Sarà che sono toscano, ma mi ricordo bene il giorno in cui Malesani corse, in maglietta e pantaloni corti, verso i tifosi della Fiorentina arrivati fino a Udine per sostenere la loro squadra. Malesani era e rimane un personaggio pittoresco, un po’ troppo all’antica per il calcio di oggi. Il miracolo del Chievo anche grazie a lui, che riu
scì a portare i veronesi in Serie B, prima di lasciarli nel 1997 per affacciarsi al grande calcio con la Viola. Di lui si diceva fosse un ex operaio della Nikon o della Kodak, non ricordo, ed evidentemente non ha mai voluto abbandonare il suo basso profilo, perchè si è costantemente presentato in panchina in tuta o, come quella volta a Udine, addirittura in braghe corte. Il taglio di capelli, poi, era ideale per il suo understatement e lo faceva assomigliare ad un manovale dell’Est Europa più che a un miliardario allenatore della Serie A. Ma questo è stato il bello di Malesani, che ha però ballato poche stagioni. Una a Firenze, tre a Parma, con il fiore all’occhiello della Coppa Uefa vinta a Mosca sull’Olympique Marsiglia, poi il ritorno a Verona, sponda Hellas. Riuscì a retrocedere con Mutu, Gilardino, Camoranesi e Oddo, ma almeno vinse un rocambolesco derby con il Chievo 3-2 dopo essere stato sotto di due reti. Negli ultimi anni lo si ricorda più che altro per una spettacolare conferenza stampa ai tempi del Panathinaikos, in cui esternava il suo malumore a forza di organi genitali maschili. Poi ha allenato anche a Udine e Empoli, ma nessuno se n’è accorto.
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