Inter ancora in vacanza

Filed under: Serie A by: Matteo Innocenti

L’Inter, contro un avversario non impossibile come il Cagliari, riesce di nuovo a complicarsi la vita, così come era già successo, ad esempio, con Reggina, Chievo e Siena. Le altre volte aveva vinto, grazie alla capacità di reazione o per grazia ricevuta, stavolta, invece, non è riuscita ad andare oltre il pareggio. La nota positiva, è ovviamente, l’aver raddrizzato una gara che si era messa male, ma i campanelli di allarme non mancano. Non dimentichiamo come l’Inter era arrivata alla sosta natalizia: da capolista in campionato, ma reduce da qualche figuraccia europea. Qualche crepa, dalle parti di Appiano Gentile c’è, inutile nasconderlo: il solito caso Adriano, i dolori del giovane Balotelli, il precoce accantonamento di Mancini e Quaresma. Inizia a sorgere anche il dubbio che la guida di Mourinho non valga nove milioni l’anno, anche se ogni sua intervista è oro colato per i giornalisti. Lo stratega portoghese, come già in passato, non azzecca la formazione e per rimediare mette dentro tutte le punte: fuori Cordoba, Samuel e Figo, dentro Crespo, Quaresma e Mancini per un 3-4-3 con gli ultimi due esterni di centrocampo. All’Inter poi è andata anche bene, perchè il Cagliari negli ultimi minuti si è mangiato un paio di gol, una con Acquafresca, che però è stato l’autore della rete del vantaggio. Ironia della sorte, il giovane italo-polacco è di proprietà dell’Inter e sarebbe, a mio modesto modo di vedere, un giovane italiano su cui puntare. Perchè si parla tanto della sterminata rosa nerazzurra, ma ci si dimentica che, tra Adriano, Cruz, Crespo, Balotelli, Obinna e Ibrahimovic l’unica punta di sicuro affidamento è quest’ultimo e che, se non gira lui, i nerazzurri faticano. Chi ha segnato per l’Inter stasera? Ecco, appunto.

Sheva, la minestra riscaldata

Filed under: Calciomercato, Pallonate by: Matteo Innocenti

Nella vita, a volte, vorremmo che niente cambiasse, specie quando c’è in ballo un grande amore. E, quando ci si lascia, spesso si spera di ricomporre i cocci e di ritrovarsi, un giorno, di nuovo insieme e ricominciare tutto con la stessa passione dei primi tempi. Anche nel calcio è così. Ci sono giocatori che fanno innamorare le curve dei tifosi ma che poi, a un certo punto della loro carriera, per un motivo o per un altro, decidono di prendere un’altra strada. Shevchenko, di sicuro, nei suoi sette anni al Milan si è fatto amare come pochi altri. Arrivò nel 1999, dopo che a lui si era interessata mezza Europa grazie alle sue prodezze in Champions League nell’attacco di una più che discreta Dinamo Kiev. In rossonero rimase fino al 2006, vincendo uno scudetto e una Champions League, ma soprattutto segnando 173 reti in 296 presenze: il secondo realizzatore di sempre del Milan dopo Nordahl. Poi, il tanto temuto ed annunciato addio all’Italia. Era già qualche estate che Abramovich ci provava e nel 2006 Shevchenko cedette alle sue lusinghe. Se ne andò al Chelsea, coperto di sterline, con la scusa della scuola di inglese per il figlio Jordan. Ma a Londra lo aspettava Mourinho. O meglio, non se lo aspettava, perché gli fu imposto dal padrone russo. Fatto sta che Shevchenko in Inghilterra ha passato due stagioni da comprimario ed in evidente conflitto con il tecnico portoghese. Nella scorsa estate, l’operazione-nostalgia: Berlusconi decide di riportarlo a Milano e in pratica “scavalca” sia Galliani che Braida, per non parlare di Ancelotti che, in pratica come Mourinho, si ritrova in casa un giocatore non richiesto, dal nome pesante ma che, soprattutto, è solo l’ombra del campione che aveva infiammato San Siro per sette anni. Adesso si fanno sempre più insistenti le sue voci di un trasferimento alla Sampdoria, che già si era interessata a lui la scorsa estate.  Una piazza per rinascere, ma soprattutto per giocare, forse per sparare le ultime cartucce di una carriera comunque straordinaria. In rossonero non gioca, non segna e vederlo ammuffire in panchina, anche se non è più il campione di prima, non fa certo piacere. Il Milan ci ha provato, ma le minestre riscaldate, si sa, nel calcio funzionano raramente.

Auguri Mutu

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Da ieri Mutu ha 30 anni, età critica per un calciatore. In qualsiasi altra categoria lavorativa sarebbe ancora considerato un giovane, nel calcio, invece, è il periodo in cui inizia ufficialmente la fase discendente della carriera. Se hai la fortuna di essere in una grande squadra sentirai il fiato sul collo dei giovani rampanti, se non sei in un top club, a quell’età difficilmente qualcuno investirà su di te per ricavarne due o tre anni su grandi livelli. Insomma, generalmente, nel calcio, non si diventa grandi a 30 anni. Mutu ha festeggiato il suo compleanno nel ritiro di Marbella e, intervistato, ha detto: “Non mi piacciono molto le feste, anche perché non sono contento di invecchiare. Un regalo che mi renderebbe felice? Facile, vincere qualcosa con la Fiorentina“. Anche perché, ormai, è difficile un suo approdo ad una grandissima squadra: i talenti in giro che fanno gola alle grandi sono tanti e lui sta benissimo a Firenze. Dove, però, sarà difficile vincere a breve. Senza scomodare Il Progetto, che si sta ridimensionando, vista la poca propensione di Prandelli a far giocare i giovani, almeno recentemente. Insomma, a 30 anni Mutu può fare un primo bilancio della carriera: “Sono contento di quanto fatto finora. Mi faccio un augurio: di fare altrettanto e anzi di migliorare, provando a vincere qualcosa di importante“. Repetita juvant, insomma. Mutu, in effetti, in carriera non ha vinto niente, almeno a livello di squadra. E’ stato proclamato quattro volte calciatore rumeno dell’anno, ma niente di più. Fu portato in Italia dall’Inter, che con poca lungimiranza lo perse dirottandolo a Verona, dove rimase due anni, prima di passare al Parma, dove esplose definitivamente. A 24 anni la chiamata di Abramovich, neoproprietario del Chelsea, ma a Londra Mutu inciampa nella cocaina. In pratica perde un anno causa squalifica, senza aver nemmeno brillato nella prima stagione, a dire il vero. La Juventus fiuta però l’affare e lo porta a Torino, dove, non da titolare, vince uno scudetto, assegnato poi a tavolino all’Inter. Però, almeno calcisticamente, in bianconero si era rifatto una verginità. Nell’estate del 2006 la nuova dirigenza juventina lo svende alla Fiorentina: un approdo ideale, in una squadra ambiziosa, in una piazza appassionata ma tuttavia tranquilla, dove poter lavorare bene agli ordini di un allenatore, Prandelli, che lo conosce bene. Scegliendo Firenze e, soprattutto, scegliendo di rimanerci, Mutu rischia di diventare uno dei calciatori che, nella storia del calcio, avrà vinto meno rispetto al suo talento. In ogni caso, auguri.

Lippi e le inutili polemiche

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Calciatori gay? In quarant’anni di carriera non ne ho mai visti, non credo ce ne siano“. Ecco come ha fatto Marcello Lippi a sollevare un polverone, anche se poco dopo ha aggiunto che, se si trovasse in squadra un calciatore omosessuale, direbbe  a questo ragazzo di vivere a pieno la sua realtà, mantenendosi sempre ligio sul lavoro e facendo quello che vuole nella vita privata. Subito, nemmeno a dirlo, la replica indignata di Franco Grillini, presidente di Gaynet ed ex parlamentare, che si dice contento del fatto che Lippi non ostacolerebbe la carriera di un calciatore gay. Tuttavia non manca di bacchettarlo: ” Duole dire che Lippi stesso abbia gli occhi foderati di prosciutto quando afferma con una sicurezza francamente fuori luogo che nel calcio italiano non ci sono omosessuali e che in 40 anni non ne ha mai visti. Possiamo assicurare Lippi che gli omosessuali nel calcio ci sono, come in tutti i settori della vita sociale, civile ed economica del paese“. Opinione condivisibile e verosimile, d’altra parte una volta avevo letto che la popolazione gay (omosessuale e lesbica) equivale al 5% del totale. Quindi, considerando le rose allargate di oggi, ce ne dovrebbe essere più o meno uno per squadra, in media. Ora, senza considerare il fatto che è più probabile trovarne tra gli stilisti, i coreografi e i parrucchieri che tra i calciatori, ad esempio, Lippi potrebbe anche non averne davvero allenati mai uno. Perché non credo che un gay nello spogliatoio si metta a fare scherzi con le saponette ed abbia scarpette con pailettes, ad esempio. Grillini ha aggiunto: “Lippi dovrebbe chiedersi perché sono costretti a nascondersi, a fingere di avere finte fidanzate, ad avere una doppia vita, come si è visto molto bene nella trasmissione Victory di Paolo Colombo su La7″. Sì, Lippi potrebbe anche chiederselo, ma non credo sia colpa sua. Credo che invece di dire che non ci sono gay nel calcio poteva dire che pensava ce ne fossero, ma che non se n’era mai accorto. Così da evitare inutili polemiche. Strana l’Italia. Prima non si poteva dire che c’erano calciatori gay, adesso non si può dire che non ci sono. Ma, soprattutto, nelle interviste non si può più dire niente, nemmeno quello che si pensa, giusto o sbagliato che sia, e non mi riferisco solamente a questa vicenda.

Il Chelsea scommette su Mancini

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Il rapporto tra il Chelsea e Scolari pare essere già arrivato al capolinea. Giunto in estate a Stamford Bridge, pareva l’uomo giusto per interrompere il discorso interrotto quando Mourinho se n’era andato da Londra. Scolari, apprezzatissimo in Brasile ma anche in Europa, dopo i discreti risultati ottenuti alla guida del Portogallo. E invece adesso addirittura i bookmakers sono costretti a sospendere le giocate sul suo esonero, ormai dato come certo. Eppure i risultati ottenuti dal tecnico brasiliano non sono da buttare: in Premier League il Chelsea dista solo tre punti dalla capolista Liverpool ed in Champions League ha raggiunto gli ottavi, seppur come seconda del girone. Tuttavia nelle ultime dieci partite ha ottenuto solo tre sconfitte e la macchia più recente è un pareggio casalingo contro il Southend in F.A. Cup. Ma, soprattutto, Scolari pare aver perso lo spogliatoio. Sfiduciato da alcuni degli uomini cardine dei Blues, l’allenatore avrebbe così le ore contate ed Abramovich si starebbe già guardando intorno in cerca del suo sostituto, che magari non sia palesemente un traghettatore come nel caso di Grant, ingaggiato per il dopo-Mourinho. Di tecnici liberi e di livello, però, ce ne sono pochi e Robero Mancini è uno di essi. E’ lui, insomma, il grande favorito per il posto di Scolari ed ovviamente il tecnico di Jesi difficilmente direbbe di no alle lusinghe del ricco presidente Abramovich. Mancini, tra l’altro, ha anche già fatto una breve esperienza oltremanica, quando, una volta lasciata la Lazio, giocò qualche partita nel Leicester City prima di dare l’addio al calcio giocato. Adesso, c’è da scommetterci, a sperare che Mancini abbia ancora voglia di Inghilterra è Moratti, che sta continuando ancora a pagare, e profumatamente, il suo ex allenatore.

Defoe, bella bomba…

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A volte mi chiedo come possano diffondersi certe notizie.  Mi riferisco a certe indiscrezioni di calciomercato, e pensare che sono da sempre un appassionato di trasferimenti di calciatori. Sono tra i pochi, credo, che in fondo credono un po’ alle bombe di Maurizio Mosca, figuriamoci. Che bello poi il momento della presentazione di un nuovo acquisto, con la maglia, le strette di mano e i sorrisi a favore dei fotografi. Quello è il momento in cui il tifoso fantastica grandi successi, è il momento dei sogni, senza considerare quanta linfa vitale il calciomercato consegna alle chiacchiere da Bar Sport. Ma certe notizie come facciano ad avere credibilità non lo capisco. L’ultimo esempio è recentissimo e riguarda la Juventus. La società bianconera, secondo alcune fonti, sarebbe interessata all’attaccante inglese Jermaine Defoe, in forza al Portsmouth, e nei qualche giorno fa avrebbe fatto agli inglesi un’offerta di circa 20 milioni di euro. Come può questa notizia solo apparire su un giornale? La Juventus difficilmente spende quella cifra e Defoe non mi sembra il tipo per cui Blanc e soci svuoterebbero le casse della società. Venuto fuori dall’Academy del West Ham, l’attaccante inglese, dopo tre discrete stagioni in claret & blue passa nel 2004 al Tottenham. A 22 anni è nel giro della Nazionale inglese e pare avviato ad una buona carriera, ma a Londra non riuscirà a sfondare, segnando solo 39 reti in 125 partite, cifre che infatti lo portano a Portsmouth a inizio 2008. A dire il vero nella città portuale riesce a ritrovare la smarrita via del gol ed anche la Nazionale, ma forse solo per la nota carenza di attaccanti decenti, fatta eccezione per Rooney. La JUventus spenderebbe tutti quei soldi per questo attaccante? Non credo proprio. Altre controindicazioni? Il suo fisico, decisamente poco seducente, e il fatto che sia inglese: storicamente di giocatore che vengono da Oltremanica e fanno fortuna ce ne sono stati pochi, almeno dal dopoguerra. Inoltre la Juventus mi sembra piùì che coperta davanti: se c’è da spendere, meglio farlo in altri reparti.  Le ultime su Defoe, infatti, lo danno sulla via del ritorno, di nuovo al Tottenham. Allarme rientrato.

L’investimento Podolski

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Per l’attacco della Roma, in questi giorni, è stato fatto più volte il nome di Lukas Podolski. Classe ‘85, esordì giovanissimo in un Colonia che retrocesse nonostante le sue 10 reti. Nella stagione successiva, nel 2004/05, segnò 24 gol nella Zweite Liga riportando la sua squadra in A e guadagnandosi la chiamata in nazionale. Un’altra discreta stagione in Bundesliga e poi la chiamata del Bayern Monaco, la squadra dei sogni per ogni calciatore tedesco. In forza ai bavaresi nel 2006, non è mai riuscito a diventare titolare fisso, giocando poco e segnando ancora meno. Negli ultimi due anni poi, con gli arrivi di Toni e Klose, il suo minutaggio è ulteriormente diminuito. Ormai è un attaccante da una ventina di presenze e 4-5 gol a stagione. Uno spreco ed un vero peccato, visti i numeri degli esordi e visto il suo talento. Che, ironia della sorte, ha sempre dimostrato in Nazionale, nonostante Podolski sia polacco di nascita. A soli 23 anni, ha già collezionato 60 presenze condite da ben 31 reti: insomma, cifre da vero bomber. Ma, come già detto, al Bayern Monaco non trova spazio, e il prossimo anno potrebbe essere anche peggio, visto che la società bavarese starebbe per ufficializzare l’arrivo a parametro zero di Ivica Olic. Per l’attaccante di origine polacca, l’estate del 2009 potrebbe essere quella giusta per un trasloco. La Roma, a mio avviso, potrebbe essere un approdo ideale, considerando anche il fatto che Podolski può giocare benissimo come trequartista, come ha dimostrato in Nazionale. Dotato di fisico, buona tecnica e di un gran tiro, con esperienza internazionale e soli 24 anni di età, potrebbe essere il vero affare del calciomercato estivo, se non si accaserà prima, come si sente in giro, all’Amburgo o al Colonia. E sarebbe un peccato, perché Podolski meriterebbe ben altri palcoscenici. La cifra per portarlo via da Monaco non è eccessiva e si aggira sui 10 milioni di euro, soldi che, al momento, la Roma non può però permettersi, ma che non spaventerebbero altre squadre. In tempo di crisi, insomma, Podolski sarebbe un investimento su cui puntare.

Vecchia Signora, ecco i saldi

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Misteri del calcio. Manuel Da Costa, che da quando è a Firenze ha giocato solo in allenamento, potrebbe presto passare alla Juventus. Il procuratore del portoghese Franck Peslerbe su Firenzeviola.it non smentisce certo la notizia: “Quello che posso dire con certezza è che Fiorentina e Juventus stanno parlando del giocatore e che in ballo c’è qualcosa di serio“. Arrivare a Da Costa, per la Juventus, non dovrebbe essere difficile, sia perché non è minimamente considerato da Prandelli, sia perché in viola c’è già la contropartita tecnica: Almiron, o meglio, la sua seconda metà. Non che l’argentino a Firenze stia brillando, ma le vie del calcio paiono essere infinite. Da Costa, insomma, sarebbe un acquisto a rischio zero e contribuirebbe a rimpolpare la batteria di difensori centrali juventina che adesso conta solo tre elementi: Chiellini, Legrottaglie e Mellberg. Il quarto sarebbe stato Knezevic, quindi con Da Costa la Juventus di sicuro non avrà un peggioramento. E poi, chissà, anche quando fu acquistato Davids al Milan parlarono di “mela marcia”, di giocatore infortunato e mediocre…ma ci potrebbe essere anche un altro acquisto, questo sì in grado di elevare il tasso tecnico della squadra: David Silva. 22 anni, brevilineo, uomo di fascia sinistra, sarebbe l’erede ideale di Nedved. Dopo un apprendistato di due anni tra Eibar e Vigo, da due anni è titolare a Valencia e con la Nazionale spagnola ha conquistato il Campionato Europeo da protagonista. La sua valutazione si aggira intorno ai 20 milioni, ma viste le critiche condizioni finanziarie della sua squadra, l’affare si potrebbe chiudere anche a 15, a meno che non si scateni un’asta per lui, cosa, in realtà, piuttosto verosimile. Il Valencia dovrà vendere qualcuno: Silva, Villa, Joaquin, Mata, Marchena. Tutta l’argenteria è sul mercato. Chissà se la Vecchia Signora riuscirà a portarsene un pezzo a casa…

Come sta Beckham?

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David Beckham ha passato la notte di San Silvestro a Dubai, nella sua villa di Palm Jumeirah, ma il suo atteso ospite, Tom Cruise, non si è presentato, forse poco attratto dal coprifuoco imposto dall’emiro Mohammed Al Maktoum: tutti i locali dovevano chiudere alle 3. Comunque, la curiosità verso lo Spice Boy non riguarda solo il suo cenone (probabilmente senza zampone e lenticchie), ma anche quello che potrà dare in campo. Beckham si dovrebbe inserire velocemente nel gruppo rossonero, visto che altrettanto velocemente se ne dovrà andare, invece a detta di alcuni compagni “è timidissimo, silenzioso, riservato, educato. Anche per chi come Emerson lo aveva già conosciuto, è una sorpresa. Si muove con molta discrezione, ride alle battute, ma insomma è davvero uno dei più chiusi con i quali abbiamo avuto che fare in questi anni” Se non altro dimostra di apprezzare molto la cucina di Oscar, il cuoco emiliano al seguito ventennale della squadra, così come la magrissima Victoria apprezza i ristoranti milanesi, tanto da aver già messo su un paio di chiletti. Per quanto riguarda gli allenamenti e il lavoro sul campo, Beckham sembra un po’ in affanno: per recuperare dagli esercizi, infatti, impiega più degli altri. Evidentemente la Major League, come preparazione fisica, non è il massimo. Ma i piedi rimangono buoni ed infatti l’inglese si è dilettato con precisi lanci e cross: peccato che nel Milan, al momento, non ci sia nessun attaccante che abbia nel gioco aereo la sua specialità.

 

Moratti pensa a Owen

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Secondo il Sun, Moratti avrebbe presentato tramite degli emissari un’offerta al Newcastle per Michael Owen: il cartellino di David Suazo, attualmente in prestito ai portoghesi del Benfica, più un conguaglio di circa  5 milioni di euro. Il tabloid aggiunge anche la possibilità di uno scambio “puro” con Adriano, che però Moratti vorrebbe trattenere, credendo, evidentemente, in un suo nuovo recupero. Il presidente nerazzurro vorrebbe, insomma, portare in Italia il Pallone d’Oro 2001, oggi quasi 30enne e caduto un po’ in disgrazia. Sembra ieri eppure sono passati più di dieci anni da quando quell’imberbe inglese di 19 anni sverniciò due difensori argentini segnando poi con un bolide all’incrocio dei pali durante i Mondiali di Francia. Vennero poi altri anni gi reti con il Liverpool e la magica annata del 2001, poi, nel 2004, il Real Madrid. Una stagione in chiaroscuro, ma comunque da doppia cifra in campionato. Poi il ritorno in Inghilterra, ma al Newcastle: insomma, un bel passo indietro per Owen, che a 26 anni si ritrovò in una squadra di metà classifica. Da allora si sono aggiunti infortuni in serie: in più di tre anni, l’ex “Wonder Boy” ha giocato meno di 60 match di Premier League, segnando comunque 25 reti, segno che l’istinto del gol c’è sempre. Detto questo, non si sa quanto questa operazione potrebbe giovare all’Intere quanto, invece, non sia l’ennesimo sfizio di un presidente che da sempre guarda con interesse Oltremanica. Quando si insediò in Via Durini era innamorato di Cantona, ma non riuscì a portarlo a Milano, lo stesso accadde con Henry. Adesso, abbassando un po’ il tiro, l’operazione sembra possibile. Sempre che Mourinho sia d’accordo.