In Federazione hanno fatto la loro scelta. Il candidato che ha sbaragliato la concorrenza, ammesso che ce ne fosse, è Prandelli. Personalmente credo che ci siano tre vie nella scelta di un ct, o almeno sono quelle che credo dovrebbero esistere. In realtà sono davvero convinto solo della prima, ovvero che l’allenatore della Nazionale debba essere qualcuno che abbia portato a casa dei trofei. L’Italia, io, continuo a vederla come un punto di arrivo. Quindi, tanto per restare al calcio che ho visto io, è il caso di Sacchi e Lippi. Seconda via: un
tecnico nei quadri della Federazione da tempo, insomma, uno che sia passato dall’Under 21. Dunque, Vicini e Maldini. Terza modalità di scelta, dare l’incarico ad un ex giocatore con trascorsi importanti in Nazionale. Qua viene subito in mente Donadoni, ma anche Zoff, anche se lui era già qualcosa in più: autentico monumento del calcio nostrano, anche in panchina aveva vinto qualcosa con la Juventus, oltre ad essere stato il selezionatore della Nazionale olimpica (ok, con un 4-0 subito dallo Zambia). Prandelli, in realtà, non risponde a nessuno dei requisiti, ma tra gli allenatori italiani liberi al momento è quello più navigato e quello che ha “assaggiato” la panchina più pesante. Ranieri è sulla panchina che sogna da sempre, Spalletti è blindatissimo in Russia, Ancelotti è inavvicinabile, Capello allena per ora un altra nazionale. Casiraghi non ha impressionato con l’Under 21, anzi. Sarebbe rimasto, per i miei criteri, uno come Zenga, tecnico che apprezzo molto. Ma non è mai entrato nella corsa e, per chi non lo sapesse, è andato in Arabia Saudita. Dunque, Prandelli. I Della Valle si sono messi nelle sue mani: il Progetto, sempre che esista, ma ne dubito ancora, farà a meno del suo direttore d’orchestra.
Milan ai milanisti. Questo è l’ordine che arriva dall’alto in casa rossonera. Si è subito autoescluso Van Basten, che rappresentava l’ipotesi più suggestiva e romantica: vederlo ancora al Milan sarebbe stata una storia da Libro Cuore, visto che quella maglia ha dovuto abbandonarla troppo presto. Invece, almeno a suo dire, è ancora quella maledetta caviglia ad impedirgli di vestire di nuovo rossonero. In realtà, Van Basten in panchina non ha ancora dimostrato di avere quel talento sopraffino che lo aveva caratterizzato da giocatore.
Il Cigno di Utrecht, dunque, non volerà fino a Milanello. Avanti le soluzioni interne? Non proprio. Galli era un serio candidato, ma il suo nome non sembra riscuotere in realtà grande successo: in fondo, finora ha solo allenato le giovanili. Tassotti, che ha studiato da vicino il suo ex compagno Ancelotti, non sarà l’erede di Leonardo e qua il sospetto è che, in realtà, sia lui a non voler compiere il grande passo. Stroppa ex rossonero in calzoncini lo è stato, ma anche la sua candidatura riscuote tiepidi consensi. L’unico che ha dimostrato di saper stare in panchina, Rijkaard, non è mai stato considerato, chissà perchè. Allegri può vantare solo pochi minuti in amichevole da giocatore del Milan: questo sembra non essere un currilum abbastanza degno. IL cerchio si stringe: Costacurta, fallimentare finora da tecnico, ma soprattutto quello che oggi sembra il favorito, ovvero Donadoni. Che già era stato accostato senza motivo alla Sampdoria. Non per dir sempre male dell’ex ct dell’Italia, ma cosa ha fatto per meritarsi questa prestigiosa panchina? Ad ogni modo, presto finiranno gli ex rossoneri in panchina: e allora questa buffonata del Milan ai milanisti avrà fine.
La possibile truppa bianconera in Nazionale perde altri due elementi: Lippi ha fatto i nomi dei primi due esclusi. Come in una sorta di Grande Fratello, Candreva era già in nomination ed è uscito, Grosso è stata la sorpresa. Nessuna riconoscenza e va bene così. nei quattro anni passati da Berlino, il terzino della Juve non è mai tornato nemmeno lontanamente su quei livelli. Tantomeno in questa sciagurata stagione bianconera. Non che la colp
a sia sua, però è giusto che rimanga a casa. Se è arrivato nei 30 è solo per il mancato ricambio generazionale. Magari Lippi poteva far fuori anche Zambrotta, così, per par condicio, ma il milanista può mettere sul tavolo la duttilità, almeno, che può far chiudere un occhio sugli anni passati tra Barcelona e Milan. Tra l’altro, Candreva e Grosso sono stati tagliati dall’Italia, ma potrebbero anche non far parte della rosa della Juve di Delneri. Adesso gli “azzurrabili” sono 28, Lippi ne farà fuori altri cinque. Di fenomeni ce ne sono pochi: in teoria chiunque salti non si potrà gridare allo scandalo. Sirigu probabile taglio in porta, uno tra Bocchetti e Cassani per la difesa, Cossu in mezzo e addirittura dovrebbero essere due quelli fatti fuori nel reparto avanzato dove il compromesso tra potenza, rapidità e tecnica non è facile. Sicuri Iaquinta e Di Natale, quasi impossibile che Lippi si privi dei due bomber Gilardino e Pazzini. Rimangono Borriello, Rossi e Quagliarella. Io lascerei a casa Borriello: si sbatte, ma quello lo può fare Iaquinta. Poi farei testa o croce per gli altri due.
Ormai è ufficiale: è Delneri il nuovo allenatore della Juventus. Personalmente ho molti dubbi sulla scelta, ma se si è deciso di dare fiducia a Marotta, giusto assecondare le sue idee. Secondo me il 4-4-2, ora come ora, è l’unico modulo con cui la Juventus non può giocare ed è esattamente quello con cui ama schierarsi Delneri. Non ci sono le fasce: servono cursori di fascia di livello, ma anche le rispettive riserve: ci sarà da lavorare molto sul mercato, e non sarà facile. Di soldi ce ne sono e sono anche possibili cessioni importanti: Buffon su tutti, ma anche Felipe Melo e
Diego. Io terrei tutti: in fondo, serviranno quattro centrali lì in mezzo: Melo, appunto, Marchisio, Sissoko e Poulsen. Ma da Genova potrebbe arrivare Palombo. Perchè poi cedere Diego? Servirebbe comunque una seconda punta e l’ex del Werder la può fare, anzi, potrebbe esattamente fare quello che a Bergamo faceva Doni o Cassano alla Sampdoria. Anche perchè Del Piero ancora titolare è una scelta francamente improponibile. Non ha senso cedere Diego per arrivare a Ribery. Se il budget per il mercato è davvero di 80 milioni, non serve vendere i buoni giocatori che ci sono, ma cedere i rami secchi, alleggerendo così anche il monte ingaggi: via Zebina, Cannavaro, Grygera, Grosso, Salihamidzic e Trezeguet, tanto per dire. Amauri, purtroppo, rimarrà dov’è. Comunque una ventina di milioni risparmiati, tanto per dire. E monetizzare su chi è ora in prestito, come Molinaro e Tiago. I nomi che vedo in giro, quelli dei futuri bianconeri, dico, mi fanno rabbrividire. Speriamo bene.
Per dirla alla Materazzi, non è successo, ma se succedeva… Roma campione d’Italia sì, ma solo per un po’. Inter tricolore per la diciottesima volta: superato nell’albo d’oro il Milan, che rimane comunque la prima squadra di Milano. Non me ne vogliano gli interisti, ma è così. Senza considerare che, oggettivamente, tra scudetto in segreteria e quello senza rivali non ne considererei cinque consecutivi. Senza farne una colpa ai nerazzurri, eh, ma mi sembra un dato di fatto. Il potere interista nasce dall’assenza delle rivali, spazzate via
da Calciopoli o da gestioni dissennate, semplicemente. Bastava acquistare meglio per poter rivaleggiare con la corazzata di Mourinho: d’altra parte, le fortune di questa stagione sono nate nel momento in cui l’estate scorsa lo svedese col mal di pancia prese la via di Barcelona facendo arrivare ad Appiano Gentile uno che corre come un negro per guadagnare come un bianco (segnando nel frattempo) insieme ad una barcata di soldi investiti intelligentemente. Non vorrei sbilanciarmi, ma già da ora pronostico un altro scudetto interista nel 2011. La Roma è stato un piacevole episodio, ma non ci sono i soldi, a Torino ne hanno però ribaltare tutto e vincere al primo colpo sembra difficile, sull’altra sponda di Milano il capo non ha più voglia (e ne ha diritto) di spendere. Ne ha sempre Moratti, e ne potrebbe avere ancora di più se sabato l’Inter completerà la tripletta. D’altra parte, l’appetito vien mangiando.
Un campionato che sembrava già scritto e che invece si risolverà oggi, all’ultima giornata. Trentotto partite per decidere il vincitore. La favorita c’è, in virtù dei punti di vantaggio e della rosa più forte. Ovviamente è l’Inter, che con ogni probabilità si aggiudicherà il suo quinto scudetto di fila. La Roma ha quasi compiuto l’impresa, era passata in t
esta, poi non ce l’ha fatta a tenerla. L’ha condannata Pazzini, l’uomo che ha deciso tutto. Sia chiaro: mancano ancora novanta minuti e tutto può ancora accadere, ma il match point è, per così dire, troppo comodo per sbagliarlo. Il calcio è imprevedibile, si sa, ma il Siena può essere solo uno sparring partner e, nonostante le recenti polemiche sull’asse Oriali-Mezzaroma, il campionato in tasca sarà l’aperitivo per la sfida di Champions League. In più, non è assolutamente detto che la Roma sbanchi il Bentegodi: il Chievo ha dato del filo da torcere all’Inter giusto domenica. In ogni caso, onore ai giallorossi: chi l’avrebbe detto nove mesi fa? Una squadra allo sbando, presa per mano da un tecnico che mai in carriera si era trovato così in alto, e che ha sognato il suo quarto alloro. Il resto delle partite non conteranno niente, e due le hanno fatte giocare ieri per motivi di ordine pubblico. Inter e Roma. Comunque vada, per loro due è stata una stagione da applausi.
Come annunciato dalle pagine di questo prestigioso sito, quella di oggi sarà l’ultima partita di Leonardo alla guida del Milan. Ormai c’è l’ufficialità data dalle sue parole: “È tutto molto chiaro, siamo arrivati alla fine. Ho ho incontrato la società - ha detto ieri il tecnico - e siamo qui per comunicare la nostra separazione assolutamente consensuale. È stata una scelta comune fatta in modo tranquillo, le nostre strade si dividono ma restano amicizia e stima”. Leonardo ha poi ringraziato il Milan per l’opportunità offertagli, dichiarando però di non sapere se vorrà riprovare a sedersi in panchina in futuro. L’esperienza in rossonero lo ha un po’ scoraggiato: troppe interferenze dall’alto, o forse, come ha detto lui, si sente semplicemente più portato per la “gestione”: non di uomi
ni in calzoncini corti però. Galliani è d’accordo con Leonardo: “Sono molto dispiaciuto per questa separazione. Ripeto, la decisione è stata presa insieme. Leo ha raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissi, senza tutti questi infortuni avremmo lottato per lo scudetto. Abbiamo raggiunto la qualificazione diretta in Champions e questo è un grande risultato. Ha portato grandi innovazioni tecniche, siamo passati dal 4-3-3 al 4-2-fantasia che per un bel pò di tempo ha dato ottimi risultati. E’ stata assolutamente una stagione positiva”. Diciamocela tutta, è stata una stagione positiva per la rosa del Milan, non in generale. Quando una società del genere non si dimostra competitiva non c’è nulla da incorniciare e le soluzioni tattiche di Leonardo non sono state rivoluzionarie. Il Milan non era una squadra all’altezza degli obiettivi che dovrebbe avere, stop. Non credo che per i rossoneri entrare in Champions League fosse l’obiettivo stagionale. Chissà, forse il prossimo anno il Milan avrà sulle maglie il badge “Prima squadra capace di qualificarsi per la Champions League con il 4-2-fantasia”…
Le comiche. Oriali fa la vittima e attacca duramente il presidente del Siena Mezzaroma, forse poco rassicurato dal suo cognome, chissà. Fatto sta che sono state queste le sue parole: “Noi abbiamo motivazioni importanti, vogliamo continuare a vincere però è stato un pò surriscaldato l’ambiente e se ne poteva fare a meno. Andiamo ad affrontare una squadra che è già retrocessa ma, stando alle dichiarazioni
del suo presidente, diventa una partita delicata: lui ha dichiarato che avremo gli occhi del mondo addosso, che tutti guarderanno Siena-Inter, ma aggiungo che sarà così anche per le dichiarazioni che ha fatto e che poteva risparmiarsi”. Facendo un passo indietro, quello a cui si riferisce Oriali è in pratica il fatto che Mezzaroma aveva paragonato Mourinho a Moggi: “Mi spiegò che in certi momenti di una stagione agonistica la pressione è tale che c’è bisogno da parte dell’allenatore o di qualche dirigente di una dichiarazione sopra le righe per togliere tensione alla squadra. A distanza di tanti anni Mourihno mi sembra che confermi in pieno gli insegnamenti di Moggi”. Dunque è colpa di Mezzaroma se tutti gli occhi saranno rivolti verso Siena? Certo, certo. Non era stato l’allenatore dell’Inter a parlare di “premi a vincere” da parte della Roma? Suvvia, un po’ di buonsenso, ogni tanto.
Mourinho dice che allenerà il Real Madrid, prima o poi. La sensazione è che lo farà tra poco, direi tra due partite. Ultima di campionato a Siena e, poi, finale di Champions League. Ma solo se la vincerà. Mou ha le sue missioni, le compie e poi se ne va. Oppure se ne va comunque: diciamo che non è uno che perde tempo sulle panchine. Al Port
o mollò tutto dopo aver compiuto quello che ancora oggi rimane il suo capolavoro: in due anni vinse tutto con una squadra modesta. Il Chelsea gli chiedeva un campionato che mancava da mezzo secolo: ne portò a Stamford Bridge due di fila. Poi, fallì l’assalto alla Champions e lasciò poco dopo. All’Inter ha vinto in campionato e si andrà a giocare la coppa tra pochi giorni: che vada bene o male, Mourinho scapperà a Madrid, ricoperto d’oro da Perez più di quanto adesso non faccia Moratti. E’ un percorso naturale e per gradi: il Real Madrid è il massimo e da quelle parti vogliono la Champions League. L’ennesima missione per lo Special One. Poi, come ha già detto, prenderà per mano il Portogallo: e se vincesse anche con quello, allora, sarebbe davvero uno dei più grandi di sempre. Nel frattempo, sembra che troverà una panchina anche uno degli allenatori più scarsi d’Italia: sto parlando di Donadoni, che sostituirà Delneri alla Sampdoria. In Champions League, magari. Lo vuole Cassano: questa sì che è meritocrazia.
Nessuna novità, diceva Lippi. E invece qualcosa di interessante è successo. Niente Miccoli (che si è anche fatto male, tanto per zittire ogni polemica), Cassano (che tanto tra poco si sposa) e Balotelli (che è giovane e farà i tre Mondiali successivi). No, la novità è un po’ più piccola. No, nemmeno Totti o Toni. Lippi ha fatto fuori Legrottaglie per far posto ad una punta in più, quel Giuseppe Rossi reduce da una stagione non
esattamente esaltante in Spagna, di sicuro la peggiore da quando gioca nel Villareal. Il ct si porterà in Sudafrica gente più duttile, tra i difensori, ma anche tra i centrocampisti: un Palombo qualsiasi, per dire, può fare tranquillamente le veci di Legrottaglie. Per il resto, i nomi sono purtroppo quelli: sembra davvero una delle Nazionali più “ordinarie” di sempre, e non partrà certo tra le favorite. Quelle sono ben altre: su tutte la Spagna, ma occhio anche all’Inghilterra e alla Francia. Ovviamente temibili le sudamericane: leggetevi il reparto avanzato che potrà schierare Maradona e immaginatevi il Cannavaro versione 2010… certo, lasciare a casa Cambiasso non è una grande mossa, ed anche per il Brasile Dunga ci ha messo del suo. Tornando a Legrottaglie, ha già detto che Dio lo aiuterà a superare anche questa prova. E, comunque, io sono sicuro che una bestemmia l’ha tirata.
