Al giro di boa la Juventus è prima. Imbattuta sebbene non imbattibile, ha fatto un punto in più del Milan, tre più dell’Udinese e sei dell’Inter. La squadra che diventerà campione alla fine uscirà da questo quartetto, che per realismo riduco ad un terzetto, perché l’Udinese è forte e collaudata ma non abbastanza da reggere fino in fondo. Per adesso in testa c’è la Juventus, vivace e battagliera com’era da giocatore Conte, ma che deve sempre girare a mille per funzionare e che sbaglia troppi gol. Dal mercato non arriverà un bomber di quelli
che stravolgono la squadra e cercherà di far tesoro di Borriello e di altri che daranno una mano a rimpolpare gli altri reparti. Su quel tipo di punta c’era il Milan, che però Tevez al momento non lo ha. C’è Maxi Lopez virtualmente rossonero ma non è proprio la stessa cosa e se la Juve è di Conte, il Milan è di Ibrahimovic come non mai. Ma di lui e di nessun altro e questo potrebbe penalizzarlo. L’anno passato lui, Pato e Robinho ne misero dentro 14 a testa. Oggi Robinho non vede la porta, Pato intravede a malapena il campo e con lo svedese non si prende. La Juventus dipende dallo stato di forma, il Milan da quello di Ibra e un raffreddore se lo può prendere anche lui. Non è poco. Rimane l’Inter, un po’ staccata ma viva, nonostante tutto. Il filotto è di quelli buoni ma prima o poi i nerazzurri freneranno, però nel frattempo sono usciti dal tunnel. Grazie a Ranieri e al suo gioco elementare, non bello da vedere ma efficace. Milito è rinato: adesso c’è da rimettere in campo Sneijder e questo paradossalmente potrebbe essere un problema. Manca una settimana di mercato e poi ne sapremo di più.
Daniele De Rossi è stato così a lungo Capitan Futuro che, alla fine, rischia di non diventare mai capitano sul serio. Se avesse tempo e voglia di aspettare non ci sarebbero problemi: Totti non è eterno ed in fin dei conti anche in questa stagione ne ha fatto spesso le veci. Ma c’è quel “se”, appunto. Del suo tempo De Rossi ne ha già dato tanto alla Roma: di sicuro per lui non è stato un peso farlo, perché prima di esserne un giocatore
ne è stato tifoso. Però dal punto di vista sportivo ha ricevuto poco o nulla e non c’entra l’affetto dei tifosi, c’entrano i trofei, quelli che si mettono in bacheca. La Roma può essere considerata una grande, ma non è la squadra da battere e potrebbe non esserlo a lungo, salvo miracoli americani. De Rossi ha dato una vita sportiva alla Roma e il suo desiderio di partire sarebbe legittimo, perché le sirene sono di quelle importanti. Se non altro quelle economiche: nella Capitale non avrà mai l’ingaggio che gli garantirebbe il Manchester City. La mia impressione è che lascerà, ma non adesso. Aspetterà giugno e la Roma non incasserà un euro dalla sua partenza. I grandi amori finiscono ma, almeno, lo avrà tenuto con sé qualche mese in più.
C’è chi dubita dell’utilità del ritiro precampionato: di sicuro dal punto di vista climatico stare un po’ in altura permette di godere di un po’ più di freschino. Che poi il lavoro fatto lassù abbia effetti scientifici sulla stagione, beh, su questo non ci giurerei nemmeno io. Piuttosto, sono certo che il ritiro serva soprattutto ad una cosa: a prendere confidenza l’uno con l’altro, a fare gruppo, a lavorare tutti insieme su schemi magari
nuovi di un allenatore, appunto, nuovo. Ecco, a questo serve davvero il ritiro precampionato, ormai troppo spesso sacrificato sull’altare dei facili incassi fatti in giro per il mondo. Ci si ritrova in montagna, e poi dopo una settimana si parte. E poi magari ci si ritorna. Non ha molto senso ma si fa così da qualche anno. Questo non aiuta a cementare il gruppo e a far entrare nelle teste dei calciatori quello che vuole il mister. In alcuni casi sarebbe proprio necessario lavorare tutti insieme fin dall’inizio. Mi viene in mente il caso della Juventus, reduce da un’annata disatrosa. Nuovo tecnico, Conte, e squadra un po’ tutta da rifare. L’allenatore, tra l’altro, sembra sia un maniaco degli schemi. Eppure, la squadra è a Bardonecchia e ancora non ha a disposizione un’ala sinistra, che dovrebbe essere un po’ uno dei tasselli fondamentali del suo gioco. Dovrebbe essere lì accanto a lui, ad imparare e a prendere appunti (nel cervello). E nemmeno se ne parla, di questa benedetta ala sinistra.
Credo sia stato bellissimo essere un tifoso dell’Udinese a maggio, dopo due mesi suppongo invece che stia diventando un po’ una sofferenza. Ufficializzate le cessioni di Inler e Zapata, per Sanchez al Barcelona siamo invece ai dettagli. Tre pietre angolari. Tutto sommato, c’è però da dire che si sapeva da mesi che lo svizzero e il cileno se ne sarebbero andati, decisamente a sorpresa invece la partenza di Zapata, che tra l’altro si è sistemato al Villarreal, senza fare nessun salto in avanti in carriera, in pratica. “O’lione” Inler, invece, è
passato al Napoli e per l’occasione ha dato vita ad una scenetta desolante ed a giudicare dalla sua espressione avrebbe preferito essere in qualsiasi altra parte del globo in quel momento. Anche se il Napoli non è il Barcelona, però almeno lui un salto in avanti l’ha fatto. Non quello che avrebbe magari voluto fare, ma l’ha fatto. E lo sta per fare anche Sanchez, proprio verso la Catalogna, ed in questo caso il salto è triplo, ma anche quadruplo. Sanchez, Inler e Zapata: in totale arriveranno circa 65 milioni di euro. Non verranno reinvestiti tutti sul mercato, non sarebbe da Udinese, anche se l’Udinese farà la Champions League: ed allora, ecco pronta un’altra infornata di talentini da tutto il globo, nella speranza che tra di loro ci sia un nuovo Sanchez, da pagare poco e poi vendere a peso d’oro. Ma il rischio che l’Udinese faccia come la Sampdoria l’anno scorso adesso sembra reale. E sarebbe un peccato.
Con la Copa America in corso, è normale che lo sguardo degli addetti ai lavori sia rivolto verso l’emisfero australe, ed è comunque comprensibile a prescindere dalla competizione continentale che si sta svolgendo in Argentina: l’America Latina è da sempre fucina di talenti che in estate ingolosiscono i club europei. L’ultimo arrivo nella nostra Serie A è quello di Ricardo Alvarez, giocatore che l’Inter ha strappato al Velez Sarsfield
(ed era nel suo destino fin da piccolo, altro che Ibra). Il prossimo potrebbe essere Erik Lamela, per il quale la Roma sarebbe pronta a chiudere, approfittando anche della retrocessione del suo River Plate, che ne ha abbassato il valore di mercato. Appunto, il valore di mercato: basta un buon campionato, o anche meno, per far salire i prezzi di questi campioni in erba. Alvarez, tutto sommato, ha giocato una cinquantina di partite da professionista, ed ha in pratica una media di una rete ogni dieci gare. Lo stesso si può dire di Lamela, che però ha dalla sua un’età ancora più verde. Colpa della tv, di youtube, dei procuratori, fate voi: fatto sta che ormai basta poco per vedersi appiccicata addosso l’etichetta di “Fenomeno”. Il “pompaggio” dei giocatori è pazzesco, e spesso chi parla si parla di potenziali fuoriclasse senza averli mai visti o forte di due replay in loop. Certo, si può portare l’esempio di Pato, ma non sempre la ciambella viene fuori col buco. Memori di certe pippe, comunque, auguri a chi è già arrivato e a chi arriverà.
Per la Juventus l’unica speranza per arrivare ad Aguero era che facesse una brutta Copa America: puntualmente, l’argentino ha segnato all’esordio contro la Bolivia. Era partito in panchina, è entrato al posto di Lavezzi (che forte delle 6 reti segnate in A ha il posto da titolare…) ed è stato subito decisivo. Non solo ha segnato, ma ha anche fatto un bel
gol. Nella Liga, tuttavia, Aguero ha già dimostrato il suo valore. Per questo, mi sembra strano che in tutta Europa non ci sia un altro club sulle sue tracce. Il Real Madrid, per esempio, che non si è ben capito se abbia preso o no Neymar, oppure il nuovo Chelsea di Villas Boas: le due minacce per la Juventus dovrebbero essere questi due club che, se si muoveranno, faranno fuori i bianconeri dall’asta per Aguero, c’è poco da fare. A quel punto, la Juve potrebbe ripiegare su Rossi, che male non sarebbe, e che potrebbe costare anche un po’ meno. Oppure, alla fine, arriverà Vucinic: in questo caso, il montenegrino potrebbe essere preso per farlo giocare largo. Insomma, per stare in un ruolo che non è il suo e che non ha mai gradito nemmeno a Roma. Comunque, tutto si deciderà tra quasi due mesi: il mercato è lungo e ci sarà tempo per buttare via soldi, tranquilli. Nel frattempo, di Bastos non si sa più nulla. E pensare che sarebbe stato l’ideale.
Quello che è successo tra Inter e Bologna in occasione dell’apertura delle buste per Viviano è oggettivamente grottesco: non è accettabile che un dirigente non sappia cosa deve scrivere in quell’occasione. Pedrelli l’ha fatta grossa, anche se Moratti non chiude le porte: ma il fatto è che il Bologna non è che volesse tenere Viviano per metterlo in porta, bensì per venderlo. E questo potrebbe in effetti ridimensionare l’accaduto. Non sono un direttore sportivo, però credo di aver capito bene la questione. La cosa certa è che in due anni il
Bologna ha guadagnato 600.000 euro: aveva preso metà Viviano per 3,5 milioni e l’ha rivenduta per 4,1. Se invece se lo fosse aggiudicaro per intero alle buste, avrebbe speso in tutto 8,2 milioni (3,5 + 4,7). A quel punto lo avrebbe venduto. Ma chi potrebbe essere interessata a Viviano? La Roma sembra orientata su Stekelenburg, la Lazio punta su Marchetti. La Fiorentina (per lui sarebbe un ritorno all’ovile) dovrebbe prima piazzare Frey e Boruc. Insomma, non ci sarebbe stata nessuna asta per il portiere, per cui non so a che prezzo il Bologna l’avrebbe venduto. Non credo in doppia cifra: tutto sommato è sì un portiere nel giro della Nazionale, ma c’è perchè Prandelli come riserva non chiama ultratrentenni, ed alla fine a 26 anni Viviano ha sempre giocato in B o per la salvezza in A. Insomma, l’avesse venduto a 10, il Bologna avrebbe fatto una plusvalenza di 1,8. A 9 di 800.000, l’avesse venduto a 8 avrebbe guadagnato meno rispetto ad adesso. Non credo che l’errore di Pedrelli costerà caro.
L’ultima idea costava troppo per Moratti, ma evidentemente non per Abramovich, che dopo aver fatto il suo ingresso trionfale nel mondo del pallone si era ritrovato ad essere uno dei tanti ricconi a far affari nel calcio. Ma questo non gli bastava, e nemmeno le Premier League conquistate con Mourinho ed Ancelotti: c’era da
tornare grandi, alla svelta. E con che nome, se non con quello di Villas Boas? Il nuovo Mourinho, l’erede designato dell’allenatore portoghese per adesso più famoso e vincente? Porto-Chelsea: il primo tragitto sarà identico. Per andare all’Inter ci sarà tempo. Certo, il rischio per lui c’è, ed è quello dell’eterno confronto con Mou. Ma è un rischio che con il lauto stipendio che gli passerà Abramovich, immagino che Villas Boas sarà ben lieto di correre. Nell’affare con il Porto il Chelsea dovrebbe inserire anche Falcao e fa bene, visto che il reparto d’attacco dei Blues si trova un Drogba alla frutta, un Anelka mai costante in carriera ed un Fernando Torres da recuperare, tecnicamente ma anche mentalmente. Falcao si trova a suo agio in Europa: basta guardare lo score di quest’anno per capirlo. E la conquista del continente è da sempre la grande ambizione di Abramovich: con Villas Boas in panchina potrebbe farcela. Mourinho ce la fece col Porto, lui ci proverà direttamente col Chelsea: ce la facesse, in questo avrebbe superato il maestro.
Diciamoci la verità: Moratti cercava solo una buona scusa per farlo e per questo immagino ringrazierà sentitamente il PSG. Leonardo non è un allenatore, almeno per ora: il presidente dell’Inter se n’era reso conto. Il brasiliano era una figura spendibile in mille modi, ma non in panchina. Ma in panchina c’era finito e mandarlo via avrebbe significato tornare alle vecchie abitudini, allo stato di confusione pre-Calciopoli. Tre
tecnici in meno di una stagione: sarebbero stati troppi. Non da grande squadra. Lo avrebbe tenuto in panchina, autoconvincedosi che così doveva fare, e poi lo avrebbe esonerato alla prima sbandata. Come fece con Lippi ed un po’ con Cuper. Invece, qua è Leonardo che chiede di andarsene: nessuno dirà che Moratti è un mangia-allenatori, non gli peserà la scelta, perchè la scelta l’ha fatta l’allenatore. Che allenatore non si mai diventato davvero e che ad Appiano Gentile si è sempre sentito di passaggio: prima in panchina ce l’hanno messo, al Milan, poi c’è voluto tornare lui, all’Inter, ma più che altro per rivalsa nei confronti dell’ex datore di lavoro. Lo aspetta Parigi: Moratti l’ha detto, cercheranno una soluzione che sia la migliore, per lui e per la società. Perchè Leo ha una grande opportunità. Come se guidare l’Inter non lo fosse. Al suo posto, il nome forte è quello di Bielsa, che magari si porterà dietro Sanchez.
Il Napoli è al centro dell’attenzione, purtroppo non solo per motivi legati al mercato. Campagnaro, difensore dei partenopei, è rimasto coinvolto in un gravissimo incidente d’auto in Argentina. Tre morti e due sopravvissuti, tra cui lui, appunto. Ma torniamo al calcio: a Napoli sono in arrivo Criscito e Inler. Il primo torna a casa, il secondo anche, diciamo così, dopo il flirt con la Juventus. Non aveva esultato dopo la rete segnata al San Paolo, più che un indizio una prova del fatto che già all’epoca l’affare era fatto. Poi, vabbè, una sbandata per una Vecchia Signora magari c’è stata, ma giusto quella. Sono due acquisti che rinforzano una rosa tutto sommato limitata e non eccezionale dal punto di vista qualitativo: Criscito giocherà, presumo, al posto di Dossena, perchè ormai non credo nemmeno che si ricordi come si gioca da difensore in uno schieramento a tre. E pensare che la Juve, quattro anni fa, voleva edificare su di lui il reparto arretrato del futuro… Inler, appunto, poteva essere un tassello importante del nuovo centrocampo bianconero, lo sarà di quello del Napoli: meglio così, perchè oggettivamente l’ormai ex Udinese non mi sembra un giocatore da quasi venti milioni. Lì in mezzo la Juventus ha già buttato via troppi soldi: Almiron, Tiago, Poulsen, Sissoko, Felipe Melo (che per me è buono ma strapagato), non era il caso di rischiare grosso di nuovo.
