In Europa sta succedendo qualcosa: anche le big piangono ed escono dalle coppe. Chiedere ai due club di Manchester. Sta cambiando il vento? Chissà, sembrava stesse cambiando qualcosa anche in Spagna, con il Real Madrid nella parte della lepre e il Barcellona in quello di chi insegue, ovviamente invano. Sembrava l’anno buono per i Blancos, quello della fine del dominio blaugrana. Invece il clasico di ieri sera sembra aver
smentito tutto: in una partita secca la squadra di Guardiola è ancora più forte di quella di Mourinho (che immagino non l’avrà presa benissimo). La qualità non manca da nessuna parte, ma il Barcellona ha più sicurezza nei propri mezzi. Gioca con il piacere di farlo, mentre ho come l’impressione che ormai i giocatori del Real Madrid affrontino ogni clasico con un po’ di timore, con le gambe insicure, con la paura di sbagliare. Invece per quelli del Barcelona è una partita come le altre, che si può benissimo recuperare anche dopo aver regalato una rete all’avversario. Tutto sommato i madrileni sono ancora in vettae con una partita da recuperare: può darsi che rimanga l’anno buono, quello del ricambio in vetta. Non so quanto una vittoria della Liga da parte del Real si possa considerare una ventata di novità, ma siamo arrivati a questo.
Con la doppietta segnata al Chievo, Zlatan Ibrahimovic ha segnato ha raggiunto e poi superato quota cento gol in Serie A, entrando nel ristretto club, appunto, dei centenari. Per ora sono in 72, in attesa di Mutu e Rocchi, che dovrebbero farcela. Ibra ci ha messo 196 partite, il che vuol dire che in Italia il gigante svedese ogni due partite ne mette una dentro. Una media da centravanti per uno che centravanti non è e che certo non nasce bomber. Dopo le recenti fughe di talenti, ad oggi con ogni probabilità è lui l’unico fuoriclasse
del nostro campionato, il solo davvero in grado di spostare gli equilibri con una giocata, con un’intuizione, con un assist tirato fuori dal nulla. Per questo gli addetti ai lavori continuano ad indicare il Milan come il vero favorito: insomma, non c’è un’anti-Juve. Casomai, è la Juve l’anti-Milan. Ma torniamo a Ibra. Come personaggio è particolare, grande con le piccole e piccolo con le grandi. Soffre le nottate europee, mentre detta legge nei campionati. Ma gli va dato atto di una cosa, ovvero di essere migliorato in tutto. Quando arrivò alla Juventus fece bene da subito, ma peccava nel tiro. Con il tempo, in questo fondamentale è diventato superbo. E ha iniziato a segnare con regolarità. Non sarà mai Pallone d’Oro, se ne faccia una ragione. Ma non sarà ricordato come un mezzo giocatore, se lo può consolare.
Cose che un anno fa non sarebbero mai state pronosticabili: Krasic è ormai nella storia della Juventus (nel senso che di lui ormai si parla al passato), mentre Pepe ha il posto fisso. Dell’umoralità del serbo ho scritto già, nel frattempo il suo procuratore lo sta dirottando all’estero e Conte non sembra credere per niente in lui. Pepe, invece, si è guadagnato i galloni da titolare in virtù della sua disciplina tattica e del suo spirito di abnegazione. C’è riuscito anche perché la concorrenza non era irresistibile: detto di Krasic, Elia è un altro bocciato, Estigarribia è da ultimi venti minuti e Giaccherini è oggettivamente mediocre, il peggiore dell’intero lotto. Ma Pepe ci ha anche messo qualche gol e giocate interessanti. Sia chiaro, non è Robben ed è inferiore ad un Krasic in giornata-sì, probabilmente avrà un calo a breve, ma al momento è davvero un giocatore prezioso per la Juventus, ed è anche grazie al suo rendimento attuale che la squadra scende sempre in campo con il 4-3-3. Per questo, credo che Prandelli dovrebbe portarlo all’Europeo. Ad oggi è l’unico che potrebbe permettere al ct una variazione sul tema rispetto al solito 4-3-1-2. E’ un’ala e in Italia non c’è nessun fenomeno in quel ruolo: c’è Pepe, facciamocene una ragione. Ma mica deve partire titolare anche in azzurro.
In questa Italia in crisi sembra esserci un mercato del lavoro mai saturo, nel quale in tanti riescono a trovare occupazione. Quello dell’allenatore di calcio. Inizio a perdere il conto delle panchine saltate in Serie A: la Fiorentina ha da poco esonerato Mihajlovic per prendere Delio Rossi ed è da poco ufficiale l’ultima di Cellino, ossia l’allontanamento di Ficcadenti. Al suo posto dovrebbe tornare a Cagliari Ballardini, che diventerebbe
così il terzo tecnico dei rossoblù nel giro di pochi mesi, perché non bisogna dimenticare che prima dell’inizio del campionato l’allenatore dei sardi era Donadoni, sostuito appunto da Ficcadenti. Torniamo a Firenze: Mihajlovic aveva le ore contate a causa di una classifica non esaltante (frutto anche di una rosa non esaltante, appunto) e di un feeling mai nato con la curva. Delio Rossi già da tempo era il maggior indiziato alla sua sostituzione ed in effetti il pronostico è stato rispettato. Ma potrà fare grandi cose? Per avere usccesso gli basterà non farsi odiare. Non era odiato Ficcadenti, che io sappia, e non gli sono bastati 13 punti in dieci partite per evitare l’esonero. Insomma, non mi sembrava certo un ruolino di marcia da esonero. Qualcuno mi spieghi il motivo di queste panchine scorrevoli: nessuno ci riuscirà, perché non ce n’è nemmeno uno valido. A meno che, almeno in Sardegna, Cellino non abbia voluto allungare su Zamparini, per adesso a quota due allenatori.
Nella serata di Champions League di martedì Leo Messi ne mette tre nella porta avversaria, passa un giorno e Cristiano Ronaldo risponde con una doppietta. Ok, ci sono dei rigori di mezzo, ma non è sempre così: questi qua segnano con una regolarità impressionante. Da qualche stagione, in pratica, fanno un gol a partita. Per un attaccante parlano le reti: ecco, siamo davanti a gente che definire logorroica è poco. Messi sta
abbattendo tutti i record del Barcelona, C.Ronaldo (per noi che abbiamo vissuto gli anni Novanta Ronaldo è ancora l’altro), nel suo piccolo, l’anno scorso ha segnato 40 reti nella Liga: come lui nessuno mai. Siamo davanti a due dei più grandi giocatori di tutti i tempi? I puristi e i nostalgici, che spesso coincidono nella stessa persona, non riescono a non storcere il naso. Prima si marcava meglio, dicono, lo si faceva a uomo. E si picchiava davvero. Messi da anni convive con il fantasma di quell’altro tipo, quell’argentino mancino e piccoletto pure lui. C.Ronaldo invece convive proprio con il fantasma di Messi: se il buon Leo non fosse mai esistito probabilmente un Pallone d’Oro in più lo avrebbe conquistato. Sono agli antipodi i due: quanto l’argentino è l’archetipo del bravo ragazzo, quanto il portoghese è il tamarro irriverente e gasato. Si tende a ricordarsi il passato migliore di come non sia davvero stato: ecco perchè c’è chi preferirà sempre Maradona a Messi e, per dire, Best a C.Ronaldo (anche se negli anni il giocatore del Real Madrid è diventato giocatore d’attacco universale). Ma, tutto sommato, inizio ad avere dei dubbi che le cose rimarranno ancora a lungo così.
Uno dei motivi per cui il calcio è lo sport più popolare del mondo credo risieda nella sua imprevedibilità. In una sfida tra una squadra Nba ed una del nostro campionato non ci sarebbe mai sfida, ed ovviamente mi riferisco al basket. Invece nel calcio può succedere di tutto, sia a livello di squadra che di singoli. In particolare mi riferisco alla tripletta messa a segno da Nocerino ieri sera. Premetto una cosa: non si tratta di
un ruvido mediano con i piedi alla Gattuso, tutt’altro. L’ho visto giocare per un anno intero nella Juventus e ancora non mi capacito di come lo si possa essere inserito nell’affare che portò Amauri a Torino. Lui si definisce un interno di centrocampo: continuo più a vederlo come un mastino, ma capace di dare del “tu” al pallone. Però tre reti sono un evento raro per una punta, figuriamoci pe runo come lui. Ed invece, come a voler imitare Boateng, contro il Parma il buon Nocerino ha messo la palla in rete ben tre volte. Come se un onesto cestista da quattro o cinque punti nelle mani trovasse la partita perfetta e mettesse a segno, boh, diciamo quaranta punti. Non succede mai. Nel calcio invece può accadere. I love this game.
Dopo i petardi in casa, l’incorreggibile Balotelli i botti li ha fatti anche in campo nella clamorosa vittoria del suo Manchester City nel derby contro lo United. Si tratta di un risultato storico, non c’è manita che regga, almeno nel calcio recente: c’è già la sensazione che si tratti di una sorta di passaggio di consegne tra il Man Utd, che ha dominato il calcio inglese degli ultimi venti anni, e il Man City, che si appresta a farlo, soprattutto grazie ad una dirigenza che larga di manica è dire poco. I romantici scuotono la testa di fro
nte a questi arricchiti che si permettono di rendere vincente una squadra che fino a poco tempo fa non lo era: ma se fossero tifosi del City direbbero lo stesso? Sia chiaro: la squadra guidata da Mancini non ha ancora vinto nulla, ma almeno adesso si tratta della più seria candidata alla conquista della Premier League. Il nostro campionato, invece, non ha veri padroni, ma di fuochi d’artificio se ne sono visti lo stesso. Mi riferisco a quello che è successo a Lecce. Padroni di casa avanti 3-0 nell’intervallo, poi il Milan si sveglia e ne fa quattro. Ok, c’è stata la scossa data da un Boateng monumentale, ma, modesto parere, certe squadre davvero non meritano di stare in Serie A. Con un risultato del genere devi solo fare catenaccio. Quando ci vuole ci vuole. Ma io non alleno, in fondo.
La Juventus è ancora in testa (sempre in coabitazione con l’Udinese), ma ha comunque dei problemi da risolvere. Uno su tutti, quello più palese, è rappresentato da Milos Krasic: dov’è finito quel cavallo della scorsa stagione? O almeno quello visto nella prima metà del campionato 2010/11, quello che buttava la palla avanti, girava intorno all’avversario per riprenderla e creava la superiorità numerica? Che fosse umorale (eufemismo) e che per rendere dovesse essere fisicamente al 100% si sapeva e l’ho sempre sostenuto. Il fatto
è che adesso il serbo è un vero e proprio corpo estraneo. E mi dispiace, perché credo che, tra gli esterni della rosa bianconera sia l’unico davvero in grado di fare la differenza. Ma, va detto, non è dotato di grande intelligenza tattica e la partita con il Chievo ne è stata una chiara dimostrazione, semmai ce ne fosse stato bisogno. Sbaglia sempre la posizione del corpo quando entra in possesso del pallone. In più, si accentra, ma così non trova gli spazi in cui esaltarsi. Credo non gli giovi il modulo che Conte sta usando al momento e che, tutto sommato, Krasic debba essere impiegato solo nel 4-2-4 (che poi sarebbe un 4-4-2). Ma il tecnico bianconero si sta confermando integralista, sì, ma del 4-3-3. Che dà più protezione a Pirlo, ma che da un altro punto di vista complica la vita agli uomini di fascia ed all’unica punta, sempre troppo sola. La Juventus non gioca male, ma fatica terribilmente a trovare la porta. Potrebbe essere lo stesso sufficiente per un campionato di vertice, ma basta dare uno sguardo in panchina ed in tribuna per capire come, contro certi avversari, sarebbe meglio osare un po’ di più. E, magari, così anche Krasic ritroverebbe sé stesso.
Nelle foto dei miei ultimi tre interventi c’è Ibrahimovic. Ultimamente ho scritto su di lui e non è detto che lo farò ancora in futuro, o almeno in un futuro lontano. Perchè stavolta il suo mal di pancia potrebbe essere bello tosto. Il gigante svedese è stufo della vita da calciatore: non sente più il sacro fuoco del pallone e vorrebbe più tempo per la vita “vera”, quella che esiste al di fuori del lavoro, quella con i figli e gli affetti. I calciatori sono esseri umani e spesso di questo ci si dimentica. Ibra ha un conto in banca che la maggior
parte degli esseri umani gli invidia, ma ne ha già abbastanza del mondo che lo ha reso famoso e di quel lavoro che lui è riuscito a fare davvero e che milioni di bambini hanno sognato per poi diventare qualcos’altro e non calciatori. Vorrebbe lasciare da top player, Zlatan. Non manca molto all’addio alle scene: una manciata di anni. Sarebbero stati pochi comunque, visto che stiamo parlando di un trentenne, saranno meno del previsto, a quanto pare. A meno che dietro l’ennesimo mal di pancia non ci sia un tentativo di chiedere l’ennesimo ritocco di ingaggio. Voglio essere un po’ romantico e credere che non sia così. E che, all’annuncio dell’addio al calcio, direbbe di no anche ad un Anzhi per un’operazione Eto’o-bis. Posto che non c’è nulla di male nell’andare in Daghestan quando in carriera si è fatto tutto quel che si poteva. Gli manca la Champions League, vero, ma magari se n’è fatto una ragione: non sarà mai un bello di notte, e anche in una vittoria continentale non inciderebbe il suo marchio a fuoco. E allora, meglio salutare prima. Ah, sull’argomento consiglio il bellissimo il pezzo di Garlando sulla Gazzetta di oggi…
Non so se quello che per ora si chiama Juventus Stadium cambierà il calcio: a livello internazionale non risulta un impianto di prim’ordine, ha tutto sommato delle brutture come i tiranti che fanno storcere in naso e ha una capienza di poco più di 40.000 spettatori. Ma per il calcio italiano rappresenta senza dubbio un passo in avanti: come potenziale atmosfera dovrebbe somigliare allo stadio di Marassi, sperando sempre nel tutto esaurito: e non è poco. Ma ovviamente il discorso è più ampio, perchè la vera rivoluzione riguarda il fatto che si tratta di un impianto di proprietà della società, e pazienza se si dovrà chiamare in un modo orribile. Possiamo sempre fare finta
che sia intitolato agli Agnelli (Gianni e Umberto) o a Scirea. Meno interessante è, almeno per quanto mi riguarda, la presenza degli sky box e centro commerciale: allo stadio si va per vedere la partita e anche in Inghilterra funziona così, per quanto ne so io. Parlando un po’ della cerimonia che ho seguito senza audio (al pub, grande cuore), devo dire che mi è sembrata bella, con momenti commoventi (Heysel, Scirea e, perchè no, il duetto Del Piero-Boniperti) e altri spettacolari. Certo, si rivendicano i 29 scudetti e poi non si invita Moggi, ma Moratti sì. Chi ci capisce qualcosa è bravo. Mancava Nedved, peccato, mancava anche Vialli, peccato anche qua. Mancava pure Zidane ma a Torino non c’è il mare, va capito. Sono acido perchè rimarrà per sempre il giocatore più forte che ho visto nella mia squadra, sia chiaro. E quando ho visto Montero ho sperato che gli facessero firmare un contratto spedendo Bonucci in Uruguay. Ma vabbè, tra poco si gioca. Fatto lo stadio, sarebbe meglio metterci a giocare una squadra decente. Vediamo un po’.
