La Fiorentina agguanta l’Uefa

Filed under: Champions League by: Matteo Innocenti

E’ finita la prima fase della Champions League. Cosa ci lasciano questi gironi? Una pattuglia italiana che avanza per tre quarti nella competizione più prestigiosa, con la Fiorentina che riesce a qualificarsi comunque per la Coppa Uefa, decisamente più alla sua portata. Tra ieri e martedì la Roma ha regolato il Bordeaux grazie al ritrovato Brighi e a Totti, conquistando la prima posizione. Lo stesso ha fatto la Juventus, che senza troppi patemi ha impattato con il Bate Borisov nel gelo di Torino. Una pessima figura l’ha fatta invece l’Inter, ad onor del vero già qualificata, che con la sconfitta di Brema ha perso la prima posizione a favore del modesto Panathinaikos. Quali sono adesso i possibili accoppiamenti per gli ottavi di finale? La Roma e la Juventus al sorteggio potrebbero pescare Sporting Lisbona, Atletico Madrid, Villareal, Lione, Arsenal, Chelsea (non la Roma) e Real Madrid (non la Juventus). I londinesi e i madrileni sono le squadre da evitare. Le possibili avversarie dell’Inter sono invece Barcelona, Liverpool, Manchester United, Bayern Monaco e Porto. I lusitani, di cui Mourinho fu allenatore, sono gli avversari più abbordabili. Presto conosceremo gli incroci, ma intanto complimenti alla Fiorentina, che a Bucarest conquista una vittoria importante che le permette di accedere alla Coppa Uefa. Non sarà la Champions League, ma è l’ideale per le ambizioni dei viola, è il trampolino ideale per affermarsi nell’élite del calcio europeo. In più, dopo la sconfitta bruciante nella semifinale dello scorso anno, c’è da scommettere che gli uomini di Prandelli faranno di tutto per conquistare la coppa. D’altra parte a Firenze non vedono un trofeo da troppo tempo.

I petroldollari del Man City

Filed under: Calciomercato by: Matteo Innocenti

Il ricco Manchester City, dopo Buffon, ha messo gli occhi su Esteban Cambiasso. Per il centrocampista argentino sarebbe pronta un’offerta da 4,5 milioni l’anno e per l’Inter da 18 milioni per il suo cartellino. Intanto complimenti ai dirigenti del club inglese, perchè almeno dimostrano di capirci qualcosa di calcio: Cambiasso è il giocatore che da qualche anno sta reggendo il centrocampo dell’Inter ed è un mediano che in ogni squadra giocherebbe titolare. Però credo che l’offerta non sia così irrinunciabile, nè per lui, nè per l’Inter: 18 milioni sono una discreta cifra, e comunque ci sarebbe da sostituire l’argentino con qualcuno di pari livello, un Fabregas ad esempio, e reinvestendo più o meno quella cifra non c’è modo di portarlo a Milano. L’ingaggio poi? Credo che 4,5 milioni Cambiasso li percepisca già in nerazzurro, quindi non dovrebbe essere difficile resistere alle lusinghe d’oltremanica. Non parliamo poi delle ambizioni: adesso gioca nella squadra che domina la Serie A e il Manchester City vivacchia nella parte destra della classifica della Premier League.  E ho l’impressione che continuerà a farlo per un bel po’ di tempo ancora: gli arabi hanno i petroldollari, ma si ritrovano in mano una squadra mediocre, cosa che, per esempio, non era capitata ad Abramovich quando acquistò il Chelsea: i blues erano una squadra competitiva, non attrezzata per lo scudetto, ma comunque di vertice e frequentava già i salotti europei. I primi acquisti, poi, non furono roboanti e mediatici, come Robinho, ad esempio, ma furono di buon livello e con un minimo di senno, anche se alcuni delusero, come Veron. Insomma, la strada verso il successo, per i cugini non più poveri del Manchester United, è ancora lunga.

Toro: via De Biasi, ecco il Novellino Bis

Filed under: Pallonate, Serie A by: Matteo Innocenti

Era nell’aria e alla fine è successo. De Biasi non è più l’allenatore del Torino e alla guida dei granata torna Novellino, esonerato ad aprile ma ancora stipendiato da Cairo. A pagare, si sa, è sempre l’allenatore, che comunque continuerà a ricevere regolare retribuzione fino alla fine del contratto, sia chiaro. Il Torino, da qualche anno, è regolarmente la squadra più anonima del campionato, a mio modesto parere. Segna poco, gioca male, ogni volta viene tirato fuori il solito ritornello del vecchio cuore granata, alla fine riesce a salvarsi, ma c’è semrpe poco da essere soddisfatti. De Biasi non sarà uno stratega e, come i generali amati da Napoleone, non sarà nemmeno fortunato, ma è anche vero che gli uomini messi a disposizione da Cairo non sono certo delle prime scelte. Eppure il presidente si era presentato trionfante davanti alle telecamere a fine calciomercato, sorridente, annunciando la sua soddisfazione. In realtà ci sarebbe qualcosa da salvare, come Sereni, un buon portiere che alla Lazio ha sprecato i suoi anni migliori, Dzemaili, un giovane che farà parlare di sè, Amoruso, che però sta sparando le ultime cartucce, e Rosina,  però rischia di rimanere un incompiuto, ormai alla soglia dei 25 anni, l’età in cui un calciatore deve decidere se diventare grande o no. Il grande colpo estivo era stato però Bianchi, che in carriera ha fatto una sola grande stagione da bomber e che veniva da un’annata deludente tra Manchester City e Lazio. Aggiungiamoci poi che dal vivaio, un tempo prolifico, non esce un valido giocatore da tempo immemore e la frittata è fatta. De Biasi ha le sue colpe, ma con il materiale a sua disposizione non ci si può aspettare miracoli. Aveva solo il 70% dello spogliatoio con sè, a suo dire. Avanti con Novellino, chissà che non cambi qualcosa.

Al Genoa il derby, davanti tutto come prima

Filed under: Serie A by: Matteo Innocenti

Il Principe non perdona e regala al Genoa il derby d’andata. Partita fisica quella che si è vista a Marassi, stracolmo per l’occasione, con il vero spettacolo che rimane sulle tribune. Cassano, dopo le dichiarazioni di metà settimana, non dà a  Lippi una buona ragione per chiamarlo in azzurro, mentre Milito, con un sontuoso colpo di testa, invia a Maradona un convincente biglietto da visita in vista delle prossime convocazioni. Nell’anticipo serale di sabato prova di forza dell’Inter, che demolisce la Lazio 3-0 a domicilio. Samuel dopo due minuti di gioco spiana la partita ai nerazzurri, ci pensano poi lo sciagurato Diakite a raddoppiare e Ibrahimovic a chiudere i conti. Davanti non cambia niente perché, se l’Inter vince, dietro le inseguitrici riescono tutte a tenere il passo. Il Milan stende un Catania mai arrendevole con un tiro deviato di Kakà: a quanto pare per gli etnei San Siro non è un campo fortunato, visto che già con l’Inter avevano perso per colpa di due autoreti. Regge anche la Juventus, ma a fatica, perchè a Lecce gli uomini di Ranieri, complici le numerose assenze, non brillano. I salentini si chiudono bene e serve una punizione di Giovinco (che in Del Piero avrà di sicuro un buon maestro) per sbloccare il risultato, ma il Lecce riesce a pareggiare con il neo entrato Cacia. Ormai il pareggio sembra scontato ed invece spunta la testa di Amauri: 2-1 per la Vecchia Signora. Come l’italo-brasiliano, va a segno anche un altro habitué del gol, Gilardino, due gol per lui tra le quattro segnature viola nella fortunata trasferta viola di Torino. Riesce a tenere il ritmo delle grandi anche il Napoli: Lavezzi e Hamsik latitano e così ci pensano Maggio e Denis a far fuori un buon Siena. Si avvicina alle zone alte anche la Roma, che passa a Verona con un gol di Menez, che chiede più spazio, evidentemente a ragione. Sempre più profonde, infine, le crisi di Lazio e Udinese.

Il 70% di Kakà

Filed under: Pallonate by: Matteo Innocenti

Mourinho ha il suo bel da fare con il giovin svogliato Balotelli a tal punto che lo manda a giocare in Primavera (e lui risponde con una doppietta), ma anche a Milanello le acque sono agitate. Stavolta ci ha pensato Kakà a creare un piccolo caso, dicendo che come gioca adesso rende al 70%. La risposta di Ancelotti è stata: “Mi accontento“.  Poi ha aggiunto “Non c’è nessun caso, io e lui parliamo tutti i giorni. giocando un po’ più indietro è normale che segni meno, ma in questo momento mi serve così“. Ovviamente credo che non ci sia davvero nessun caso, credo che Kakà abbia solo risposto ad una domanda di un’intervistatore senza nessuna intenzione polemica, in fin dei conti era preventivabile una sua minore presenza in zona gol. Perchè un conto è dividere il pianerottolo del trequartista con Seedorf, un conto è farlo con Ronaldinho, che già in estate fu definito “trecante” e che come disciplina tattica non mi pare una cima. Ancelotti ha continuato negando che i due si pestino i piedi, dicendo che non sono doppioni. In effetti non lo sono, perchè hanno due modi totalmente diversi di interpretare il ruolo del trequartista. Kakà ama le praterie in cui può andarsene in allungo e non disdegna la botta da fuori e solitamente attacca da vie centrali, Ronaldinho è un apolide forte nello stretto e molto abile su calcio piazzato. Tra i due quello che si deve prodigare nei rientri, per vari motivi, è dunque Kakà. Insomma, credo che alla fine i due possano coesistere, l’importante è che dietro ci sia un centrocampo solido. Il rulo del trequartista, al Milan, è una poltrona per due ed è normale che Kakà renda un po’ meno, anche perchè Ronaldinho sta giocando su buoni livelli. Alla fine, insomma, Ancelotti si accontenta. E come dargli torto? Un 70% di Kakà farebbe comodo a chiunque.

Lo spettacolo del derby della Lanterna

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Sampdoria-Genoa, ecco a voi il Derby della Lanterna. Va in scena domani sera la sfida che accenderà un’intera città, Genova. Il Grifone guarda la Doria dall’alto dopo tempo immemore, più o meno dagli anni in cui violò Anfield, ma, si sa, fare un pronostico in questi match è impossibile. Il Genoa ha sei punti in più, ma è anche vero che la Samp ha una partita in meno. Il Genoa ha Milito, capocannoniere solitario della Serie A, i blucerchiati rispondono con Cassano, uno che dalle parti di Bogliasco non vedevano dai tempi del Mancio. Genoa e Samp sono due squadre che rappresentano due anime della stessa città, e che si sono mosse su binari distanti nel corso del Novecento. Il Genoa Cricket and Football Club nacque nel 1893 e fu la prima societa calcistica italiana, agli albori del calcio italico fece incetta di scudetti, ma la sala trofei è adesso impolverata: dei nove campionati vinti l’ultimo risale al 1924. L’Unione Calcio Sampdoria, all’opposto, è, tra le squadre di un certo livello, la più giovane, perchè nata dalla fusione tra Sampierdarenese e Andrea Doria nel 1946. I blucerchiati raccolsero la maggior parte delle loro vittorie a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, quando anche il Grifo si fece largo in Uefa, ma in pratica anche sessanta anni dopo che i cugini rossoblu avevano vinto il loro ultimo campionato. Da allora entrambe hanno assaggiato le serie inferiori, ma oggi sono tra le protagoniste della Serie A. Sarà il derby numero 98, e il bilancio è e resterà comunque a favore della Sampdoria, con 33 vittorie contro le 22 del Genoa. In mezzo, 42 pareggi. Comunque vada, sarà uno spettacolo, anche perchè teatro dell’incontro sarà lo stadio più bello d’Italia: Marassi. Buona visione.

Olic e l’acquisto a costo zero

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La Juventus ha messo gli occhi su Ivica Olic. L’attaccante croato, attualmente in forza all’Amburgo, andrà in scadenza a fine anno e, come si sa, la dirigenza bianconera guarda sempre con attenzione il mercato degli svincolati. Di che investimento si tratterebbe? A costo zero, ovviamente. La Juventus dovrebbe pagare l’ingaggio, circa 3 milioni, certo non pochi per soddisfare le esigenze dell’attaccante, che verrebbe in Italia a fare il rincalzo. Ma chi è Olic? In molti, ma non ne sono così sicuro, lo ricorderanno perchè segnò un gol (uno dei pochi, tra l’altro: 6 in 46 presenze nella Croazia) all’Italia nello sfortunato mondiale del 2002. E’ un attaccante di movimento, veloce, abile in contropiede che, secondo me, nelle idee della dirigenza dotrebbe sostituire Iaquinta, che in vista di Sudafrica 2010 preferirà andare altrove a giocare da titolare. Classe ‘79, inizia la carriera nella squadra della sua città, il Marsonia, e giovanissimo approda in Bundesliga all’Herta Berlino, ma torna presto in patria. In quattro anni in Croazia inizia a segnare con regolarità tra Marsonia, Nk Zagabria e Dinamo Zagabria: per lui 97 presenze e 58 reti. Attira così le attenzioni del CSKA Mosca, che lo porta in Russia, dove rimane dal 2003 al 2007, dove contribuisce alla vittoria di tre scudetti, due coppe nazionali e della storica Coppa Uefa del 2005. Nel gelido campionato russo segna 38 gol in 75 partite, poi ritenta la fortuna in Bundesliga, stavolta all’Amburgo, dove per ora ha realizzato 19 reti. Insomma, non avrà giocato nei campionati più impegnativi d’Europa, ma in carriera ha sempre mantenuto una media gol rispettabile, il che potrebbe renderlo un buon investimento. La Juventus, inoltre, negli utlimi anni si è portata a casa a costo zero diversi elementi utili alla causa: il sontuoso Zanetti della passata stagione, Marchionni, che quando non è infortunato ha dimostrato di essere un buon esterno, Grygera, adesso il miglior terzino destro dopo Maicon in Serie A e il duttile Salihamidzic. Invece, quando ha pagato anche profumatamente per avere Andrade e Almiron, tanto per rimanere nel recente passato, ha fatto un buco nell’acqua. Insomma, io sono un sostenitore dell’acquisto a costo zero. Certo, non ci si può aspettare di comprare il fuoriclasse (perchè, ad esempio, anche se tanto pubblicizzato, Flamini non lo è), ma qualche buon mestierante del rettangolo verde sì.

Il Progetto

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Mutu dichiara fedeltà alla Fiorentina: ” Ci sono tante voci in giro, ma io so che continuerò in viola. Rimango qui fino alla fine.” L’attaccante rumeno, dunque, rimarrà in viola ancora a lungo e sarà parte integrante del progetto dei Della Valle. Anzi, del Progetto. Sarà che sono toscano, ma un giorno sì e l’altro pure sulle televisioni locali rimbalza sempre questo termine: Progetto. Tutti i giocatori sono venduti o acquistati per un unico scopo: il Progetto. Tale Progetto ha dei finanziatori, i Della Valle, appunto, e un esecutore, Corvino, abile nell’individuare in giro per l’Europa e il mondo giovani utili al Progetto viola. In teoria il Progetto ambirebbe a essere competitivi e magari a vincere qualcosa nel giro di qualche anno, spendendo poco, grazie all’acquisto di giovani promettenti da far crescere. In pratica il modello è quello dell’Arsenal, da anni al vertice, anche se da quando punta solo sui giovani poco vincente. Il Progetto prevede anche un tetto salariale molto più basso rispetto alle altre teoriche concorrenti dirette, e qua si intravedono le prime falle. Probabilmente un giovane può considerare la Fiorentina un buona possibilità, cosa che, per esempio, ha fatto Jovetic. Ma certamente non può considerarlo un punto d’arrivo, sia per il prestigio, per le ambizioni, ma soprattutto per il possibile ingaggio che avrebbe altrove. Non è impossibile, insomma, che nel corso degli anni si formi una potenziale nidiata viola, ma è improbabile che tutti questi giovani rimangano a Firenze se lusingati da altre società più munifiche. Questo non riguarda solo i più giovani: nel 2007 fu venduto Toni, che ambiva ad un ricco ingaggio ed alla maglia del Bayern Monaco e la Fiorentina puntò su Pazzini, non esattemente la stessa cosa. E non dimentichiamoci che Mutu era già stato venduto alla Roma l’estate scorsa. Il Progetto, insomma, prevederebbe la cessioni dei “vecchi” a cifre consistenti da reinvestire nell’acquisto di giovani di valore che nel giro di qualche anno dovrebbero riportare lo scudetto a Firenze. Chi non aderirebbe ad un Progetto simile se fosse praticabile? Credo tutti i presidenti esistenti. Il fatto è che non credo sia attuabile e già la Fiorentina inizia a smentire sè stessa: nella formazione titolare di giovani ci sono solo Montolivo e Kuzmanovic (e i vari Mazuch, Hable e compagnia bella non si sa dove siano finiti) e l’eliminazione in Champions League è stata attribuita per larga parte all’inesperienza. Perchè è difficile avere la botte piena e la moglie ubriaca…e poi a Firenze è andato in fumo anche il progetto per il nuovo stadio. Tempi duri per ogni progetto, insomma.

Il Pallone d’Oro è Cristiano Ronaldo

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Dopo le anticipazioni dei tabloid inglesi, adesso è ufficiale: Cristiano Ronaldo è il nuovo Pallone d’Oro. Succede al milanista Kakà ed è il terzo portoghese dopo Eusebio e Figo a ricevere l’ambito premio. Dando un’occhiata ai voti ricevuti, ci si accorge di come la scelta sia stata plebiscitaria: 446 punti contro i 281 del secondo classificato, Lionel Messi. Sul gradino più basso del podio Fernando Torres: per el Nino 179 punti. Personalmente avrei invertito il secondo posto con il terzo, ma la graduatoria è comunque condivisibile. In Italia certa stampa a un certo punto ha “pompato” la candidatura di Ibrahimovic, esaltata da un tacco al Bologna e da due siluri al Palermo, Moratti è arrivato anche a chiedere una spinta da parte della Federazione. Risultato? 9° posto con 30 punti. Perchè se il valore dello svedese non si discute, per aggiudicarsi il Pallone d’Oro servono anche le vittorie internazionali e l’ultima Inter di Mancini a primavera si è afflosciata come al solito contro il Liverpool. Non potendo chiedere molto alla Svezia, Ibrahimovic poteva contare “solamente” su uno scudetto condito da un buon numero di reti. Troppo poco. Si sono piazzati davanti a lui, infatti, diversi spagnoli reduci da un Europeo trionfale: Torres, Casillas, Xavi, Villa e il nuovo che avanza Arshavin, vincitore della Coppa Uefa e rivelazione dell’Europeo (e c’è anche Kakà, chissà perchè). Cristiano Ronaldo viene da una stagione monstre. Giocando da ala ha impallinato i portieri come un bomber di razza, segnando, tra le varie competizioni, 42 reti in 48 incontri. Unico neo, l’errore dal dischetto nella finale di Champions League: se Terry non fosse scivolato chissà se il portoghese avrebbe vinto questo premio. Fatto sta che Cristiano Ronaldo, a 23 anni, ha il mondo (del pallone) ai suoi piedi, e c’è da scommettere che questo riconoscimento non rimarrà l’unico, perchè come giocatore è eccezionale. Ha la tecnica di un 10 classico, ma il fisico di un centravanti e la corsa di un’ala, in più gioca in una delle squadre più prestigiose del pianeta, il Manchester Utd sotto la guida dell’allenatore più vincente di sempre, Ferguson, che gli consegnò la maglia più “pesante”, la 7, ad appena 18 anni. Può solo migliorare, se possibile. Succede a Kakà, di cui rappresenta l’opposto: se il brasiliano conduce vita monastica, del portoghese sono celebri anche gli eccessi e le numerose amanti. Ma il Pallone d’Oro non si vince portando a letto più donne, sennò anche Cassano avrebbe detto al sua. Chi lo vuole deve ottenere risultati sul campo, possibilmente sulla ribalta europea o mondiale. Nel 2009 non ci saranno competizioni per squadre nazionali (tranne l’inutile Confederations Cup), quindi i giurati si baseranno più che altro sulla Champions League. Messi, Ibrahimovic, Torres e tutti gli altri stanno già sgomitando.

Mancini, nessun rimpianto…

Filed under: Pallonate, Vecchie glorie by: Matteo Innocenti

E’ tempo di Pallone d’oro e Roberto Mancini coglie l’occasione per sfogliare l’album dei ricordi, non senza lasciarsi andare a tardivi rimpianti durante un’intervista concessa al Guerin Sportivo: “Se fossi andato via prima dalla Sampdoria, avrei raccolto una collezione di Palloni d’oro e in Nazionale non avrei fatto la vita grama che poi mi è toccata. Chiesi di andare via due volte. Nel 1986, quando non giocavo con Bersellini, e nel 1992. Ma Mantovani in entrambe le occasioni mi mandò a quel paese“. Mah, vediamo. Intanto confesso di non aver potuto apprezzare il giovane Mancio, che esordiva imberbe al Bologna poco prima che io venissi al mondo. Ricordo vagamente quello dello scudetto e della finale di Wembley, ho memoria invece del trentenne di cui Moratti era invaghito e ho piena coscienza del suo fortunato crepuscolo laziale. Cosa avrebbe potuto fare Mancini abbandonando Genova, non nel 1986, ma magari nel 1992, quando il ciclo dei doriani era ormai finito? Il Milan soffiava giocatori agli avversari solo per il gusto di farlo, e forse il Mancio sarebbe stato in una squadra vincente, ma con molta concorrenza. La Juventus aveva Baggio, raggiunto dal suo gemello del gol Vialli per comporre un’altra coppia da sogno, che però rimase tale, perchè l’ex doriano in bianconero ebbe due primi anni difficili. Il Napoli era già nel dopo-Maradona e aveva in Zola la sua nuova speranza. La Roma era una Rometta, il Parma una quasi esordiente in Serie A. L’unica destinazione plausibile era l’Inter, alla fine dell’era del Trap e dei tedeschi, che arrivò seconda nel 1992/93, ma che l’anno seguente rischiò di retrocedere. A che premi individuali poteva ambire Mancini? Erano anni di concorrenza ostica: Gullit, Van Basten, Matthaus, Baggio, Papin, Stoichkov…Il Mancio era una seconda punta che aveva trovato in Vialli il suo complemento ideale: entrambi contribuivano a costuire la fortuna dell’altro. Prediligeva l’assist alla finalizzazione, anche se nella seconda parte della sua permanenza a Genova iniziò a trovare la porta con maggiore continuità. Di carattere difficile, ai direttori di gara non le mandava certo a dire. Sotto la guida di Boskov e anche grazie a compagni di livello fece grande la Sampdoria, portandola al suo primo storico scudetto, vinse quattro coppe Italia (la sua specialità) e una Coppa delle Coppe, ma il sogno di portare a Genova la Coppa dei Campioni fu frantumato da un siluro di Koeman. In blucerchiato divenne un re, poi se ne andò nell’esilio dorato romano della Lazio, la miglior Lazio di sempre, che contribuì a rendere vincente. Non so se Mancini avrebbe potuto vincere un Pallone d’oro (ma non se ne crucci, non lo hanno vinto nemmeno Del Piero, Raul e Henry), non so nemmeno se avrebbe giocato di più in Nazionale, ma in fondo forse la migliore riflessione l’ha fatta lui: “Era più importante rimanere accanto al presidente Mantovani e quell’esperienza vale più di tanti scudetti.”