Dica 31!

Filed under: Nazionale by: Matteo Innocenti

Fatto 30, Lippi fa 31 ed adesso è il Ct con la più lunga strisce di partite senza sconfitte in Nazionale. Meno male che, come ha ricordato lui, con una parte di questi match siamo riusciti a portare a casa una Coppa del Mondo, sennò sarebbe stato tutto molto bello, ma inutile. Vi dice niente Aranycsapat? Era la Squadra d’oro, l’Ungheria di Puskas, una formidabile macchina da calcio che tra il 1950 e il 1956 disputò 50 partite perdendone solo una. La finale dei Mondiali del 1954…ma torniamo al presente, alla Nazionale di ieri sera. Classico test-match, utile, più che altro, per fare esperimenti e per lanciare dal primo minuto qualche giovane, come Giuseppe Rossi, che però non è stato particolarmente brillante ma, vista la tenera età e il pedigree di tutto rispetto, il ragazzo si farà. Chi invece ha risposto presente all’appello, dopo nove mesi di latitanza, è il bomber di Baviera Luca Toni, che con una zuccata delle sue ci ha regalato il pareggio. Avremmo preferito che avesse fatto qualcosa di simile verso giugno, ma siccome è inutile piangere sul latte versato, accontentiamoci almeno di questo brodino. Ovviamente è stato un mercoledì di amiche voli in tutto il mondo, che ha regalato alcuni risultati interessanti. Innanzitutto l’esordio vincente di Maradona sulla panchina dell’Argentina. Diego non fa sconti, sempre di britannici si tratta e così, grazie ad una rete di Maxi Rodriguez, l’albiceleste riesce a vincere 1-0. Il Brasile, invece, con una tripletta di Luis Fabiano demolisce il Portogallo orfano di Scolari per 6 a 2. Se l’Italia fa 31, la Spagna fa invece 28: sono due anni che i freschi Campioni d’europa non perdono una partita. Complimenti anche a loro. Infine un’amichevole che amichevole non sarà mai: Germania-Inghilterra. Due squadre rimaneggiate ed imbottite di riserve, in pratica Germania B-Inghilterra B. Terry prima combina un disastro, poi si fa perdonare e con un poderoso colpo di testa segna il gol della vittoria per la Nazionale guidata da Capello. Da Don Fabio a Sir Fabio?

La scuola in crisi

Filed under: Nazionale, Pallonate by: Matteo Innocenti

Le convocazioni in Nazionale riescono, anche per una partita come l’amichevole contro la Grecia in programma domani, ad essere motivo di dibattito. Lippi, come aveva già anticipato, in attacco lascia a casa un Del Piero in stato di grazia, ma convoca l’emergente Pepe e la sempre utile riserva Iaquinta. Confermato Giuseppe Rossi che esordirà dal primo minuto. A centrocampo premia D’Agostino che, dopo una vita da apolide, a 26 anni ha trovato una sua identità nella linea mediana dell’Udinese, mentre in difesa si affida al redento Legrottaglie e a Dossena, poco convincente finora a Liverpool. Assenti il fenomenale Buffon e l’onesto Amelia, i portieri convocati sono Curci e De Sanctis. Qualcuno potrebbe dire che Lippi avrebbe dovuto chiamare Abbiati, protagonista di un discreto avvio di stagione al Milan. Vero, perchè il rossonero, anche se forse non ha mantenuto le promesse della stagione 1998/99, in cui difese la porta del Milan fino allo scudetto, è un portiere di 31 anni con una grande esperienza maturata tra Milano, Torino e Madrid, mentre Curci si è dovuto trasferire a Siena per trovare continuità e De Sanctis, dopo le panchine di Siviglia, fatica a trovare spazio anche nel Galatasaray. La situazione non è rosea nemmeno nell’Under 21 se consideriamo che Consigli non gioca a Bergamo e il titolare di Pechino, Viviano, è rimasto in B, ai margini del calcio che conta. Così affidiamo già le nostre speranze al 18enne sampdoriano Fiorillo. Dopo Buffon, insomma, il diluvio. Troppi stranieri? Forse. Di sicuro troppi stranieri che non sono meglio dei nostri giovani, che invece faticano ad emergere. Ben vengano Julio Cesar, Doni, Frey, Carrizo, Handanovic e anche il Dida dei bei tempi andati, ma cosa ci fanno in Serie A il crepuscolare Eleftheropulos, il disastroso Muslera o i mai impiegati Jaakkola, Kosicky e Degrè? Meno stranieri, dunque, ma che la famosa scuola di portieri italiana, un tempo nostro vanto, sia in crisi, è un dato di fatto.  L’Italia, paese di poeti, santi e navigatori, era celebre anche per la produzione di portieri e difensori, mentre adesso si è specializzata in punte e mezzepunte. Eppure, solo dieci anni fa, nel 1998, ci si poteva sbizzarrire: erano potenzialmente convocabili Pagliuca, Peruzzi, Toldo, Buffon e Marchegiani. Bei tempi.

Il ritorno dell’ancien regime

Filed under: Pallonate, Serie A by: Matteo Innocenti

La dodicesima giornata di Serie A ha riportato alla restaurazione dell’ancien regime. In testa, infatti, ci sono Inter, Milan e Juventus, che hanno conquistato la vetta in modi diversi. La Juventus, dopo aver attraversato qualche settimana buia in cui non giravano nè le gambe nè la testa, si è stretta attorno a Ranieri e, trascinata da Del Piero-Amauri e da una condizione atletica eccezionale, si è issata fino al terzo posto. Con una doppia falsa partenza era invece partito il Milan, che, nonostante si sia ripreso, stenta però ancora a trovare continuità. Ieri, per aver ragione di un buon Chievo, si è dovuta affidare ad un rigore generosamente offerto dall’arbitro. In testa c’è poi l’Inter, su cui aleggia sempre il fantasma di Mancini. Eh, sì, perchè al popolo nerazzurro non basta essere primi. A Mourinho si chiede, per nove milioni all’anno, di esserlo anche grazie al bel gioco, che invece si vede davvero poco. Così, nella serata di Palermo, l’Inter deve ringraziare Ibrahimovic (e i palloni, forse dei Super Tele): due missili che affondano i rosanero e tre punti in cascina. Che cosa ci lascia poi in eredità questa giornata di campionato? Un derby romano in cui, come da tradizione, vince chi sta peggio, cioè la Roma, che riesce così a respirare tra le sabbie mobili della zona retrocessione. C’è poi una Fiorentina che fallisce l’ennesimo esame di maturità cadendo a Cagliari con un rigore quantomeno dubbio, e ci sono le due grandi sorprese di inizio stagione, Udinese e Napoli, sconfitte in maniera netta, se non nel risultato, almeno nel gioco. Infine il Catania, che si fa bello con Mascara. Il mattatore di questa giornata, non me ne voglia Ibrahimovic, è infatti il fantasista siciliano, che con una personale tripletta demolisce il Torino, pur capace di segnare due volta al Massimino. Fuori dal campo ci pensa poi Zenga, che litiga furiosamente con Varriale. L’allenatore sarà multato, ha detto Lo Monaco, perchè questi episodi ledono l’immagine della società siciliana. E lo dice lui, che voleva bastonare in bocca Mourinho.

La trivela rimane a casa

Filed under: Pallonate, Serie A by: Matteo Innocenti


E’ un giocatore che ha avuto possibilità e ne avrà ancora. Abbiamo un nucleo di attaccanti molto forte e non posso convocare tutti. Ho dato a Ricardo tre giorni senza calcio, per andare in Portogallo dalla famiglia. La prossima settimana lui può diventare molto importante perchè ci sono i nazionali Mancini, Obinna e Balotelli che saranno andati fuori“. Così parlo Mourinho. Quaresma, più o meno a sorpresa, non convocato per la trasferta di Palermo dopo le deludenti prestazioni di inizio campionato. Confesso che a inizio stagione ero convinto della bontà dell’operazione-Quaresma. Il portoghese e Mancini, larghi ed interscambiabili sulle fasce, veloci di piede e di testa, mi parevano gli interpreti ideali del 4-3-3 tanto caro a Mourinho. Forse parlavo sedotto dalle serate di Champions e dai filmati di youtube, in cui l’ala portoghese si esibisce in trivele, rabone e doppi passi a favore del pubblico adorante. Che si sia fatto sedurre così anche Mourinho? Forse. Intanto, è bene chiarirlo, The Special One non ha mai avuto alle sue dipendenze Quaresma. Quando allenava il Porto, lui giocava prima nello Sporting Lisbona (Figo-Simao-Quaresma-Nani, una fabbrica di ali…), poi nel Barcellona. Proprio in Catalogna Ricardo Andrade Quaresma Bernardo, nato Lisbona il 26 settembre 1983 da madre angolana e padre di origine gitana, andò incontro al primo flop della sua carriera. 22 presenze nella Liga, un solo gol all’attivo e un biglietto di ritorno per il Portogallo nell’affare-Deco. Alla sua prima esperienza fuori dai confini natii, Quaresma aveva fallito. Insomma, se in patria è chiamato Mustang, all’estero al massimo è un ronzino. A ben vedere, però, non ha mai fatto il fenomeno nemmeno nel Porto, dove ha segnato 29 reti in 147 presenze. Quaresma, insomma, dà l’idea di essere un’eterna promessa, un campione a metà o quantomeno un classico “bello di notte”. E poi, vogliamo parlare del suo colpo segreto, la trivela, che non è altro che il colpire la palla d’esterno? Il portoghese, in pratica, ha un solo piede, il destro, e con quel piede calcia solo in un modo, d’esterno, sia che si trovi sulla parte sinistra del campo che su quella destra. Non c’è fattore sorpresa, perchè colpisce il pallone sempre così, paradossalmente spiazzerebbe i suoi marcatori se una volta provasse a calciare di piatto, sempre che ci riesca. I colpi segreti, per favore, lasciamoli a Holly & Benji…

Il gioco di Preziosi

Filed under: Pallonate, Serie A by: Matteo Innocenti

Con te anche all’inferno. Mai striscione fu più bello. Era Marassi, gradinata nord, in un giorno tristissimo per il popolo genoano. Eppure lo stadio era pieno, e la curva accompagnava la sua squadra verso gli inferi, ma era già desiderosa di riconquistare la serie A. Qualche anno dopo di quella squadra rimane poco, di certo lo spirito è lo stesso. Il Genoa Cricket and Football Club è stata la prima società calcistica a vedere la luce (era il 1893), ha vinto nove scudetti ma l’ultimo risale al 1924. Sarà che ho una predilezione per le società blasonate ma con le ragnatele in sala trofei, cosa che nel corso degli anni mi ha fatto guardare con affetto a Liverpool, Amburgo, Benfica, Atletico Madrid, Feyenoord e molte altre nobili decadure o quasi, fatto sta che il Genoa mi è sempre piaciuto. Ricordo la strana coppia Skuhravy-Aguilera, l’olandese dal pittoresco nome John van’t Schip, Eranio, Ruotolo, l’esordiente Panucci che il Milan soffiò alla Juventus, il sinistro devastante di Branco e gli ultimi calci del povero Signorini. La Sampdoria ha forse la maglia più bella del calcio mondiale, ma il fascino del rossoblu genoano ce l’hanno in pochi. Ma ammiro molto anche il Genoa di oggi, perchè è una squadra che gioca un bel calcio, sempre. Non è certo un caso che abbia 20 punti in classifica, e lo ha dimostrato ieri sera a Torino, dove non è certo andato a fare le barricate. Il 3-4-3 di Gasperini è fluido, bello da vedere, un piccolo calcio totale in cui tutti sono importanti e capace di esaltare le caratteristiche di Milito, una punta sfuggita al radar delle grandi d’Europa ma che negli ultimi anni ha timbrato il cartellino con regolarità impressionante. Non è nè veloce, nè potente, nè dotato di tecnica eccezionale, forse non sarà nemmeno bello da vedere, ma è completo e questo lo ha già portato in doppia cifra. Ma il Genoa non è solo Milito, è anche un incessante gioco sulla fasce (Sculli già 4 volte a segno…), è il prodigioso recupero di Thiago Motta, è una difesa solida in cui l’eterna promessa Criscito trova la sua dimensione ideale, è un portiere, Rubihno, titolare da quando avere un brasiliano in porta non era ancora una moda. Preziosi non sarà uno stinco di santo, forse non sarà nemmeno un grande intenditore di calcio, però questa volta il suo giocattolo pare funzionare.

Viva Diego!

Filed under: Pallonate by: Matteo Innocenti

Diego Armando Maradona. Una litania, una poesia, per un popolo intero una religione. Maradona che diventa il ct dell’Argentina sembra quasi la fine ovvia di un romanzo. Perchè Maradona ha tutte le luci e le ombre del protagonista di un romanzo: il talento incredibile e precoce, gli eccessi, la caduta e la rinascita. Prese per mano un’intera nazione e la condusse sul tetto del mondo e l’anno successivo regalò a Napoli il primo indimenticabile scudetto. Maradona ha già vissuto minimo tre volte. Lo abbiamo visto palleggiare da bambino, lo abbiamo visto, sgraziato, dribblare una squadra intera in Messico, ma lo abbiamo anche visto obeso e biondo platino, infatuato, ubriaco, drogato, lo abbiamo visto sparare ai giornalisti, lo abbiamo visto fare amicizia con Fidel Castro. A loro modo, due capi di stato. Quante volte lo abbiamo visto sul baratro? Quante volte lo abbiamo dato per spacciato? Eppure si è sempre reinventato, con una vitalità non comune. Adesso è l’allenatore dell’Argentina, quasi un’approdo naturale, se non fosse che come personaggio, appunto, non è dei più affidabili. E se non fosse che le sue precedenti esperienze in panchina si sono rivelate fallimentari. Infatti, non ha ancora esordito, che già potrebbe andarsene, visti i continui disaccordi con il presidente federale Grondona, che non gradisce come vice ct Oscar Ruggeri, per lui come fumo negi occhi. Maradona avrebbe già minacciato l’addio, ma pare che la notte abbia portato consiglio e che ci abbia ripensato. Fatto sta che, a una settimana dall’esordio con la Scozia, ancora non si sa chi saranno i fisioterapisti, i massaggiatori e l’addetto stampa della nazionale argentina. Considerando poi che Maradona sembra essere intenzionato a far fuori Zanetti e Cambiasso, ad occhio e croce gli unici due che andrebbero sempre convocati, la situazione non sembra per niente rosea. Ma lui è El Diez e qualcosa si inventerà, come sempre, peccato non possa usare quel piede sinistro…

La caduta dell’Imperatore

Filed under: Champions League by: Matteo Innocenti


Mi ricordo bene la sera in cui Adriano folgorò il Real Madrid. Ero a Riccione e l’Inter sfidava a domicilio il Real Madrid. Adriano, appena 19enne, decise di riverlarsi al mondo con una saetta che si infilò dritta all’incrocio dei pali. Seguì l’apprendistato tra Firenze e Parma, fino al ritorno a Milano. Diventò presto l’Imperatore, complice un fisico monstre e un sinistro al fulmicotone. Poi arrivarono i problemi: la lunga astinenza dal gol, la morte del padre, alcune dubbie vicende di gossip e l’alcol. Finito ai margini, a metà della scorsa stagione l’ex Imperatore prova a rigenerarsi con un prestito semestrale al Sao Paulo, esperienza tutto sommato positiva. All’inizio di quest’anno si presenta in ritiro deciso a riconquistarsi l’Inter e la fiducia del nuovo tecnico Mourinho, dopo i problemi avuti con Mancini. Adriano torna al gol, ma ben presto riaffiorano vecchi vizi e soliti problemi: notti brave, assenze agli allenamenti, spesso con scuse palesemente inventate. Quella della febbre è solo l’ultima. Ormai non ha più senso aspettarlo, ha 26 anni, la stessa età di Cassano che però, da un anno a questa parte, sta lavorando duro per mantenere le promesse di inizio carriera. Non si sa se il problema sia lui, Adriano, l’Inter, l’Italia o forse Mourinho, che a inizio stagione lo ha coccolato, fino a regarlargli lo spazio che aveva dimostrato di meritare in allenamento. L’Inter può contare su Ibrahimovic, Balotelli, Cruz, Crespo, Mancini e Quaresma (forse…). Lasci andare Adriano, a malincuore, ma lo lasci andare. Al Manchester City, se non vuole che si accasi al Milan, per carità. Ma lo lasci andare. In nerazzurro non sarà mai quel campione che avevamo intravisto al Bernabeu.

Salvate il soldato Ballardini

Filed under: Pallonate, Serie A by: Matteo Innocenti


Un deficiente non può diventare Einstein” Firmato Claudio Ranieri. Questa è una frase che andrebbe ricordata sempre, probabilmente andrebbe stampata e appesa nella sala stampa di ogni stadio, in ogni sede di giornale, radio e televisione. Ranieri non era un deficiente prima, non è Einstein adesso. E Mourinho no era Einstein prima così come non sarà un deficiente adesso. Il calcio, come ho già scritto, fa presto a creare e a distruggere dei miti ed è il settore in cui le mode appaiono e scompaiono più velocemente. Mi viene in mente Davide Ballardini. Una carriera da calciatore senza particolari acuti, trascorsa però per la maggior parte a Cesena, dove operava un certo Arrigo Sacchi. Inizia ad allenare presto, a 32 anni a livello giovanile (Ravenna, Milan, Parma), a 40 nel calcio dei “grandi”, partendo dalla C1. La sua Sambenedettese nel 2004/05 arriva ai playoff, ma è sconfitta dal Napoli. Nel 2005 viene ingaggiato dal Cagliari, ma dopo tre giornate è esanerato. Stessa sorte a Pescara la stagione seguente. La sua rivincita arriverà a inizio 2008, quando viene richiamato alla guida di un Cagliari già spacciato e che invece riesce a salvare. Inizia la stagione 2008/09 incredibilmente senza una panchina, fino all’esonero, dopo una giornata, di Colantuono. Esonero dopo una giornata fa rima con Zamparini ed infatti Ballardini approda a Palermo. Espressione perennemente corrucciata, occhiali da sole con qualunque condizione atmosferica, piglio da sacchiano convinto, il nuovo profeta parte bene, inanella una serie di risultati positivi. Servizi sui giornali, interviste, ecco il nuovo che avanza. Poi la crisi di gioco e di risultati ed il presidente Zamparini che non fa mistero di non gradire. Ma se non era Einstein prima, non sarà nemmeno un deficiente adesso…

Santo subito?

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Non credevo che saremmo mai arrivati a questo punto. Mai. Siamo giunti alla beatificazione di Alessandro Del Piero. Prima il calcio piazzato che ha affondato la Roma, poi la doppietta che ha gelato il Bernabeu, infine la magia di Verona. Si dice che al momento della rincorsa per la punizone, sul Bentegodi sia sceso un religioso silenzio. Come prima di un calcio di rigore. Questo la dice lunga sul suo stato di forma. Ed il fatto che tutto questo accada alla veneranda età di 34 anni e dopo due stagioni da capocannoniere rende tutto ancora più strabiliante. Eppure Del Piero è stato un giocatore da sempre nel bersaglio delle critiche. Quando c’èra da fare fuori qualcuno, quel qualcuno era sempre lui. Mi vengono in mente gli insulti dopole due occasioni fallite nelle finale di Euro 2000, ma in pochi si ricordano che quando c’era da andare in Moldova lui c’era sempre e non ha mai accampato scuse per evitare una trasferta. Non è stato un campione nazionalpopolare come Baggio, ma legandosi ad una sola società (la più amata e odiata deagli italiani) è entrato nella sua storia, diventando il più presente ed il miglior realizzatore di sempre con 249 reti. E’ arrivato quando non c’erano ancora i numeri fissi, rubando il posto a Baggio, ha segnato con il marchio di fabbrica “alla Del Piero”, ha cambiato mille volte taglio di capelli, ha avuto basette impresentabili e un pupazzo con le sue fattezze al Delle Alpi, ha inventato gol memorabili, ha vinto molto ma ha perso troppe finali, in nazionale ma anche nella Juventus ha subito la concorrenza di altri numeri 10: Baggio, Totti, Ibrahimovic, persino Di Natale. Veniva fuori sempre la stessa storia: “dopo l’infortunio non è mai tornato quello di prima”. Opinabile, visto che ha segnato molto più dopo che prima…Lui c’è sempre stato, a 30 anni è sceso in B e in poco tempo ha riportato la Juventus a vincere a Madrid. Strano che adesso tutti salgano sul carro del vincitore, ma chissà tra dieci partite se sarà ancora così, in un mondo in cui il passaggio dall’essere santi a peccatori è breve. Soprattutto considerando il fatto che ci sono troppi delpieristi dell’ultima ora.

Il fenomeno Amauri

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Io sono di quelli che amano andarci cauti su Amauri. E a quanto pare siamo solo io e Dunga. Il mastino che a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 fece innamorare Firenze è oggi l’allenatore della nazionale di calcio del Brasile, ruolo che peraltro occupa giusto per essere stato un giocatore di discreto livello. In questi giorni Dunga si è lasciato andare a dei commenti poco lusinghieri sul centravanti della Juventus, facendo capire che non lo convocherà in nazionale. Questo ovviamente faciliterebbe la scelta di Amauri, che da un po’ è combattuto tra aspettare la chiamata del Brasile o accettare un’eventuale convocazione da parte di Lippi. Ma perchè Dunga non lo convoca, visto che è l’attaccante del momento? Alla domanda, il commissario tecnico verdeoro ha spiegato che Amauri ha realizzato 15 gol in 3 campionati, mentre ad esempio Afonso Alves ne aveva fatti più di 30 in una stagione quando fu convocato. Intanto 30 gol nell’Eredivisie, con tutto il rispetto, li farebbero anche Pellissier o Acquafresca (attaccanti rispettabilissimi, per carità), poi Dunga potrebbe anche documentarsi un po’ meglio. Amauri ne ha fatti 15 l’anno scorso, 8 l’anno precedente, ma in sole 18 presenze, e infine 11 nel Chievo nella stagone della sua (tardiva) esplosione. Certo, non sono cifre incredibili, ma forse Amauri ha segnato e sta segnando un po’ più di quanto Dunga pensi. Tra l’altro sta continuando a convocare Adriano che trova poco spazio e che viene da un paio d’anni funesti. Io però con Amauri, nonostante tutto, ci andrei piano. Intanto l’ho avuto al Fantacalcio l’anno scorso e so bene come sia capace di alternare partite da fenomeno a prestazioni svogliate ed irritanti, ma soprattutto sono convinto che non basti un buon inizio di stagione per poter gridare al fenomeno. Oltretutto se fino a 26 anni Amauri giocava e segnava col contagocce in squadre di basso livello mi lascia ancora qualche sospetto. Sono soddisfatto del suo impatto, dei suoi gol, e mi sono esaltato per la splendida rovesciata con la Roma, per carità. Chissà che le parole di Dunga non stimolino Amauri a fare sempre meglio…