assistenti hanno toppato, e lo hanno fatto clamorosamente. Ma non solo ieri, sia chiaro. Vero, il gioco è sempre più veloce, gli arbitri sono sempre da soli e di guardalinee ce ne sono due, come gli occhi che hanno per controllare le azioni di gioco. Le sviste ci sono sempre state e sempre ci saranno, ieri c’è chi dice per motivi che esulano dall’ambito sportivo, adesso si dice che tutto accada per semplice incapacità. A causa delle note vicende di Calciopoli un’intera classe arbitrale è stata costretta a crescere in fretta. Troppo in fretta. Forse sta tutta lì la questione. Di nuovi Collina non ce ne sono e quello vero, ormai, è dietro a una scrivania.
Dopo più di due anni Gianluca Pessotto ha raccontato il suo dramma a La Storia siamo noi su Raidue. L’attuale team manager della Juventus ha descritto nei dettagli il periodo difficile che stava attraversando: “Era un incubo continuo. In ogni persona vedevo il Diavolo o la Madonna: Mi sentivo perseguitato“. A far precipitare la stabilità emotiva dell’ex difensore bianconero erano stati il recente addio al calcio ma soprattutto gli eventi di Calciopoli: “Mi identificavo troppo nel Gianluca calciatore tutto quello che facevo era dovuto al fatto che mi consideravo tale. Nel momento in cui sono venuti a mancare questi requisiti, è venuta meno anche la fiducia in me stesso“. Ha poi aggiunto: “Tutto ciò che avevo fatto in campo veniva azzerato, dimenticato. E’ come ricevere un cazzotto e non capire da dove è arrivato“. La paranoia ragg
iunse livelli impensabili: “Un anotte, tornando a casa, comprai una bottiglia d’acqua e mi sembrava che le monete di resto fossero come impolverate e cosparse di sostanze stupefacenti per incastrarmi. Immaginavo che ci fosse ad aspettarmi la Guardia di Finanza e che, da un’auto che mi seguiva, due persone con le fattezze vaghe dei miei suoceri, mi dicessero ‘Vedrai che brutta fine’“. Insomma, tutto il suo mondo gli era crollato addosso, ed arrivò a tentare, come tutti sappiamo, il suicidio. Pessotto non è l’unico sportivo che si è raccontato di recente. Lo ha fatto Buffon con un’autobiografia, in cui ha ricordato il periodo in cui soffriva di depressione. Lui, il miglior portiere del mondo, ricco ed ammirato da chiunque. Lo stesso male ha colpito Adriano, unito a problemi di alcolismo. Nel passato hanno avuto dipendenze da alcol giocatori come Adams e Best, che ci ha rimesso la vita. E pensiamo a Gascoigne, caduto in un pozzo di cui non si riesce a vedere il fondo…perché se è vero che tutti gli eroi sono giovani e belli, certi problemi possono toccare a chiunque. Un lato umano, anche se brutto, del calcio.
