Io voto Prandelli

Filed under: Calciomercato, Libri di calcio, Pallonate by: Matteo Innocenti

La Juventus ha scacciato la crisi, almeno fino alla partita con la Roma. Eppure sono già partite le manovre per la prossima stagione. Eh sì, perchè Claudio Ranieri non ha appeal, è stimato ovunque abbia allenato, ma ha vinto poco. E’ un onesto mestierante della panchina, ma i problemi non sono solo a bordocampo. Manca un vero uomo-mercato e anche la preparazione atletica lascia a desiderare, per così dire. E allora? Per il posto di direttore generale si fanno i nomi di Corvino, Marino, ma l’uomo che pare più vicino alla Juve è il doriano Marotta. Certo, ci saranno anche nuovi innesti nella rosa, sperando di non incappare nell’ennesima campagna acquisti indovinata a metà: se il padre di Diego è stato avvistato a Torino, sembrano vicini il rumeno Tamas e il tedesco Schweinsteiger, che arriverebbe a costo zero per raccogliere la pesante eredità di Nedved. Avrà 25 anni e un’esperienza internazionale che alla sua età hanno in pochi, ce la può fare. Sembra sfumata l’ipotesi Yaya Tourè, per la serie mediani-ce-ne-sono-già-troppi. Ma chi metterà in campo la Juventus del 2009/10? Si fanno i nomi più disparati, c’è chi ha pure tirato fuori Roberto Mancini. Per favore. E allora chi? Rafa Benitez, Luciano Spalletti, Cesare Prandelli. Benitez ha pedigree, è un vincente e parla italiano meglio di molti madrelingua, ma se cerchiamo lo spettacolo meglio guardare altrove. Prandelli ha dimostrato di saper lavorare con i giovani e che può lavorare anche ad alti livelli. In più ha giocato nella Juventus. Spalletti con la Roma ha giocato per un paio d’anni il calcio più bello d’Italia, ma c’è da dire che aveva una rosa adatta, fatta di palleggiatori, molto lontana dalla Juve fisica che conosciamo. E allora io voto Prandelli.

Il volo dell’Uomo Ragno

Filed under: Pallonate, Vecchie glorie by: Matteo Innocenti

Io non me lo sono goduto il vero Zenga, quello che per tre anni di fila (1989-1990-1991) fu il miglior portiere del mondo. Ma che fosse soprannominato L’Uomo Ragno l’ho sempre saputo. Aveva fisico, talento e, come tutti i portieri, un briciolo di pazzia. portiere di livello mondiale, vinse meno di quello che avrebbe meritato. Difese la porta dell’Inter dei record, conquistò anche due Coppe Uefa, ma il primo ricordo che ho di lui risale a una notte non tanto magica in cui sbagliò l’uscita alta permettendo a Caniggia di segnare di nuca. Quando iniziai a capire qualcosa di calcio la sua carriera era già in fase calante: gli ultimi anni in nerazzurro, il biennio alla Sampdoria, Padova e poi l’esperienza americana nei New England Revolutions. Quando comincia ad allenare ha alle spalle una dimenticabilissima esperienza come postino in tv. Parte dal Brera, dove rimane pochi mesi prima di emigrare di nuovo, stavolta nella meno esotica Romania, dove trova gloria ed una nuova bellissima compagna. National Bucarest e poi lo scudetto con lo Steaua. Nel 2005 va in Serbia e bissa con la Stella Rossa di Belgrado. Nell’estate del 2006 sorprende tutti prendendo le redini del Gaziantepspor, squadra da metà classifica turca, ma a metà anni molla tutto e vola negli Emirati Arabi, attratto dai petroldollari dell’Al-Ain. Il 2007 lo riporta in Romania, stavolta alla Dinamo Bucarest, ma dura poco. Vuole l’Italia ma intanto fa la seconda voce per le partite della Nazionale, poi arriva la Serie A, con un Catania in affanno che lotta per salvarsi. Missione compiuta e riconferma per il 2008/09, in cui sta facendo benissimo alla guida degli etnei, nonostante il punto nelle ultime due partite. Zenga era arrivato in Italia con due scudetti vinti ma con la fama di uno troppo guascone per essere un allenatore credibile. E invece, con molti capelli in meno e qualche chilo in più, L’Uomo Ragno sta dimostrando che nel grande calcio, da allenatore, ci può stare davvero.

Uomini, donne e Antonio Cassano

Filed under: Pallonate by: Matteo Innocenti

Antonio Cassano è un fan sfegatato di Uomini e donne. Forse vorrebbe essere untronista, ma non essendo propriamente un modello stile Vogue si limita a seguire le alterne vicende dei suoi idoli in televisione. Il celebre programma condotto da Maria de Filippi ha però un difetto: va in onda nel primo pomeriggio e a quell’ora Cassano si deve allenare 8e ci tiene a farlo, visto che ha messo la testa a posto). La soluzione è venuta così, semplice e spontanea: il Pibe de Bari ha preteso che nella palestra in cui si allena la Sampdoria venisse installato un televisore al plasma, così da non perdersi nemmeno una puntata del suo programma preferito. Ebbene, la società lo ha accontentato. Non si sa se in seguito ad un referendum interno allo spogliatoio o dopo un consulto con i preparatori atletici, fatto sta che Cassano è riuscito a far notizia per l’ennesima bizzarria. Certo, sono lontani i bei tempi delle multe per aver guidato con il foglio rosa senza accompagnatore o per le scorribande in motorino senza casco per Bari Vecchia, delle liti con Capello, Voeller e Del Neri. Ormai Cassano è un uomo, si è accasato ed è diventato un trascinatore, un vero e proprio leader. Della Sampdoria, certo (e non me ne vogliano i tifosi doriani, ma dopo gli esordi e l’approdo a Madrid era lecito aspettarsi ben altro), ma pur sempre leader. E’ dai tempi di Mancini che in maglia blucerchiata non si vedeva un giocatore così talentuoso e determinante. Del Mancio si diceva decidesse la formazione, chissà se Cassano ha voce in capitolo. Di sicuro, telecomando in mano, deciderà cosa guardare tra una serie di addominali ed un sollevamento alla panca…

Gioco di mano, gioco da villano

Filed under: Serie A, Vecchie glorie by: Matteo Innocenti

Ahi ahi Gila! Il giudice sportivo ha emesso il suo verdetto: due giornate grazie alla prova tv per il centravanti della Fiorentina. Era nell’aria, dopo che il gol realizzato dal Gila con la mano nel posticipo di Palermo: il gesto, infatti, è stato considerato “gravemente antisportivo”. Buon per l’Inter che avrà una preoccupazione in meno nel turno infrasettimanale di martedì (ed anche per il Siena, che ospiterà la Viola domenica). Il giudice Tosel ha ritienuto che ”nell’esclusione di ogni ragionevole dubbio, il gesto compiuto da Gilardino, per la sua peculiare dinamica, sia stato volontario, intenzionale e non determinato nè condizionato dalla condotta tenuta dal Dellafiore negli attimi antecedenti“. Un linguaggio da verbale dei carabinieri per dire che, c’è poco da smentire, Gilardino l’ha fatto apposta. Non sarà il primo e scommetto che non sarà l’ultimo a provarci. Rapajc la fece franca visto che l’unico in tutto lo stadio a non accorgersi del tocco di mano fu l’arbitro Nicchi. Era un Perugia-Napoli, un Napoli-Perugia era quello della 14° di andata del 1976/77, in cui Beppe Savoldi, uno che la metteva dentro spesso, scelse di farlo con la mano. C’era da pareggiare, mancava poco, ogni mezzo era buono…ma ancora prima un altro grande bomber usò mezzi non esattamente leciti per segnare, anche se lo ammise con 15 anni di ritardo. Era Silvio Piola, che il 13 maggio del 1939 segnò con un pugno durante un maldestro tentativo di rovesciata contro l’Inghilterra. Guarda caso, proprio l’Inghilterra ha subito il più famoso gol di mano di sempre. 22 giugno 1986, Città del Messico, 6° del secondo tempo del quarto di finale Inghilterra-Argentina. Shilton esce in presa alta, Maradona salta con lui e lo anticipa. Proprio lui, che non arriva al metro e settanta. Mano? Testa? Mano, mano. Ma l’arbitro convalida, ed è l’ennesimo incidente tra due nazioni da poco uscite dalla guerra delle Falkland. Quel giorno, nel dopopartita, il Pibe de oro disse: «Il gol è stato regolarissimo, perfetto, semmai c’è stata la mano de Dios». Nel frattempo si era bevuto metà Inghilterrà, segnando il gol più bello della storia del calcio.

Il miliardo di Lucarelli

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Ci sono calciatori che si fanno la Ferrari, lo yacht. Io mi sono comprato la maglietta del Livorno per un miliardo” è questa la celebre frase presente nella copertina di fondo del libro Tenetevi il miliardo (Baldini Castoldi Dalai, 2004), sicuramente un caso letterario. Biografia di Cristiano Lucarelli, il libro è scritto dal giornalista ma soprattutto procuratore del calciatore, Carlo Pallavicino. Ripercorre la carriera di Lucarelli, ma raggiunge il climax raccontando la strepitosa stagione in cui ha riportato in serie A il Livorno dopo 55 anni. Nel 2003, infatti, Lucarelli realizza il sogno della sua vita calcistica: giocare nella squadra della sua città, di cui è da sempre tifoso. L’estate del 2004 dà lo spunto per la frase che dà il titolo a questa biografia. Non era affatto scontato che Lucarelli disputasse la stagione 2004-2005 con la maglia del Livorno: il suo cartellino infatti era in comproprietà tra gli amaranto toscani e il Torino, che erano pronti ad offrire 4 miliardi di lire alla squadra ed uno al giocatore per assicurarsi i suoi servigi. Ma Lucarelli, fortemente attaccato ai suoi tifosi e ai colori della sua città, rifiutò piccatamente l’offerta del Torino, accettando di dimezzarsi lo stipendio (di mezzo milione di euro, un miliardo circa di vecchie lire, appunto) pur di rimanere a Livorno. Il libro racconta la vita di Lucarelli, dalle prime partite viste dallo curva da ragazzino ai primi calci al pallone nel cortile di casa insieme al fratello Alessandro, dalle giovanili, al Cuoiopelli, passando da Lecce, Atalanta, Valencia, Torino, per arrivare a una scelta di vita come quella di Livorno, dove, all’epoca in serie B, facendo parlare familiari, amici, ultras, colleghi, e dipingendo un personaggio schietto, forse discutibile ma che potrebbe essere d’esempio, non tanto per la qualità del gioco, quanto per il cuore e per l’attaccamento alla squadra della sua città. In questo libro, tuttavia, non c’è solo il calcio. Nei vari capitoli è descritta anche la città di Livorno, i suoi luoghi comuni, le abitudini dei livornesi e fatti vari che hanno interessato sia la squadra che l’intera città. Poco importa che Cristiano se ne sia poi andato prima a giocare in Ucraina (per provare l’emozione di giocare la Champions League ma anche per poter creare posti di lavoro a Livorno, così disse) e poi al Parma, che adesso sta cercando di riportare in serie A. Questa rimane la storia di un grande amore. La prefazione è del regista Paolo Virzì, livornese doc anch’egli, per un volume, che, curiosità, divenne addirittura testo scolastico in un Liceo Scientifico di Livorno.

Il diavolo veste Adidas

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Beckham vuole allenarsi e giocare con il Milan, verrà 4 mesi in prestito“. La frase, detta dall’amministratore delegato rossonero Galliani, 5 anni fa avrebbe fatto tutto un altro effetto. Shevchenko – Ronaldinho – Kakà – Beckham – Seedorf – Inzaghi, il meglio che il mercato potesse offrire nel 2003. Invece siamo nel 2008 e lo Spice Boy è solamente, ormai, il più mediatico dei giocatori in circolazione. L’affare è, soprattutto, una questione di immagine e questo non è un mistero: lo sponsor tecnico del Milan, l’Adidas, ha tra i suoi principali testimonial proprio Beckham, che a 33 anni, dopo una gloriosa carriera nel Manchester Utd e nel Real Madrid, e dopo una non esaltante esperienza statunitense nei Los Angeles Galaxy, giocherà la seconda parte della stagione 2008/09 nel Milan. L’arrivo di Beckham, dunque, porterà sponsor, attenzione internazionale e, di conseguenza, soldi. Un dettaglio, quest’ultimo, che in via Turati non si trascura minimamente: “Il calcio di oggi - precisa Galliani - non è soltanto tecnica e tattica. E’ anche stadi pieni, audience e sponsor. Nessuno può vantare i 65mila spettatori che abbiamo avuto noi domenica. Gli stadi si riempiono solo con le star mondiali e Beckham ha chiesto ospitalità al Milan e non a un altro club”. Insomma, l’ad rossonero ha candidamente dichiarato che il Milan ospiterà Beckham per qualche mese, ma più che altro per ragioni economiche e di immagine. Galliani ha chiesto ed ottenuto un prestito gratuito di 4 mesi, fino a fine aprile, quando ripartirà il campionato statunitense. Tuttavia l’ad dichiara di credere anche dal punto di vista tecnico nell’inglese: “Con Ronaldinho, Kakà e Beckham anche per pochi mesi potrebbe essere un Milan stellare. La nostra squadra è ultracompetitiva e resterà così com’è, ma lui è qualcosa di diverso e di intrigante. Il Milan non fa la raccolta delle figurine, il Milan è invece molto orgoglioso della politica che sta facendo. Siamo l’unico club in controtendenza: la gente va allo stadio a vedere il Milan“. Ancelotti si è subito dimostrato entusiasta nei confronti di questa novità, proprio lui che già deve far fronte ad una sovrabbondanza di punte e mezze punte che storicamente non gradisce (rifiutò Baggio al Parma e costrinse Zola ad emigrare in Inghilterra) L’affare Beckham ricorda molto da vicino l’arrivo di Ronaldo e, prima ancora di Rivaldo, due ex grandissimi giocatori, che però sul campo non hanno lasciato il segno. Andatelo a dire al cassiere di San Siro…