Il campionato ha vissuto la sua prima vera svolta: il Milan adesso ha più di una partita di vantaggio sulla Juventus che, ironia della sorte, fino ai recuperi è stata anche virtualmente prima con meno match giocati. La flessione dei bianconeri è evidente: l’unico alloro è quello dell’imbattibilità, ma se si fanno due conti ci si accorge di come, in realtà, tanto valeva perderne due o tre e vincerne altrettante invece di
pareggiare a ripetizione. Non che la Juve lo faccia apposta, è che l’hanno creata così. Non ha il bomber vero e per vincere deve produrre tanto e poi non è detto che i tre punti arrivino. A Genova è stato così ed è inutile che la società si nasconda dietro il silenzio stampa se Pepe a porta vuota prende il palo da un metro. Per vincere serve precisione e concretezza, cose che il Milan ha, insieme ad un pizzico di fortuna. Prendiamo Nocerino: è quasi in doppia cifra, ma contro il Lecce il suo era un tiro innocuo che è entrato in rete grazie ad una deviazione. Lo stesso era accaduto contro la Juventus. Ai bianconeri questo non succede praticamente mai: motivo per cui sarebbe meglio aggiustare la mira per non vedersi scappare di mano quanto di buono è stato raggiunto finora.
Parliamo un po’ di calcio internazionale, tanto quello italiano non lo seguo più. Ieri sera Messi ha scritto un’altra pagina della storia del calcio: mai nessuno era riuscito a segnare cinque reti in una sola partita di Champions League. C’era chi ne aveva fatte quattro, si andava da giocatori mediocri come Prso a Van Basten ma cinque gol di un solo giocatore in un unico match non si erano ancora visti. Chi, se non lui, poteva riuscirci? Ibrahimovic no di sicuro. Magari Cristiano Ronaldo ma invece l’onore è toccato
all’argentino. Che si è persino concesso il lusso di un delizioso pallonetto di destro, tra l’altro. Siamo davanti ad un cannibale, ad uno che è già tra i migliori nella storia del calcio, ma da cannibale è stata anche la prestazione dell’intero Barcellona, che ha letteralmente seppellito il Bayer Leverkusn sotto una valanga di gol. E qua mi viene il dubbio: a qualificazione certa continuare ad infierire sull’avversario significa rispettarlo oppure no? Quando nel 1996/97 la Juventus umiliò il Milan a domicilio si disse che aveva mancato di rispetto ad una squadra giunta al capolinea di un ciclo glorioso. Ieri sera, invece, ho sentito dire il contrario. In pratica il Bayern Leverkusen doveva sentirsi onorato perché ad un certo punto i blaugrana non avevano tirato il freno. Sono confuso. Di sicuro si saranno sentiti onorati quelli che avevano scommesso ul 7-1, sempre che ce ne fossero.
La Coruna per la maggior parte delle persone è una città di mare della Galizia. Per i milanisti, invece, incarna un incubo, quello di essere rimontati ed eliminati quando già si pensava a come affrontare il turno successivo. Forte del 4-0 dell’andata, il Milan ha rischiato grosso contro l’Arsenal. Se non
l’eliminazione, almeno di andare ai s
upplementari. A quel punto i Gunners avrebbero avuto dalla loro il fattore psicologico e chissà… ma non è successo. La partita è terminata 3-0, Milan ai quarti ma sudando freddo. La partita ha fatto capire come alcuni elementi non siano da grandi palcoscenici internazionali ma, soprattutto, ancora una volta i rossoneri non hanno potuto contare sul loro asso, quell’Ibrahimovic così grande con i piccoli e piccolo con i grandi, capace di abbattere con i suoi colpi le difese italiche ma anche così abile, poi, a nascondersi nelle sfide europee. Questa sua capacità di diventare invisibile, grande e grosso com’è, è stupefacente, esattamente come i colpi che sa inventare. Ormai ha 30 anni: da questo punto di vista difficile possa migliorare e, se ne faccia una ragione, a questo punto il Pallone d’Oro non lo vincerà mai. A meno che non decida una finale ma, visto come sono andate finora le cose, sembra piuttosto improbabile.
Una volta c’era un progetto mai ben capito (almeno da me), quello di Firenze. Aveva addirittura la “p” maiuscola: era il Progetto. Comprare giovani di valore, farli crescere e arrivare in alto con loro. Non è rimasto nessuno, solo Jovetic, ormai pronto al grande salto. In alto, appunto, ma con un’altra maglietta addosso. Ora ce n’è un altro, quello della Roma. Il progetto (non so se serva o meno il maiuscolo) comprendeva prima di tutto la scelta di una guida tecnica dal pedigree accattivante, ovvero Luis Enrique.
Veniva da Barcellona, aveva lavorato a stretto contatto con Guardiola e molti dei suoi giocatori erano approdati nella prima squadra più forte del pianeta. Possesso palla, bel gioco, almeno per iniziare. In attesa dei risultati, questo il piano. Ma a tutto c’è un limite e anche a Roma se ne sono accorti. La squadra giallorossa è sulle montagne russe da inizio stagione: non un barlume di continuità, difesa più che ballerina, quasi mai una formazione iniziale uguale a quella precedente. E adesso la panchina di Luis Enrique traballa: insomma, il tecnico è un po’ nella “mierda”, come direbbe lui. Credo che la dirigenza romanista abbia fatto qualcosa di buono vestendo di giallorosso alcuni giovani interessanti come Borini, Lamela, Pjanic, ad esempio. Tuttavia il fatto che Luis Enrique venga dal Barcellona non deve renderlo incolume dalle critiche. Perché il progetto finisce con Taddei e Rosi terzini quando manca il titolare che è Josè Angel, da rabbrividire. Per non parlare delle praterie nel mezzo. Lo so, sono il solito italiano che non dà tempo al progetto, ma questo entusiasmo per il tecnico asturiano mi sa tanto di esterofilia ingiustificata.
Se fino a poche giornate fa la Juventus aveva mezzo scudetto in mano, adesso il Milan lo sta portando un po’ più dalla sua parte. La squalifica di Ibrahimovic non s’è sentita, anzi, e ora che lo svedese è tornato pare avere una gran voglia di recuperare il tempo perduto. Nel frattempo la Juventus è scoppiata: non ha ancora perso, vero, ma a forza di pareggi non andrà lontano. Dodici punti in dodici partite: con sei
sconfitte e sei vittorie, per dire, avrebbe sei punti in più. Bello finire il campionato imbattuti? Dipende, chissà cosa ne pensano a Perugia. Il Milan ha dalla sua Ibra e un calendario decisamente più agevole. La Juventus, invece, ha la speranza che il momento di flessione sia finito e che le gambe ricomincino a girare. La punta che vince da sola le partite non ce l’ha e non poteva arrivare a gennaio. In compenso, però, sarebbe stato opportuno far giungere a Torino uno in grado di dare il cambio a Pirlo, Vidal e Marchisio. Non è successo e si vede. Conte ha grandi meriti e la Juventus sta facendo una stagione al di sopra di ogni aspettativa, ma in questo momento anche il tecnico ci sta mettendo del suo. Con scelte sbagliate sul campo, prima di tutto. E, poi, ha già detto che solo il Milan può perdere il campionato. Ok con il basso profilo, ma un po’ più di animo non farebbe male: se vince mercoledì la Juve è prima di nuovo.
C’era una volta la Santa Alleanza. Adesso è solo un pallido ricordo: Juventus e Milan l’una contro l’altra, così a muso duro, non si erano mai viste. Nemmeno al posto dei rossoneri ci fosse l’Inter. Sarà che le squadre in questione, storicamente, non sono mai state rivali. Quando la Juventus dominava, il Milan non c’era, e viceversa. I bianconeri più a loro agio tra le mura domestiche, rossoneri dalla più consolidata
vocazione europea. Eppure adesso le loro strade si sono incrociate e lo hanno fatto sulla strada per lo scudetto. Ne è venuto fuori un incidente destinato a causare conseguenze ancora a lungo. Il Milan poteva uscire dallo scontro diretto a +4 e dunque sicuro della vetta, rimane invece in testa, ma virtualmente la Juve è davanti. Il 2-0 non avrebbe condannato i bianconeri, ma per il Milan sarebbe stata una bella ipoteca sui tre punti. Gli errori di Romagnoli non hanno lo stesso peso, Conte può dirlo ma non credo lo pensi. Però è anche vero che Matri un gol buono lo aveva già fatto, che Mexes andava espulso e che, a ben guardare, l’angolo da cui è scaturito il gol fantasma non era stato battuto in modo regolamentare. Insomma, è successo tutto quello che poteva succedere, ed è strano. O, meglio, è incredibile. Si carica la partita, le polemiche iniziano in ampio anticipo e poi cosa succede? Il finimondo. Ma la cosa più assurda è che Muntari ha fatto due gol in due partite.
Non sono passati nemmeno due anni dalla notte in cui l’Inter diventò Campione d’Europa, ne sembrano trascorsi almeno dieci. Di quella squadra che vinse tutto non è rimasto niente, se non il pallido ricordo, qualche protagonista in evidente declino e un fantasma. Quello di Mourinho, l’ex allenatore amato all’infinito e mai dimenticato. Alla decima sconfitta in campionato il Meazza non ci ha visto più e all’unisono ha invocato il tecnico portoghese, di stanza a Madrid ma con una mezza idea di tornare in
Inghilterra. Mou non si siederà di nuovo sulla panchina nerazzurra, se ne facciano tutti una ragione. E, anche se fosse, stavolta non basterebbe. Con una manciata di innesti azzeccati si prese l’Italia e l’Europa, adesso sarebbe da cambiare mezza squadra. Ranieri era riuscito a dare nuova linfa ad una rosa appassita come quella nerazzurra, ma alla lunga la fatica della rincorsa si è fatta sentire e anche se adesso l’Inter non è più nella parte destra della classifica, rischia seriamente lo stesso di non disputare l’anno prossimo la Champions League. E i suoi introiti servirebbero come il pane in una rifondazione che non può più essere rimandata. Per due estati consecutive Moratti non ha aperto il portafogli e si è affidato a tecnici che non lo convincevano. Poche idee ma confuse, insomma. Ma un lato positivo c’è: l’Inter adesso è messa male, ma almeno lo ha fatto gratis. Con i soldi risparmiati qualcosa può fare, a patto che non porti a Milano altri Alvarez.
La Juventus (o Conte, almeno) è infuriato per il trattamento riservatole dagli arbitri: finora un solo rigore concesso e più di qualcuno negato. A Parma è stato così di nuovo: se non quello su Pirlo, almeno quello su Giaccherini era solare. Eppure niente. E ora che il Milan è davanti anche una partita da recuperare non dà grande ottimismo. La Juventus ha il fiatone: la benzina sta finendo, la squadra non è lucida ed è
attesa da un tour de force che comprende, tra l’altro, anche lo scontro diretto di San Siro, dove nella serata di ieri il Milan ha dimostrato tutta la sua forza. I quarti di finale sono lì, a separare i rossoneri dall’entrata tra le migliori otto d’Europa solo un volo a/r per Londra. L’Arsenal, va detto, è solo lontano parente dei Gunners di un tempo: è rimasto Wenger, ma lo spartito non rende con interpreti di mediocre livello. Van Persie non poteva fare miracoli, soprattutto in una serata in cui perfino a Robinho è venuto tutto bene. Gran bel giuco, come direbbe qualcuno, quello espresso dal Milan che adesso archiviata la pratica Champions, potrà tornare a concentrarsi sul campionato. Che non servirà per la conferma di club più titolato al mondo, ma che proprio schifo non fa.
Alla Coppa d’Africa mi lega il ricordo dell’edizione 1996, quella vinta dal Sudafrica padrone di casa. C’era l’entusiasmo di una nazione intera, o forse di mezza, quella nera, che spinse i Bafana Bafana al trionfo. C’erano Masinga e Fish, e poi altri di cui non ricordo il nome. E ovviamente Mandela. La trasmetteva
Telemontecarlo e all’epoca il calcio africano sembrava una cosa lontana, dell’altro mondo, sul serio. Adesso è un po’ più vicino: sono tanti i giocatori impegnati in Europa, ci si può documentare ovunque sulle partite, ma rimane comunque un certo fascino in questa manifestazione. In questo caso, poi, c’è anche una bella storia da raccontare: nel 1993 l’aereo che trasportavala nazionale di calcio dello Zambia si inabissò nell’oceano Atlantico nei pressi di Libreville, in Gabon. Era diretto a Dakar per una partita contro il Senegal: morirono tutti i 25 passeggeri e i 5 membri dell’equipaggio. L’intera nazionale (o quasi) scomparve. Qua finisce la storia orribile ed inizia quella bella, con un salto temporale di 19 anni. Lo Zambia è tornato a Libreville, ma per vincerci la Coppa d’Africa. Una nazione calcisticamente di secondo piano si è aggiudicata il primo alloro continentale proprio lì, in Gabon, dove tanti anni prima aveva vissuto una tragedia. Questa sì che è una bella storia di calcio.
La Juventus poteva essere prima in classifica con due partite da recuperare ed invece adesso al primo posto c’è il Milan, capace di ribaltare il risultato a Udine e di portare a casa tre punti importantissimi. La vittoria in Friuli vale però più di quei tre passi in avanti in classifica, perché è arrivata al termine
di una partita oggettivamente oscena da parte dei rossoneri, più volte vicini a subire il colpo del k.o. e rimessi in careggiata da una papera colossale di Handanovic. Pregevole il suo assist a Maxi Lopez. Poi la sbandata dell’Udinese e il raddoppio di El Shaarawy. Ma già il pareggio sarebbe stato stretto all’Udinese. Il Milan ha le sue attenuanti, per carità: ha un’intera squadra (quella migliore, in pratica) fuori. Ma a tratti è stato sconsolante per la pochezza della manovra e la staticità dei suoi uomini. Questo non accade alla Juventus, che può cambiare gli interpreti ma non lo spartito. Eppure la Juventus queste partite non le porta a casa, mai. Il Milan ci riesce con Ibrahimovic e adesso anche senza, il che deve rendere ottimisti i suoi tifosi. Se non ci pensa Ibra ci pensa qualcun’altro. Ieri sera Handanovic, domani chissà. Per lo scudetto i favoriti sono loro, ha ragione Conte.
