Questa 31° giornata offre almeno due partite di grande interesse: sono in programma Genoa-Juventus e Lazio-Roma. La prima ormai conta poco ai fini dello scudetto, ma assume invece interesse in ottica Champions League. Il Genoa, attualmente quarto, cerca i tre punti per tenere lontane Fiorentina e Roma, ma non solo: la Juve, seconda, dista nove punti e i bianconeri il prossimo turno ospitano l’Inter. Insomma, se la Vecchia Signora non vuole essere pericolosamente risucchiata verso il terzo e poi quarto posto
deve evitare in ogni modo la sconfitta. L’altro match di cartello è il derby di Roma. Lotito ha portato la squadra in ritiro, ha bloccato gli stipendi e minaccia altre drastiche soluzioni in caso di vittoria romanista. All’andata un gol di Baptista rilanciò una derelitta Roma condannando una Lazio. Stavolta la situazione, più o meno, è rovesciata, e si tratta di un derby, è davvero impossibile fare pronostici. Chissà che non possa approfittare dei passi falsi delle sue rivali la Fiorentina, che riceve in Toscana il Cagliari rivelazione della stagione, in odore di Uefa. La capolista Inter, alle prese con Adriano che minaccia di lasciare il calcio giocato, ha fretta di chiudere i conti e cerca i tre punti contro il Palermo in casa, giusto per evitare eventuali problemi. Il Milan, al terzo posto, va a sfidare il Chievo, una delle squadre più in forma del campionato. Improbabile che Pellissier ne faccia altri tre, ma come diceva qualcuno, fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Inoltre, se la Juve adesso è lontana cinque punti, dietro il Genoa dista solo quattro lunghezze. Le altre partite in programma sono Bologna-Siena, Napoli-Atalanta, Lecce-Sampdoria, Torino-Catania e Reggina-Udinese, che si gioca domani.
Ancora un gol di Inzaghi in Europa mercoledì sera contro il Werder Brema. Esattamente un gol dei suoi: colpo di testa sporco, rimpallo favorevole, ciabattata in porta. Questo mi offre l’occasione per ribadire, o di dire se non l’ho mai confessato prima (almeno su questo blog), che a me Inzaghi non piace. Non l’ho mai tollerato nemmeno quando vestiva la maglia della mia Juventus. L’ha fatto per quattro anni, dal 1997 al 2001, quando in una torrida estate, almeno per quanto riguarda il calciomercato, prese la via di Milano e del Milan in p
articolare. 18-13-15-11, queste le reti che realizzò nei quattro campionati in bianconero. Cifre buone, ma non eccezionali, se mi è consentito dirlo. Non si contano poi i gol clamorosamente sbagliati e poi, anche l’occhio vuole la sua parte. Inzaghi in campo è semplicemente inguardabile, non è capace di stoppare un pallone, nè di correre palla al piede. Non parliamo di tirare da fuori area. Lo so, non sono le sue caratteristiche, ma da un attaccante vorrei anche altro. Lo so, il territorio “inzaghiano” è quella fetta di campo che va dal dischetto alla linea di porta, quella in cui non ti puoi distrarre un attimo. Non che pretenda di avere nell’attacco della mia squadra un Van Basten, l’eleganza fatta centravanti. Poi, come ho detto, Inzaghi ha medie gol discrete ma non eccezionali: già Trezeguet, il suo (più che degno) erede, ha segnato di più in proporzione ed in ogni modo. Io sono tra quelli che non si stupiscono se Pirlo fa un lancio perfetto di 40 metri, sono tra quelli che non capiscono come Gattuso non sappia farne uno di 10. Tanto per dire. Poi, oh, l’importante è buttarla dentro.
L’Inter passa a Lecce per 3-0 e grazie al pareggio interno del Milan contro la Reggina ricaccia i cugini rossoneri a -8. Le milanesi avevano due impegni con squadre del sud e quello dei nerazzurri pareva il più ostico, invece è il Milan a perdere punti preziosi. La Reggina passa addirittura in vantaggio con Di Gennaro, cresciuto nel vivaio rossonero, a cui risponde Kakà su rigore procurato da Pato. Juventus corsara a Catania: partita fisica, nervosa, appassionante. I bianconeri giocano per 80 minuti in dieci per l’e
spulsione di un ingenuo Iaquinta, tra l’altro autore del primo gol, subiscono il pareggio di Morimoto e infine passano con Poulsen. La Juve è ora di nuovo seconda. Aggancio riuscito per la Roma, che asfalta in casa il Genoa 3-0: Cicinho-Vucinic-Baptista e rossoblu raggiunti in classifica, ma non al quarto posto, dove si insedia la Fiorentina. I viola soffrono contro una Lazio bella ma sprecona. Zarate e Pandev si mangiano occasioni in serie, Frey è super e, per la vecchia regola “gol sbagliato-gol subito”, ci pensa il solito Giardino a castigare i laziali. Il Napoli, invece, cade a Palermo 2-1. Vanno a segno Migliaccio e Simplicio su invenzione di Miccoli, poi Hamsik con una magia accorcia. Poi non ci sono altre reti, nonostante le numerose occasioni. Il Napoli, così, in classifica affonda fino all’8° posto, sorpassato proprio dal Palermo. A questo punto la lotta per la zona Champions League pare restringersi alle sole Fiorentina, Roma e Genoa. In coda, lo scontro salvezza Torino-Chievo si risolve con un pareggio: alla rete del redivivo Ventola replica Italiano con la “solita” sventola da fuori area.
Adesso la Fiorentina inizia ad avere un discreto tesoretto: 9 milioni dalla cessione di Pazzini, 7 da quella di Osvaldo. In partenza ci sarebbero, poi, anche Papa Waigo, Almiron, Pasqual e Semioli. Chissà come Corvino deciderà di reinvestire i soldi incassati stavolta… Mi vorrei però concentrare su Osvaldo. Classe ‘86, argentino ma convocato nella nazionale under 21 italiana, ha vissuto in viola una situazione simile, se non identica, a quella di Pazzini. Unica differenza, su di lui non c’era la pressione che gravava sul collega toscano. A Osvaldo, chiaramente, si chiedeva di stare in panchina e di farsi trovare pronto quando serviv
a. Ovvio però che, a 23 anni, si abbia voglia di giocare, anche passando dalla zona Champions League alla lotta salvezza (sperando poi di ripartire verso lidi più prestigiosi, magari). Osvaldo, poi, ha buon fisico e discreta tecnica, è il carattere che lascia qualche dubbio. Come giocatore, poi, ha avuto una carriera “episodica”: di lui si ricordano una rete alla Juventus in B, una doppietta a Livorno all’esordio con la Fiorentina, ma soprattutto la splendida rovesciata con cui l’anno scorso a Torino regalò la Champions League alla Fiorentina. Quello di cui ha bisogno è continuità, insomma. A Bologna potrà giocare: sarà quasi sicuramente titolare, considerando anche l’esborso economico sostenuto per portarlo in Emilia. Avrà accanto Di Vaio, finora goleador principe della Serie A: forse si pesteranno un po’ i piedi, soprattutto all’inizio, ma se dovessero trovare presto un’intesa potrebbero formare una gran bella coppia. Osvaldo a fare a spallate in mezzo all’area di rigore, Di Vaio che gira al largo, pronto a sfruttare gli spazi a disposizione. Chissà che, a fine anno, con un’altra rovesciata non possa regalare la salvezza al Bologna…
L’affare più importante di questo calciomercato invernale, escluso l’hollywoodiano arrivo di Beckham al Milan, è stato il passaggio di Pazzini alla Sampdoria. Trasferimento che, immagino, abbia soddisfatto la Fiorentina al di là delle più rosee previsioni: voleva dieci milioni per l’attaccante, ne ha ottenuti la quasi totalità, nove, più un sostituto ideale, cioè Bonazzoli, entrato nell’affare come parziale contropartita tecnica. Ideale perchè meno ingombrante di Pazzini, pronto a giocare quando c’è da far rifiatare Gilardino, ma soprattutto pronto a scaldare la panchina. Insomma, all’improvviso si è chiusa la storia tra l’attaccante toscano e la Fiorentina, durata quattro stagioni esatte, visto che arrivò in viola nel gennaio del 2005
, reduce da un promettente inizio di carriera nell’Atalanta. Eppure in tutti questi anni non ha mai fatto il salto di qualità, infatti non è mai andato in doppia cifra: è vero, ha giocato da titolare solo una stagione, quella del dopo Toni, cioè l’anno scorso, in cui però ha segnato solo 9 reti in 31 presenze. Troppo pochi per tenere quel posto ed infatti, nell’estate scorsa, a Firenze è sbarcato Gilardino, reduce da un anno di vacche magre a Milano, ma bomber da 20 e più reti (senza rigori) a campionato se schierato da titolare. Infatti, in un girone, l’ex rossonero è già a 12 gol: i numeri non mentono. Pazzini, vicino ai 25 anni, deve decidere cosa fare da grande, se diventare un bomber vero o se rimanere una punta da mettere negli ultimi venti minuti, almeno in una grande squadra. La Sampdoria, ora come ora, è la sua dimesione ideale, potrà giocare titolare con al fianco un formidabile uomo-assist come Cassano (già entusiasta del suo nuovo partner), e magari dimostrerà il suo valore. Quello su cui, a Firenze, avrebbe scommesso chiunque. Adesso con la cessione di Pazzini, è sempre più palese: non c’è nessun Progetto.
Passano gli anni, passano i governi, ma la sudditanza psicologica rimane. Se così si può definire. Oppure si può semplicemente pensare che i direttori di gara, ma in particolare i loro assistenti di linea (quelli che un tempo erano semplicemente guardalinee), siano mediocri. Non sono mai stato un grande estimatore dell’arbitro Farina, che infatti anche ieri non mi ha particolarmente convinto durante Atalanta-Juve
ntus, ma il tocco di Marchionni su Floccari, già dubbio, è stato “annullato” dalla caduta plateale e ritardata dell’attaccante. Ma come si può non vedere un fuorigioco di un giocatore che è davanti a te? E come non si può alzare alzare la bandierina sul secondo gol di Maicon? Le prime della classe erano andate in affanno tra ieri e sabato, ma sono riuscite a vincere anche grazie alle sviste arbitrali. Dell’Inter ho già detto, della Juventus salvo la caparbietà di fronte agli assalti bergamaschi e la sua capacità di sfruttare le palle inattive. Però gli arbitri e i loro assistenti hanno toppato, e lo hanno fatto clamorosamente. Ma non solo ieri, sia chiaro. Vero, il gioco è sempre più veloce, gli arbitri sono sempre da soli e di guardalinee ce ne sono due, come gli occhi che hanno per controllare le azioni di gioco. Le sviste ci sono sempre state e sempre ci saranno, ieri c’è chi dice per motivi che esulano dall’ambito sportivo, adesso si dice che tutto accada per semplice incapacità. A causa delle note vicende di Calciopoli un’intera classe arbitrale è stata costretta a crescere in fretta. Troppo in fretta. Forse sta tutta lì la questione. Di nuovi Collina non ce ne sono e quello vero, ormai, è dietro a una scrivania.
