Come leoni in gabbia

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A Parma esplode il caso Lucarelli: l’attaccante livornese non è stato convocato per l’anticipo contro l’Ancona per motivi disciplinari. Il giocatore, senza autorizzazione, ha infatti abbandonato il campo durante gli esercizi tattici. Non è però un fulmine a ciel serena: dieci giorni fa Lucarelli aveva deciso di rifiutare la fascia di capitano. Però aveva rifiutato l’ipotesi del trasferimento a Siena o Torino confermando la volontà ”di ritornare in serie A con la maglia del Parma”. ma c’è un altro vecchio volpone delle aree di rigore che fa parlare di sè e in una serie ancora inferiore: si tratta di Christian Riganò. Evidentemente sovrappeso, reduce da una deludente parentesi alla Ternana, è approdato alla Cremonese di Mondonico, che lo conosce bene per averlo allenato a Firenze. L’attaccante di Lipari non ha avuto parole tenere per l’ambiente rossoverde che ha lasciato: “Non si dica che a Terni ho giocato poco, la verità è che è stata la società a volere che non giocassi”. Una scelta forse legittima, mi viene da pensare, visto il suo stato di forma. In più parlo con cognizione di causa, avendo un amico molto vicino agli ambienti della Ternana. Tra l’altro Riganò avrà occasione di giocare assistito da Domenico Morfeo, grande speranza mai esplosa, ormai a fine carriera, che non ha fatto quello che poteva anche a causa del suo carattere. A Lucarelli e a Riganò i migliori auguri per questa seconda parte di stagione. In fondo, sono stati grandi attaccanti.

JPP, monsieur le but

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JPP. Jean-Pierre Papin. Dubito che ci sia stato un calciatore francese con un nome più francese del suo e, probabilmente anche con una faccia così francese, contornata da quei ricci biondi, anch’essi così francesi. Sì, JPP era decisamente francese. Finalizzatore formidabile, soprattutto negli anni in Ligue 1 all’Olympique Marsiglia (134 gol in 215 presenze), riuscì a vincere il Pallone d’Oro nel 1991, proprio nell’anno in cui gli sfuggì il successo in Coppa dei Campioni contro contro la Stella Rossa nella finale di Bari. Ironia della sorte, il Marsiglia la Coppa l’avrebbe vinta nel 1993, con Papin ancora sconfitto perchè allora militava nell’altra finalista, il Milan. L’attaccante francese, infatti, si era trasferito in Italia nell’estate del 1992, al termine di un’asta tra i rossoneri, allora praticamente imbattibili, e la Juventus, l’unica possibile rivale, che a quel punto virò su Vialli. Due anni a Milano, una prima stagione positiva e una seconda travagliata a causa dei troppi infortuni e un biglietto di solo andata per Monaco di Baviera. Papin non poteva contare su un fisico eccezionale, ma grazie al suo senso del gol, raffinato anche in una stagione a Bruges, fu il miglior attaccante francese della sua generazione. Con i club vinse molto, addirittura sei scudetti di fila dal 1989 al 1994 e due coppe europee (Coppa dei Campioni 1994, Coppa Uefa 1996, seppur non da protagonista). Ma con la nazionale, purtroppo per lui, ebbe la sfortuna di giocare tra le due generazioni vincenti, senza appartenere a nessuna delle due. Troppo giovane per l’Europeo del 1984, già a fine carriera per il Mondiale casalingo del 1998. Ci sarebbe stato Usa 94 (salvo infortuni), ma un gol di Kostadinov al Parco dei Principi eliminò la Francia. Ironia della sorte, i due sarebbero stati compagni di squadra al Bayer Monaco nel 1995/96.

Gazzamania

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Quando scoppiò la Gazzamania ero troppo piccolo: sono diventato un fan di Gascoigne quando la sua carriera stava volgendo al termine. Era il 1985 quando l’intera Inghilterra si innamorò di questo calciatore sopra con le righe e con la tendenza a mettere su peso. Non si sa, a dire il vero, se diventò più famoso per le sue giocate o perle sue bizzarrie. Annusò arbitri sotto le ascelle ed altri ne ammonì, ad un giornalista rispose con un rutto, fece linguacce a chiunque ed ebbe un incontro molto ravvicinato, diciamo così, con il futuro attore Vinnie Jones. Ma Gascoigne, finché ha potuto, è stato un grande giocatore. Non è stato sorretto da un fisico adeguato, e non mi riferisco alla pancia, perché anche con quella ha fatto cose eccellenti, ma alle gambe. Piacevole sorpresa a Italia 90, doveva arrivare nel nostro paese, alla Lazio (il più famoso giocatore inglese che va in una squadra di metà classifica, che tempi per il campionato italiano…), nel 1991, ma si ruppe un crociato e il trasferimento fu ritardato di un anno. Una volta a Roma, si infortunò gravemente due volte, prima di tornare nel Regno Unito. Era partito da Newcastle e, nel 1988, lo aveva acquistato il Tottenham. Lo voleva anche il Manchester United, che stava per aprire il ciclo che dura ancora oggi ma, sebbene in parola con Ferguson, alla fine andò a giocare a White Hart Lane. Avrebbe potuto diventare l’uomo simbolo della squadra che avrebbe dominato di lì a poco l’Inghilterra, il destino…Di ritorno dall’Italia, approdò in Scozia, ai Rangers, dove disputò due ottime stagioni prima di iniziare una lenta ma inesorabile discesa che lo avrebbe portato a giocare anche in Cina. Di lui in Italia si ricordano un paio di lampi: una serie di dribbling culminati con un gol all’Udinese e il gol alla Roma di testa all’89°. Durante l’Europeo casalingo del 1996 realizzò una rete fantastica contro la Scozia ed esultò con la celebre sedia del dentista. Maglia bianca, numero 8. Anni dopo mi comprai una maglietta dell’Inghilterra e, anche se era il 2004, ci feci scrivere Gazza 8. Adesso Gascoigne è alle prese con depressione, problemi psichiatrici gravi ed alcolismo e la sua ultima fuga è finita da poco. Dai, Gazza, non mollare.

L’alchimia di Valencia

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Che Valencia, quel Valencia, quello che per due volte si issò fino alla finale di Champions League, mancando però in entrambi i casi la vittoria. Per gli spagnoli si sarebbe trattato del primo trionfo nella più importante competizione europea, tuttavia non si può certo parlare di sorpresa o di miracolo-Valencia quando ci si riferisce a quegli anni. Intanto, la società calcistica è espressione di una città di dimensioni importanti, ed ha un palmares che, in Spagna, la pone dietro ai due giganti Real Madrid e Barcelona, ma a braccetto con Atletico Madrid, Athletic Bilbao e Siviglia. Inoltre, il Valencia arrivò in finale con Cuper, ma negli anni precendenti era stato forgiato dalle mani di Ranieri, bravo nella fase della progettualità, ma che storicamente se ne va quando ci sarebbe da raccogliere. Se si guardano poi le rose del biennio 1999-2001, si trovano grandi giocatori. Che però, e qua risiede la stranezza, appena se ne sono andati da Valencia, hanno fallito. Mi vengono in mente il tanto pubblicizzato Gerard, uno dei tanti al Barcelona, gli sbiaditi Kily Gonzalez e Farinos interisti, il pagliaccio triste Aimar e soprattutto Mendieta, strapagato dalla Lazio, che mai ne ricevette in cambio una prestazione decente. L’unico a salvarsi fu Claudio Lopez. A Valencia rimasero il più a lungo possibile (ed alcuni sono ancora là) Canizares, Ayala, Carboni, Angloma, Baraja, Albelda, Vicente e Angulo. Insomma, come se in quel periodo a Valencia ci fosse un’alchimia che svaniva appena i giocatori cambiavano aria. E Cuper era il druido che conservava il segreto di questa alchimia che, appunto, portò a due finali di Champions. Nella prima, gli dei del calcio erano in debito con il Bayer Monaco per la finale del 1999 e non ci fu niente da fare, nella seconda l’Europa assistette al primo scrontro fratricida della storia. Ma il fratello era troppo grande e il Real Madrid spense i sogni del Valencia, affibbiando a Cuper l’etichetta di eterno secondo, a cui peraltro continuò a tener fede. A consolare parzialmente i tifosi del Mestalla negli anni a venire ci avrebbe pensato Benitez, con due scudetti e una Coppa Uefa.

Mancini, nessun rimpianto…

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E’ tempo di Pallone d’oro e Roberto Mancini coglie l’occasione per sfogliare l’album dei ricordi, non senza lasciarsi andare a tardivi rimpianti durante un’intervista concessa al Guerin Sportivo: “Se fossi andato via prima dalla Sampdoria, avrei raccolto una collezione di Palloni d’oro e in Nazionale non avrei fatto la vita grama che poi mi è toccata. Chiesi di andare via due volte. Nel 1986, quando non giocavo con Bersellini, e nel 1992. Ma Mantovani in entrambe le occasioni mi mandò a quel paese“. Mah, vediamo. Intanto confesso di non aver potuto apprezzare il giovane Mancio, che esordiva imberbe al Bologna poco prima che io venissi al mondo. Ricordo vagamente quello dello scudetto e della finale di Wembley, ho memoria invece del trentenne di cui Moratti era invaghito e ho piena coscienza del suo fortunato crepuscolo laziale. Cosa avrebbe potuto fare Mancini abbandonando Genova, non nel 1986, ma magari nel 1992, quando il ciclo dei doriani era ormai finito? Il Milan soffiava giocatori agli avversari solo per il gusto di farlo, e forse il Mancio sarebbe stato in una squadra vincente, ma con molta concorrenza. La Juventus aveva Baggio, raggiunto dal suo gemello del gol Vialli per comporre un’altra coppia da sogno, che però rimase tale, perchè l’ex doriano in bianconero ebbe due primi anni difficili. Il Napoli era già nel dopo-Maradona e aveva in Zola la sua nuova speranza. La Roma era una Rometta, il Parma una quasi esordiente in Serie A. L’unica destinazione plausibile era l’Inter, alla fine dell’era del Trap e dei tedeschi, che arrivò seconda nel 1992/93, ma che l’anno seguente rischiò di retrocedere. A che premi individuali poteva ambire Mancini? Erano anni di concorrenza ostica: Gullit, Van Basten, Matthaus, Baggio, Papin, Stoichkov…Il Mancio era una seconda punta che aveva trovato in Vialli il suo complemento ideale: entrambi contribuivano a costuire la fortuna dell’altro. Prediligeva l’assist alla finalizzazione, anche se nella seconda parte della sua permanenza a Genova iniziò a trovare la porta con maggiore continuità. Di carattere difficile, ai direttori di gara non le mandava certo a dire. Sotto la guida di Boskov e anche grazie a compagni di livello fece grande la Sampdoria, portandola al suo primo storico scudetto, vinse quattro coppe Italia (la sua specialità) e una Coppa delle Coppe, ma il sogno di portare a Genova la Coppa dei Campioni fu frantumato da un siluro di Koeman. In blucerchiato divenne un re, poi se ne andò nell’esilio dorato romano della Lazio, la miglior Lazio di sempre, che contribuì a rendere vincente. Non so se Mancini avrebbe potuto vincere un Pallone d’oro (ma non se ne crucci, non lo hanno vinto nemmeno Del Piero, Raul e Henry), non so nemmeno se avrebbe giocato di più in Nazionale, ma in fondo forse la migliore riflessione l’ha fatta lui: “Era più importante rimanere accanto al presidente Mantovani e quell’esperienza vale più di tanti scudetti.”

Il volo dell’Uomo Ragno

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Io non me lo sono goduto il vero Zenga, quello che per tre anni di fila (1989-1990-1991) fu il miglior portiere del mondo. Ma che fosse soprannominato L’Uomo Ragno l’ho sempre saputo. Aveva fisico, talento e, come tutti i portieri, un briciolo di pazzia. portiere di livello mondiale, vinse meno di quello che avrebbe meritato. Difese la porta dell’Inter dei record, conquistò anche due Coppe Uefa, ma il primo ricordo che ho di lui risale a una notte non tanto magica in cui sbagliò l’uscita alta permettendo a Caniggia di segnare di nuca. Quando iniziai a capire qualcosa di calcio la sua carriera era già in fase calante: gli ultimi anni in nerazzurro, il biennio alla Sampdoria, Padova e poi l’esperienza americana nei New England Revolutions. Quando comincia ad allenare ha alle spalle una dimenticabilissima esperienza come postino in tv. Parte dal Brera, dove rimane pochi mesi prima di emigrare di nuovo, stavolta nella meno esotica Romania, dove trova gloria ed una nuova bellissima compagna. National Bucarest e poi lo scudetto con lo Steaua. Nel 2005 va in Serbia e bissa con la Stella Rossa di Belgrado. Nell’estate del 2006 sorprende tutti prendendo le redini del Gaziantepspor, squadra da metà classifica turca, ma a metà anni molla tutto e vola negli Emirati Arabi, attratto dai petroldollari dell’Al-Ain. Il 2007 lo riporta in Romania, stavolta alla Dinamo Bucarest, ma dura poco. Vuole l’Italia ma intanto fa la seconda voce per le partite della Nazionale, poi arriva la Serie A, con un Catania in affanno che lotta per salvarsi. Missione compiuta e riconferma per il 2008/09, in cui sta facendo benissimo alla guida degli etnei, nonostante il punto nelle ultime due partite. Zenga era arrivato in Italia con due scudetti vinti ma con la fama di uno troppo guascone per essere un allenatore credibile. E invece, con molti capelli in meno e qualche chilo in più, L’Uomo Ragno sta dimostrando che nel grande calcio, da allenatore, ci può stare davvero.

Gioco di mano, gioco da villano

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Ahi ahi Gila! Il giudice sportivo ha emesso il suo verdetto: due giornate grazie alla prova tv per il centravanti della Fiorentina. Era nell’aria, dopo che il gol realizzato dal Gila con la mano nel posticipo di Palermo: il gesto, infatti, è stato considerato “gravemente antisportivo”. Buon per l’Inter che avrà una preoccupazione in meno nel turno infrasettimanale di martedì (ed anche per il Siena, che ospiterà la Viola domenica). Il giudice Tosel ha ritienuto che ”nell’esclusione di ogni ragionevole dubbio, il gesto compiuto da Gilardino, per la sua peculiare dinamica, sia stato volontario, intenzionale e non determinato nè condizionato dalla condotta tenuta dal Dellafiore negli attimi antecedenti“. Un linguaggio da verbale dei carabinieri per dire che, c’è poco da smentire, Gilardino l’ha fatto apposta. Non sarà il primo e scommetto che non sarà l’ultimo a provarci. Rapajc la fece franca visto che l’unico in tutto lo stadio a non accorgersi del tocco di mano fu l’arbitro Nicchi. Era un Perugia-Napoli, un Napoli-Perugia era quello della 14° di andata del 1976/77, in cui Beppe Savoldi, uno che la metteva dentro spesso, scelse di farlo con la mano. C’era da pareggiare, mancava poco, ogni mezzo era buono…ma ancora prima un altro grande bomber usò mezzi non esattamente leciti per segnare, anche se lo ammise con 15 anni di ritardo. Era Silvio Piola, che il 13 maggio del 1939 segnò con un pugno durante un maldestro tentativo di rovesciata contro l’Inghilterra. Guarda caso, proprio l’Inghilterra ha subito il più famoso gol di mano di sempre. 22 giugno 1986, Città del Messico, 6° del secondo tempo del quarto di finale Inghilterra-Argentina. Shilton esce in presa alta, Maradona salta con lui e lo anticipa. Proprio lui, che non arriva al metro e settanta. Mano? Testa? Mano, mano. Ma l’arbitro convalida, ed è l’ennesimo incidente tra due nazioni da poco uscite dalla guerra delle Falkland. Quel giorno, nel dopopartita, il Pibe de oro disse: «Il gol è stato regolarissimo, perfetto, semmai c’è stata la mano de Dios». Nel frattempo si era bevuto metà Inghilterrà, segnando il gol più bello della storia del calcio.